Vorrei sapere che voce ha la Mogherini (e in generale, cosa vuol fare l'Europa in politica estera)

Vorrei sapere che voce ha la Mogherini (e in generale, cosa vuol fare l'Europa in politica estera)

Un’intera porzione di mondo in subbuglio, tra tagliagole, devastazioni, eccidi, fanatismo e più di un sospetto di genocidio (ricordatevene, quando tra qualche anno si parlerà di Yazidi e ci si chiederà contriti “dove eravamo? Perché abbiamo girato la faccia dall’altra parte?”); una guerra in uno Stato strategico come l’Ucraina; se vogliamo, il terzo mondo attanagliato da emergenze sanitarie e di nuovo da Signori della Guerra imbottiti di Sure e kalashnikov. Infine, un omicidio politico nel cuore della Russia.
In tutto questo, Federica Mogherini si ispira al Riccardo III, “adoro il silenzio”.
Affascinante, non c’è che dire. Ma forse un tantino fuori luogo.

Il timbro vocale di Federica Mogherini resta un mistero, così come il suo accento e ovviamente le sue opinioni: la nostra ingenua (...) curiosità sottolinea quanto sia ben poco chiaro il ruolo dell'Alto rappresentante dell'Unione per gli Affari esteri e la Sicurezza, magniloquente dicitura  atta a fungere più da cortina fumogena che altro.
Da questa nebbia, non filtra nemmeno un sospiro: silenzio sull'Ucraina martoriata, silenzio sui pericoli russi, silenzio sulla carneficina mediorientale (si chiami ISIS, Teheran, Hamas, Hezbollah, Israele, Libia), silenzio perfino su una piccola emergenza ampiamente arginabile - già, piccola e arginabile, rispetto alle altre questioni - come i flussi migratori di disperati che colpiscono il ventre molle dell'UE. La Cina, invece, non esiste nemmeno.

Il "ministro degli esteri" dell'Unione è un ruolo che pensavamo svuotato dalla assoluta evanescenza di Catherine Ashton, insipida baronessa (di nomina, non di sangue) del Regno Unito; invece ci ritroviamo a fare di nuovo i conti con un peso piuma sullo scenario internazionale. Sicché, delle due l'una: o siamo tragicamente sfortunati nella nomina di questa figura (che dovrebbe essere) chiave, oppure nel bilanciamento dell'architettura costituzionale comunitaria qualcuno si è - per così dire - distratto.
Non è solo l'amor patrio e il naturale tifo per i connazionali a far scegliere la seconda ipotesi: la struttura dei trattati e la cronica vigliaccheria dei governanti post-Maastricht sono stati ostacoli decisivi da quel fatidico 1992.
All'epoca, la sorniona parlata di Alan Friedman ci raccontava le magnifiche sorti e progressive che avrebbero coinvolto il Vecchio Continente in virtù del processo comunitario; ventitré anni dopo ci troviamo invece a parafrasare la spietata epigrafe di Henry Kissinger, che oggi suonerebbe all'incirca "l'Europa è un gigante finanziario ma un nano politico".

La scomoda e ingessata posizione della Mogherini, invece, avrebbe miglior fortuna (o forse, più banalmente, un senso) se fosse occupata proprio da un Kissinger 2.0: un individuo spietato, calcolatore, immerso in relazioni internazionali private ancora prima che pubbliche. Sorprendentemente, un profilo del genere è sempre stato scartato nel momento in cui si insediava ogni nuova Commissione. Scartato sistematicamente, a esser più precisi.

Sarebbe ridicolo e grottesco, se non fosse preoccupante: uno degli incarichi strategici dell'architettura sovranazionale è stato strutturato a tavolino in modo da imbrigliare chiunque ne assuma il peso; allo stesso tempo, i governi nazionali sono troppo pavidi per rischiare un battitore libero, e manco si sognano di affidare la faccenda ad una personalità effettivamente tagliata per la parte.
Allo stato attuale delle cose, la linea politica internazionale dell'Unione Europea è affidata a lentissimi e farraginosi tavoli di confronto tra tutti i Paesi Membri - e qui, ovviamente, non si riuscirebbe a decidere nemmeno il colore delle tende di un ipotetico condominio. Se no, si incontrano di volta in volta due/tre Stati più direttamente toccati dai problemi geopoliticamente più urgenti e decidono privatamente una linea; gli altri si accoderanno alla bell'e meglio: è andata così per le trattative sul gas tra Germania-Russia-Ucraina qualche anno fa, per i trattati Italia-Libia con Gheddafi, per le relazioni tra Regno Unito e resto del mondo eccetera.

Non che sia grave: in un periodo di stabilità economica, conflitti decentrati, equa distribuzione energetica e buona circolazione delle materie prime tutti questi problemi possono essere affrontati con calma e serenità.
Incidentalmente, tuttavia, come si diceva in apertura, non si sta verificando nessuna (nessuna!) di queste condizioni.
Il più esteso Paese del mondo è alle prese con una disastrosa crisi economica, prodotta volontariamente dal massacro energetico deciso sui mercati mondiali.
La più turbolenta area del mondo ha visto l'ingresso in scena di spietati criminali che se ne infischiano di qualunque canone di civiltà stabilito dai tempi dell'Olocausto ad oggi.
L'unica superpotenza residua, al contempo, ha rinunciato al ruolo di sceriffo planetario e si è ritirata in un isolamento dorato, lasciando il resto del mondo a cavarsela da solo (qui si potrebbe aprire una parentesi sul peggior Premio Nobel per la Pace da molti anni in qua per non dire di sempre, tirato dietro a Mister Obama sulla fiducia. Bella mossa, bravi).
Le risorse energetiche sono monopolizzate; quelle materiali anche.
Infine, ultimo dettaglio, i confini sono minacciati. Proprio dal Paese più esteso del mondo, che non senza ironia si potrebbe definire "alla canna del gas". Il problema è che, per quanto obsoleti, gli arsenali russi sono ancora stracolmi.

A metà tra storia, complottismo, filosofia e catastrofismo, ciclicamente ritornano dei Savonarola che blaterano circa la ciclicità delle civiltà. Tutti gli elementi portano a supporre che il turno dei più vicini al capolinea questa volta tocca a noi.
Per questo, da più parti, si invoca un cambio di passo. Lo fanno, curiosamente, i più feroci oppositori dell'Europa ("di questa Europa", puntualizzano), a destra come a sinistra. Le forze moderate, inspiegabilmente, traccheggiano, facendosi forza di un popolo europeo sostanzialmente pusillanime e a tutt'oggi traumatizzato dallo spauracchio della Seconda Guerra Mondiale. Con la differenza che tra il '39 e il '45 ci fu un conflitto tra ottimati, mentre oggi la minaccia arriva dai confini dell'Impero; e se prima la lotta vedeva vincere gli uni e perdere gli altri, oggi il rischio è di essere spazzati via, e diventare per la prima volta sobborgo del pianeta.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

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