Vattimo e il crederci veramente. Spingersi troppo oltre in nome di un'opinione

Vattimo e il crederci veramente. Spingersi troppo oltre in nome di un'opinione

Ci sono un paio di cose da sapere su di me, prima di cominciare a leggere questo articolo. 
Primo, sono laureato in filosofia. Sì, lo so. Scusate. Non so cosa mi passava per la testa, ma non vi preoccupate, poi ho cambiato mestiere.

Secondo, ero presente il giorno del discorso di Gianni Vattimo per salutare la facoltà dove ha insegnato a lungo, Lettere e Filosofia a Torino, prima del suo pensionamento. 
In quell’occasione, Vattimo mi era parsa una persona brillante e piacevole oltre che estremamente “illuminata”, in particolare nella disciplina di cui si è occupato per tutta la vita. 
Vattimo sembrava un intellettuale autentico, di quelli che “seminano” alberelli di curiosità nella tua mente e ti forniscono spunti di riflessione che ti accompagnano a lungo. Ma, oltre all’aspetto più puramente culturale, di Vattimo avevo ammirato lo spirito militante e politicamente appassionato, in un mondo dove il cinismo e il “disinteresse snob” sono scudi di protezione largamente utilizzati. 

In generale, ho sempre provato un’istintiva simpatia umana per chi investe energia, passione e intelletto al servizio di una battaglia di cui si è politicamente innamorato; a me capita sempre più di rado, proprio quando dovrei essere all’apice del mio istinto di militanza da venticinquenne italiano.

Sul serio. I militanti e gli appassionati sono il mio genere preferito di essere umano; sto e starò sempre qualche passo più indietro di chi passa il suo tempo a combattere in nome di una causa. 
Io non lo faccio abbastanza e sono in torto a priori. La mia vita pubblica, in quanto “animale politico”, è compromessa dall’imbarazzo più estremo nei confronti di ogni singola istituzione esistente. Vorrei fare il vero cittadino e andare a votare coscienziosamente, ma poi faccio cazzate. Lo ammetto, faccio un sacco di cazzate.
Ma mi conosco. Pur con tutti i miei limiti intrinsechi e le mie debolezze, credo che non arriverò mai nella mia vita a pronunciare parole tanto gravi e offensive quanto quelle di Gianni Vattimo a “La Zanzara” su Radio 24.

A questo link troverete il video del contributo di Vattimo alla trasmissione; se invece vi accontentate, questo è un riepilogo del suo intervento:

Israele vuole distruggere definitivamente i palestinesi, è una guerra di puro sterminio. Sono nazisti puri e forse un po’ peggio di Hitler perché hanno anche l’appoggio delle grandi democrazie occidentali (...)
Israele è un regime fascista che sta distruggendo un popolo intero. In Spagna non era niente in confronto a questo. Questo è un genocidio in atto, nazista, razzista, colonialista, imperialista e ci vuole una resistenza.

Gianni Vattimo, ex parlamentare europeo con L’Italia dei Valori (che quest’anno ha disperatamente provato a convincere i 5 Stelle a farlo candidare, senza riuscirci), è un filosofo e scrittore di fama internazionale, con un passato di militanza nell’estrema sinistra. E questa non è la sua prima dichiarazione violentemente anti-semita. 
Come dicevo prima, io ammiro gli “appassionati”, più di chiunque altro. E ho ammirato Vattimo in passato, nelle situazioni in cui mi è capitato di ascoltarlo dal vivo e assistere alle sue lezioni. 
Ma quanto può essere condivisibile una battaglia, prima che la ragione imponga di fermarsi e riflettere sulla terrificante gravità delle proprie opinioni?

Anche a me è capitato di “immergermi in una lotta” che ritenevo giusta e importante. Non sono sempre stato un cinico, e per alcuni versi non lo sono tutt’ora. Ma non mi sognerei mai di parlare di “olocausto a rovescio” e peggio di Hitler, nemmeno se stessi combattendo la più santa delle guerre.
Se avessi continuato a seguire un’onda solo per il senso interiore che la mia vita trae nel farlo, a quest’ora starei pontificando anche io contro gli ebrei in quanto popolo, e conto Israele in quanto nazione. 
Sarei diventato un intellettuale auto-proclamato che va a cucinare alla cena pro-Hamas del centro sociale dietro l’angolo, e sarei tornato a casa tutto contento dopo aver sputato sulla parete di una sinagoga.

Ognuno ha il sacrosanto diritto di pensarla come vuole sui bombardamenti di Gaza, e sul conflitto Israelo-palestinese in generale. Ogni posizione, per quanto mi riguarda, presenta problematiche e tematiche difficili da analizzare, ed è per me impossibile lanciarmi in una difesa di una o dell’altra.
Però, per quanto non sia disposto ad abbracciare una delle due cause, anch’io so riconoscere gli eccessi. La comprensione umana nei confronti di chi mette da parte la lucidità e la moderazione in nome di una causa di cui è profondamente innamorato finisce nel preciso istante in cui comincia il razzismo. 
Lo stesso terreno culturale che una volta produceva partigiani, liberatori, padri fondatori della Costituzione, intellettuali straordinari e grandi letterati, premi nobel, scienziati... adesso partorisce terrificanti sentimenti di violenza e odio che sfocia nel razziale, manifestazioni di solidarietà a entità e istituzioni di cui non si conosce una virgola.

Nessuno dovrebbe leggere in maniera univoca la questione palestinese, nemmeno i più grandi politologi sulla faccia della terra. In particolare, nessuno che non sia certo di avere inequivocabili e indiscutibili strumenti per farlo, può permettersi di parlare in nome di Gaza.
Voi non siete Gaza.
Siete il prodotto di decenni di vuoto politico, che vi ha ridotti ad estremi di cui non concepite neanche la gravità. Nessuno rifiuta un assist per gonfiare l’opinione pubblica della più banale e retorica isteria sociale, come quella della “Resistenza armata contro uno Stato–canaglia”, e voi lo impacchettate al servizio di chi pensate di stare combattendo.

Una delle peggiori colpe del berlusconismo è l’aver trasformato la politica in tifo da stadio, ma in questo la politica italiana è straordinariamente bipartisan: non solo per quanto riguarda il “forza Silvio!” o “Berlusconi merda!”, ma anche per cori più psicologicamente devastanti e imperdonabili. 
I discorsi su Israele, ad esempio, sono la più grave espressione di questa tendenza. Una visione manichea, che si limita a odiare gli arabi o gli ebrei a seconda delle preferenze, distrugge ogni ideale per il quale i veri “eroi” della sinistra italiana si sono battuti.

Israele va criticato; le colpe dei bombardamenti e dei morti di Gaza vanno imputate prima di tutto a chi innesca il detonatore. I governi e i suoi elettori sono i principali responsabili delle stragi dei palestinesi. 
Per di più, il rapporto di morti, di sangue versato e di condizioni disumane di vita è sbilanciato dalla parte dei più poveri e di chi ha meno risorse per fuggire dalla propria realtà. 
Ma se anche il rapporto fosse di mille morti a dieci (e non credo che lo sia), questo renderebbe le dieci morti vittime di serie B?

Il problema non è l’astenersi dal criticare Israele, che è sacrosanto e doveroso: il problema è la completa delegittimazione del diritto all’esistenza di Israele. Se si sbandiera la propria convinzione che “Israele non deve esistere”, si passa ad un tale livello di estremismo violento che non si è nemmeno più dalla parte delle vittime palestinesi: si è semplicemente manipolati dal desiderio di avere un nemico chiaro e distinto da combattere, e si fa il male di ogni singola parte in causa.
Puoi criticare un governo, ma non puoi mai predicare odio verso un popolo o una nazione. Israele non è uno Stato-canaglia più di quanto lo siano l’Italia, gli Stati Uniti o la Francia - e noi italiani “di sinistra” dovremmo saperlo più di tutti. 
Dovremmo comprendere fino in fondo la contraddizione esistenziale che nasce dall’amare un luogo, una storia e un popolo e nell’essere devastati dalla vergogna pensando al suo governo e allo stato delle sue istituzioni.

Odio ripetermi, ma voglio dirlo ancora una volta: io ammiro gli “appassionati”. Ancora oggi, dopo tutti i “a morte Israele” letti e uditi, mantengo intatta la mia più grande stima verso chi si batte per qualcosa. Non smetterò mai di apprezzare chi passa la propria vita a crederci veramente
Anche io vorrei crederci veramente, ma non sarò mai disposto a spegnere le spie del rispetto verso un popolo e verso uno Stato con istituzioni democratiche.
Persino l’Italia è uno Stato con istituzioni democratiche. Abbiamo Di Pietro, Renzi, Grillo e Vendola e qualcun altro ha Nethanyau che ordina bombardamenti. 
Ognuno ha le sue disgrazie, insomma, e noi italiani godiamo di una certa reputazione in proposito. Abbiamo la tendenza a diventare noi stessi la nostra più grande disgrazia, ed è una tendenza alimentata tanto dallo sciagurato asservimento e corruzione dei nostri rappresentanti quanto dall’odio anti-israeliano che molti di noi amano ostentare.

Davide Mela
@twitTagli 

Commenti

Chi ha più torto?

Definire "nazista" uno stato non è anti-semita. Anti-semita è una definizione che puoi solo applicare alle persone.
Ammesso - e non concesso - che Vattimo abbia politicamente torto (personalmente non credo abbia sbagliato di molto, ma sono opinioni) la tua definizione di Vattimo è più razzista della sua, visto che tu porti un attacco personale - sbagliato e gratuito - contro qualcuno che dava un giudizio politico su uno stato e non stava qualificando le singole persone.
Cordiali saluti da un altro filosofo riciclato.

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