Un lavoro mediocre nuoce alla salute mentale più della disoccupazione

Un lavoro mediocre nuoce alla salute mentale più della disoccupazione

Non c'è alcun dubbio che dopo la crisi finanziaria il mercato del lavoro britannico sia stato più resiliente di quanto molti si aspettavano. La disoccupazione non è aumentata quanto si temeva e la ripresa dell'occupazione ai livelli pre-recessione è stata più rapida di quanto previsto anche dagli economisti del lavoro più ottimisti.
I politici dovrebbero dunque compiacersi e darsi pacche sulle spalle tra loro? Almeno superficialmente, sembra ci sia stato un miracolo del lavoro, nonostante la cintura dell'austerità sia ancora stretta.

Purtroppo, avendo studiato la qualità degli impieghi che molte persone svolgono nel Regno Unito, questo non è del tutto vero. Il mercato del lavoro sta andando bene, certo, ma gli impieghi di scarsa qualità, precari e temporanei rappresentano un problema crescente e potenzialmente corrosivo che minaccia la nostra produttività e competitività, i livelli di inclusione sociale e, in definitiva, la salute dei lavoratori.
Molti obietteranno che il lavoro temporaneo è essenziale se dobbiamo avere un mercato del lavoro flessibile e questo, ovviamente, è vero e lo è sempre stato. Ma cosa dire degli effetti di questo tipo di impiego sulle persone che lo svolgono?

La mia ricerca si è concentrata sul rapporto tra i lavori saltuari che hanno scarsa qualità psicosociale e la salute mentale di chi li svolge. E le conclusioni ci spingono a chiederci, forse ereticamente, se è sempre vero che stiamo meglio quando lavoriamo.

LAVORO E BENESSERE

La qualità psicosociale del lavoro riguarda il grado fino a cui un impiego favorisce il controllo, l'autonomia, la competizione, la varietà e la discrezionalità negli incarichi, e influisce sull'aumento o sulla diminuzione del benessere psicologico.

C'è un chiaro legame tra l'essere occupati in un “buon lavoro” e la salute mentale. Un contributo importante alla comprensione di questo legame è giunto dall'indagine denominata “Household, Income and Labor Dynamics in Australia” (HILDA), che raccoglie un corposo insieme di dati facilmente confrontabili anche con altre situazioni, come la disoccupazione.
I risultati, pubblicati da Peter Butterworth con i colleghi della Australian National University, dovrebbero suscitare l'interesse di quei Paesi che prendono sul serio lo sviluppo di una coscienza di ciò che significhi davvero “stare meglio” quando si lavora, al di là delle limitate definizioni economiche.

Secondo il senso comune, essere disoccupati è una cosa negativa. Di certo lo è per il reddito, come sappiamo. Lo è anche per l'autostima, la dignità, l'inclusione sociale, le relazioni e la salute. Quindi, a parità di tutti gli altri fattori, una politica che promuove la reintegrazione delle persone nel mondo del lavoro è razionale e basata su elementi concreti.

Tuttavia, il senso comune, sviluppando questo concetto, ci dice anche che un lavoro è meglio di niente, soprattutto durante un periodo di alta disoccupazione. Questo assioma pervade l'attuale politica del Regno Unito nei confronti delle esperienze lavorative obbligatorie e la mentalità del “lavoro socialmente utile” o “work for benefits” promossa da molti politici.

PEGGIO DELLA DISOCCUPAZIONE

Fare un lavoro di scarsa qualità che magari è noioso, ripetitivo o che determina sottoccupazione o non corrisponde alle competenze del lavoratore è ampiamente considerato un buon modo per il disoccupato di restare connesso con il mercato del lavoro - e di non perdere l'abitudine a lavorare.
Ma i dati di Butterworth contraddicono quest'idea. I dati dell'HILDA dimostrano senza ambiguità che la qualità psicosociale dei lavori mediocri è peggio della disoccupazione. Butterworth ha considerato chi passa dalla disoccupazione all'occupazione e ha scoperto che:

"Coloro che hanno ottenuto impieghi ottimali hanno mostrato un miglioramento significativo della salute mentale in confronto a coloro che sono rimasti disoccupati. Gli intervistati che hanno ottenuto impieghi di scarsa qualità hanno mostrato un peggioramento significativo della salute mentale in confronto a coloro che sono rimasti disoccupati."

Così adesso abbiamo una risposta leggermente diversa alla questione se i disoccupati stanno meglio quando lavorano. Sì, stanno meglio, a patto che abbiano buoni posti di lavoro. Se hanno posti mediocri, c'è una possibilità perversamente concreta che staranno peggio – soprattutto in termini di salute mentale.

Ancora una volta, chi crede che le politiche contro la disoccupazione debbano avere sfumature punitive farebbe bene a chiedersi se la massima “tutti i lavori vanno bene” sia corretta come gli piace pensare. Inoltre, dovremmo forse chiederci se le politiche delle “porte girevoli”, quelle per cui molte persone tornano disoccupate poco dopo che gli è stato trovato un lavoro, non debbano forse il loro scarso rendimento, in parte, agli aspetti psicosociali dannosi dei lavori stessi.

Questo non dovrebbe trattenerci dal fare tutto il possibile per aiutare le persone a trovare lavoro. Dovrebbe però farci pensare molto di più a come la qualità dei posti di lavoro può influire sulla nostra salute e sulla nostra produttività.
Anche in recessione, la scomoda verità potrebbe essere che “un lavoro” non è affatto meglio di niente.

Stephen Bevan (Lancaster University)
Traduzione dall'inglese a cura di Fabio Zantomio

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L'articolo è stato originariamente pubblicato su "The Conversation"

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