Tre giorni in punta di piedi - l'universo dei concorsi di danza

Danza e bambini

Mi sono immersa nel mondo della danza per ben tre giorni in occasione della IV edizione Start Dance & Street Starter 2013 che ha avuto luogo a Nichelino (in provincia di Torino) tra l’1 e il 3 Novembre: un concorso di danza classica, moderna, contemporanea e hip hop. I concorsi allestiti in Italia sono numerosissimi, molte scuole ne organizzano offrendo borse di studio e soggiorni-premio presso le loro sedi al fine di far circolare i talenti: inoltre, la necessità di competere è un aspetto divenuto negli anni sempre più importante per gli allievi. I ragazzi vogliono tenere una coppa in mano e i genitori vogliono vedere i risultati delle loro spese palesati in una fotografia da appendere in soggiorno.

Appena arrivata parlo con il direttore esecutivo Christian Barberi e con alcuni membri dello staff, ballerini e insegnanti anch’essi: mi raccontano della quasi totale assenza di aiuti a livello statale e della “burocrazia statica, sterile e abbietta” – come la definisce Barberi - che nelle piccole realtà ostacola la promozione della danza, settore messo in secondo piano nel panorama artistico nazionale. Vengo a sapere che per organizzare queste tre giornate è stato necessario un anno di lavoro e molta bile, soprattutto perché le istituzioni locali non fanno niente per venire incontro alla promozione della danza che, tra le arti, è quella meno mediatica e monetizzabile: il tutto portato avanti grazie allo spirito entusiastico volto a voler arrivare ad un risultato concreto e a incentivare la nascita di una futura e dignitosa generazione di ballerini. L’atmosfera del concorso pare piuttosto serena: vedo ballerine in tuta che smangiucchiano frutta o merendine, insegnanti che cuciono costumi e qualche bimba in tutù che saltella adrenalinica. Chiedo alla direttrice di una scuola in gara come i bambini possono vivere un’esperienza del genere e come mai non vedo nei dintorni mamme e papà: mi risponde che i ragazzi si divertono e che questi concorsi sono utili perché “ti buttano in mezzo alla mischia e tu devi imparare a confrontarti”. I genitori? Lei preferisce non averli intorno, creano molti problemi e sono troppo apprensivi ed esigenti.

Scopro in effetti che la domanda più temuta di docenti e direttori artistici è “com’è il rapporto con i genitori degli allievi?”: la risposta è sempre la stessa, occhi al cielo e un diplomatico sospiro. Ascolto un’insegnante della Scala raccontare di padri che si comportano come luminari del ballo e pretendono “garanzie di miglioramento” (là dove nessuno può garantire niente, ovvero nell’arte): mentre i ragazzi vivono la competizione in modo piuttosto sereno, sono più i genitori a volere “la coppa” o l’affermazione pubblica della superiorità della piccola stella di casa. La direttrice della Scuola Linea in Movimento, che ha organizzato l’evento, mi dice:

Non si ha la capacità di comprendere, in Italia, che la danza è soprattutto formativa del corpo e dello spirito: ballare significa imparare a disciplinare se stessi e il proprio fisico, sfidare i propri limiti e crescere. Molti genitori questo non lo capiscono”.

hip hop

Il venerdì ci sono le preselezioni in vista della finale al galà della Domenica; vedo numerosissime performance di bambini e ragazzi fino ai 18-20 anni e scopro che la danza in età infantile è condita di un’ironia che non mi aspettavo, nelle coreografie – dai titoli bizzarri come “Polka miseria”- e nell’abbigliamento, fatto di pigiamini a righe alternati a rigide gonne in tulle. Va detto che nel momento in cui mi intrufolo nel backstage subito dopo gli spettacoli colgo un paio di insegnanti impegnate in decise lavate di testa: “bisogna fare in modo che non si montino la testa, anche quando vincono” mi dice una di loro. Allora un po’ di tensione c’è.

Secondo giorno: lezioni di hip hop e relative gare. Niente chignon né profumo di polvere e body lavati (“odore di danza” lo definisce un membro dello staff) ma sneakers, tute e atteggiamento disinvolto. Anche oggi giudici e ospiti di pregio, gente ricca di talento ma umile e modesta: prima di iniziare a valutare la competizione, si mettono a ballare davanti a tutti per dimostrare la loro competenza. La disciplina del classico lascia il posto a corpi meno evanescenti e maggiore spontaneità: lo spirito competitivo qui è più abituale - predomina il free style, la lotta a due tra ballerini che improvvisano a turno su basi musicali - eppure è meno avvertibile. È più manifesto, più frequente: dunque lo si avverte di meno, perché ce lo si aspetta. Sostanzialmente ci si diverte di più, si balla di più e ci si arrabbia meno con se stessi e con l’avversario.

ib_p004_0_20Il terzo giorno di nuovo classico e contemporaneo, chignon e punte di gesso: ho un Virgilio d’eccezione nella persona di Pompea Santoro, qui come ospite e direttrice della Eko Dance International Project, la sua compagnia di danza.

La Santoro è una delle maggiori ballerine classiche e contemporanee esistenti ed ha lavorato con artisti quali Mats Ek, Sylvie Guillem e Roberto Bolle: e cosa ci fa a Nichelino, provincia di Torino? Ci vive e insegna. Benché riconosca che quello a cui sta assistendo è fatto molto bene ammette che i concorsi, in generale, non le piacciono: la danza non è uno sport, per esprimersi un ballerino ha lo spettacoloTutti  considerano un vero traguardo solamente il fatto di potersi dichiarare "primi", salire su un podio che è estraneo alla natura della danza. Questo trend del voler premiare a tutti i costi non le sembra educativo: insegna ai ragazzi a voler essere migliori di qualcun'altro quando la vera sfida di un ballerino è il superamento di sé stessi: mi racconta di cosa può significare prendere un ragazzino di dieci-undici anni e chiuderlo in un’Accademia quando secondo lei l’età in cui si capisce veramente se si hanno le carte in regola per darsi al professionismo sono i quindici anni, quando il fisico si è ormai definito. Mi parla di quelli che noi non vediamo, le star mancate che hanno fatto gli stessi identici sacrifici degli “arrivati” ma senza il lieto fine di questi ultimi. Mi parla di come molti di loro siano rimasti traumatizzati da tale esperienza. Resta fondamentale incontrare gli insegnanti giusti, sostiene, sennò il talento non basta: “e poi la danza, prima di tutto, è un questione di questo”, afferma battendosi l’indice contro la tempia.

Se non c’è la testa, se non si è forti e determinati, non si va da nessuna parte”.

Dopo che mi ha descritto tutto ciò che può comportare essere ballerina classica professionista – l’assenza o quasi di vita privata, l’impegno mastodontico, le delusioni, i rischi per corpo e mente - io le chiedo se una carriera come la sua vale i sacrifici fatti per un’esistenza intera. Lei mi guarda stupita:

Sacrifici? Io non li ritengo sacrifici. Ho fatto quello che desideravo per venticinque anni, l’ho voluto io. Come si fa a considerarli sacrifici? È la vita che hai scelto e sei contenta di viverla.”

 

Silvia Nazzareni

@twitTagli

 

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