TRANSASIA - Cap. 5: Turismo di sopravvivenza in Azerbaigian

Partire all’avventura è un’esperienza gloriosa, certo. Ma dopo, a viaggio finito.
Durante, musei e parchi naturali sono solo intermezzi in un susseguirsi di urgenze. Prendiamo me adesso: puzzo. Tre mattine fa mi sono svegliato in un letto matrimoniale con lenzuola bianche in un albergo a Tbilisi, e a mezzogiorno ho preso un treno da Tbilisi a Baku. Il viaggio è durato 20 ore. Ripeto: venti-ore. Poche delle quali su una minuscola branda di un convoglio sovietico.
Arrivato in Azerbaigian, non solo ho scoperto che i miei amici se ne sono già andati, ma che io avrei dovuto aspettare per giorni prima di poterli riprendere. Ho dormito in aeroporto per risparmiare, e ora eccomi qui, con addosso l’odore di due Paesi e dell’agosto inoltrato. Per risolvere i miei problemi, da qualche parte devo iniziare, e io ho deciso di iniziare da una doccia.

 

Cerco su Google Maps delle piscine pubbliche, ma i primi due risultati sono dei Club Fitness in alberghi cinque stelle da 25€ a entrata. Non fa per me.
Poi, l'illuminazione: a ben pensare, una piccola piscina municipale non cerca di attrarre turisti; quindi, anche se fosse indicizzata su Google e non su Yandex, non avrebbe il nome tradotto in inglese. Il mio migliore amico, in questo momento, è Google Translate: scrivo “piscina” nel campo italiano, seleziono la lingua azera e faccio copia-incolla della traduzione su Maps.
Niente da fare. Stessi risultati di prima. Peccato, valeva la pena tentare. 

L'ultima mia carta è costituita dalla più antica forma di pubblicità, il passaparola: non so se vi è mai capitato di chiedere informazioni stradali in azero a degli irsuti sessantenni, puzzando come un cammelliere medioevale, ma sappiate che non è un'impresa facile. Nostante le difficoltà, comunque, riesco di passante in passante ad arrivare ad un posto che chiede 6€ all’ora. Ora ragioniamo.

 

Entro e rimango interdetto: non che mi servisse una vasca olimpionica, ma… che razza di misura è 18 metri? La puzza di cloro è insostenibile, il rimbombo moltiplica lo strillare dei troppi bambini oltre la soglia di tollerabilità: eppure questo posto mi serve, e se una cosa ti serve la tua psicologia è molto meno schizzinosa di quanto avresti pensato seduto in camera tua, in un pomeriggio di maggio. 
Faccio qualche vasca per non destare sospetti, e cerco di non pensare ai lividi freschi che mi stanno provocando i ragazzetti azeri nuotando a rana e non facendo attenzione a chi colpiscono con la loro gambata. Poi dopo un po' esco e procedo dritto verso il mio obiettivo: le docce.
Rimango lì per più di un’ora, prima sotto l’acqua gelida per qualche minuto, e poi a fare avanti-indietro fra l’unico lavandino (nella stanza con le turche) e l’unico specchio (per qualche motivo posto all’ingresso della sala con le docce).
Radersi la barba di un mese in queste condizioni non è facile, specialmente con un rasoio usa-e-getta: il lavandino diventa una schifezza e il mio viso un campo di battaglia. Mi sa che porterò le cicatrici di questo pomeriggio per un po', ma adesso ho indossato vestiti puliti e la faccia rasata, ordinata e profumata. Ho un aspetto sufficientemente diverso da ieri, e spero di non insospettire nessuno quando proverò a dormire in aeroporto per la seconda sera di fila.

 

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I soldi restano un problema: non mi posso permettere di dormire in albergo, e ancor meno di poter mangiare al ristorante. Di conseguenza, faccio quello che avevo fatto in Francia due anni fa, quando la borsa di studio mi arrivò con due mesi di ritardo: parto alla ricerca dei prodotti da discount più economici.
I supermercati sembrano asettici e troppo illuminati, come in qualunque altro posto; gli scaffali però non hanno le cose a cui sono abituato. Niente panini, affettati o insalate in busta. Forse è un bene questo, ed è la società in cui vivo che mi ha abituato a mangiare di fretta e male. Mi ritrovo quindi a sognare un buon piatto di stufato di manzo cucinato lentamente, e gustato con in sottofondo della musica jazz.

Riapro gli occhi e mi avvicino a un commesso intento a sistemare le conserve sugli scaffali.

“Hello! Restaurant?” e faccio le spallucce cercando di risultargli simpatico.

Lui si comporta al limite del tenero: totalmente incapace di comunicare con me, ma traboccante di buona volontà, mi porta all’ultimo di cinque piani del centro commerciale, mi saluta e se ne va imbarazzatissimo. Io mi frego le mani, ma troppo presto: il menù con antipasti di caviale da 200$ mi dice che sono ancora lontano da quello che sto cercando.

 

Esco per strada. In spalla ho tutto ciò che possiedo.
Poi, un colpo di fortuna: trovo un locale che rappresenta la soluzione a tutti i miei problemi. Wi-Fi gratis e potente, presa al muro per il caricabatterie, piatti abbondanti e a buon prezzo, pochissimi clienti. Perfino la musica folkloristica di sottofondo, per un tocco di autenticità in più.
Faccio pranzo con una porzione di Sulu Khingal, una zuppa di carne di montone, ceci e tagliatelle, e passo il resto del pomeriggio inchiodato alla sedia, dicendo ai miei genitori che va tutto bene, e ai miei amici che almeno il peggio è passato.
Sto molto meglio di questa mattina.

La seconda volta che dormo in aeroporto cambio terminal. Stavolta sono arrivato prima, verso le dieci di sera, e c’è ancora gente che deve entrare per prendere davvero un volo.
Hanno tutti il passaporto in mano, ma la guardia è svogliata: quasi si arrabbia quando i viaggiatori attirano la sua attenzione per ricordargli che non sta facendo il suo lavoro. Buon per me: quando passo io non incrocio nemmeno il suo sguardo, e tutto si conclude in dieci secondi.
Trovo una panchina libera accanto ad altre persone che stanno già dormendo, mi metto le cuffie, e guardo in streaming il film più adatto a questa situazione, “The Terminal” con Tom Hanks, costretto come me a vivere in un aeroporto.
Per me, più che intrattenimento, si tratta di una guida.  

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Senza dover cercare un posto dove mangiare e dormire la notte, il terzo e ultimo giorno posso tornare a respirare l’atmosfera locale e cambiare atteggiamento: da “sopravvivenza” passo al “già che ci siamo, tanto vale godercela”.  
Inizio con una visita all’Ateshgah di Baku, un Tempio Zoroastriano dedicato al culto del fuoco. Per i fedeli di questa religione, l’acqua, la terra e soprattutto il fuoco sono elementi purissimi, e non vanno contaminati. Il che porta ad una serie di problemi logistici non indifferenti, come ad esempio lo smaltimento dei cadaveri, che - a differenza dell’anima - vengono considerati impuri.
Buttarli in mare, seppelirli, o cremarli non si può: così, nell’antichità l'unica opzione era usare le cosiddette "Torri del Silenzio", in cima alle quali venivano esposti i corpi come... cibo per gli avvoltoi. Ai giorni nostri la tecnologia viene in soccorso con cremazioni elettriche o inumazioni con bare poste nel cemento, e questo permette di non insozzare gli elementi.

Il biglietto per il tempio ha un costo diverso a seconda che si vogliano fare foto o meno. Come anche in Georgia, sembra una moda diffusa nel Caucaso ma rimane, come tutte le regole difficili da far applicare, inutile. All’interno non c’è altro personale, e non avrebbe nemmeno senso che ci fosse, dato che il posto è vuoto come nelle immagini online.
Per me sono particolarmente interessanti le iscrizioni in sanscrito così lontane dall’India, che riconoscevo grazie a qualche lezione di Hindi all’università. Al centro del complesso pentagonale c’è un tempietto che custodiva il fuoco sacro fino alla fine del diciannovesimo secolo. Poi, la costruzione delle prime raffinerie nelle vicinanze ha interrotto l’alimentazione di gas naturale del tempio, che fu presto abbandonato. 

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La mia prossima tappa, Yanar Dag, non ha sofferto lo stesso destino, e continua a essere chiamata la “Montagna di Fuoco”. Non è un vulcano, ma una collina, dalla cui base esce in superficie il gas naturale attraverso la roccia porosa, creando lingue di fuoco che non si spengono mai, alte quanto me.
Come l’Ateshgah, anche questo posto è abbastanza sperduto nella periferia della capitale, e non è difficile scorgere cavalli pascolare, o bambini del posto indifferenti alle fiamme: i piccini invece tengono lo sguardo puntato su di me, che sono la vera novità.

Torno in centro e mentre aspetto il bus per l’aeroporto, dove voglio dormire anche per la terza sera, mi rivolge la parola un turista che dall’accento sembra francese. Vuole assicurarsi di essere alla fermata giusta, e io gli spiego nella sua lingua i tre modi diversi per raggiungere l’aeroporto che ho usato nei giorni scorsi.
“Ma lei ci abita?”.
“Dove? Intende all’aeroporto?”.
“Non dica sciocchezze! A Baku intendo! Sa dare indicazioni così precise!”.
“Ah no, spero proprio di essere solo di passaggio.”
Saliamo su un pullman molto carico e rimango schiacciato vicino alla porta davanti. La canicola ci porta a percorrere l’autostrada con una delle due porte di mezzo aperte, per simulare un po’ di aria condizionata. Uomini in camice a quadri e maniche corte mi passano i soldi per metterli nella scatolina accanto all’autista, e una signora che non porta il velo paga con una banconota e rimane a guardarmi. Dai suoi gesti e dall’indifferenza degli altri passeggeri deduco che posso prendere liberamente le monetine di resto dalla scatola e passargliele; nessuno batte ciglio.


Resto a osservare la banconota stropicciata, e capisco che ha qualcosa in comune con quelle della Georgia, qualcosa che non ho mai visto prima: entrambe hanno disegnati i bordi del paese sul retro.
Questo ha senso, dato che entrambi gli stati rivendicano territori che de facto non controllano. L’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, protetti dalla Russia, sono disegnati all’interno delle frontiere georgiane, e alcuni irredentisti georgiani reclamano persino Sochi, la città delle Olimpiadi Invernali.

Allo stesso modo la regione del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena e de facto indipendente da decenni, è racchiusa entro confini Azeri sulla banconota che ho in mano. Anche agli osservatori più ingenui salta poi all’occhio il Nakhchivan, territorio staccato dal corpo principale del paese: controllando su Google Maps non si tratta di un’isola, bensì di un’exclave in un Caucaso dove nel corso dei secoli tutti prima o poi hanno dominato su tutti.
“Tu di dove sei?”, mi rivolge la parola un passeggero.

“Romania”.

“Ah, Gheorghe Hagi! Adrian Mutu!”. Sono abituato ormai da settimane a questo tipo di reazioni, comunque più sorridenti all’idea di Romania rispetto a quella a cui mi ha abituato l’Occidente.

“Qual è il tuo lavoro?”, chiedo io per cortesia.

“Lavoro alla dogana dell’aeroporto!”.
Sbianco. Come cavolo faccio a beccarmeli tutti io? Il ragazzo però non sembra notare il mio cambio di espressione, e si limita a chiedermi innocentemente se può aggiungermi su Facebook.

Mi sistemo sui divanetti del McDonald’s al terzo piano dell’aeroporto e mi preparo per andare a dormire. Domani per la prima volta in tre giorni ho davvero un volo da prendere, quello che mi porta in Uzbekistan dai miei amici.
Per l’eccitazione non riesco a chiudere occhio, e sfogliando giornali online vedo una notizia sulla regione cinese autonoma dello Xinjiang, la zona più a nord-ovest della Repubblica Popolare: l’ISIS ha invitato gli Uyghur, popolazione locale etnicamente turca e musulmana, a mobilitarsi per ottenere l’indipendenza dal giogo cinese.
Come risposta, il governo cinese ha vietato a tutti gli uomini con la barba e alle donne col velo di salire sui mezzi pubblici.
Quanta lungimiranza, quanto dialogo, quanta empatia! Sono sicuro che questo provvedimento ridurrà le tensioni.
Non che me ne freghi qualcosa, mica passo di là fra sole tre settimane...

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George Gavrilita

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LEGGI QUI TUTTE LE PUNTATE DI "TRANSASIA"

Prologo: Chiacchiere in Georgia
Cap I - Verso la Cina, con mezzi di fortuna
Cap II - Fuga dall'aeroporto di Baku
Cap III - Visti per l'Uzbekistan e rovine greche
Cap IV - Bloccato a Baku, senza soldi né amici
Cap V - Turismo di sopravvivenza in Azerbaigian
Cap. VI: Uzbekistan, mari prosciugati e paranoia collettiva

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