TRANSASIA - Cap. 4: Bloccato a Baku, senza soldi né amici

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Sono in Azerbaigian da 24 ore, ma mi sembra già un’eternità.
Dopo avermi fatto aspettare sulla panchina per un paio d’ore, la navetta dall’aeroporto di Baku verso il centro parte puntuale alle 8 del mattino. Il resto della gente sui sedili intorno a me è arrivata dalle campagne a piedi: persone povere che non possono permettersi di pagare nessun altro mezzo per arrivare in città. 
Una cosa in comune ce l’abbiamo: né io né loro siamo atterrati con un volo notturno. Io ho provato a dormire nel terminal per una notte, però le guardie, senza nemmeno farlo apposta, mi hanno messo in fuga verso le cinque di mattina. Come sono finito a dormire lì?

Ieri, quando ero appena sceso dal treno notturno preso a Tbilisi, per prima cosa avevo cercato una connessione internet: non perché in crisi da astinenza da Facebook, ma perché dovevo mettermi in contatto con Francesco, Roberto e Davide, i miei compagni di viaggio con cui mi ero dato appuntamento nella capitale azera. Appena uscito dalla stazione, davanti a me si leva il KFC più sultanico della storia, e mi acquisto con una Coca-Cola l’accesso alla rete.

“Dove siete?”, scrivo sul nostro gruppo su WhatsApp. 

“Stiamo aspettando il treno per Samarcanda. Tu sei arrivato in Azerbaijan?” risponde Roberto quasi immediatamente.

 

Grattacieli a BakuLo scherzo va avanti da quando ero a Tbilisi. Per qualche motivo vogliono farmi credere che hanno già attraversato il mar Caspio e sono ad Aktau, in Kazakistan, mentre io so benissimo che ci troviamo tutti in questa città, Baku.

Però se la sono studiata proprio bene: più messaggi ci scriviamo, più tirano fuori una quantità di dettagli impressionanti su orari di treni, distanze, e tutta una serie d’informazioni che non eravamo riusciti a trovare su internet. Tutto questo, per burla no?

No?

Ad un certo punto mi rendo conto che la vocina che avevo seppellito nel profondo del subconscio è diventata una verità che mi sta colpendo in faccia come un macigno: il traghetto sul Caspio c’è davvero solo una volta a settimana, e per questa settimana è partito due giorni fa, con loro a bordo.

“Quindi adesso cosa fai?”, chiede un Roberto più lontano di quanto mi piace ammettere. Quindi adesso cosa faccio?
“Mi metto a piangere” sembra un’ottima risposta.
Non era questo l’itinerario che avevamo stabilito quando ci eravamo separati ad Atene. Doveva essere una lontananza di una dozzina di giorni: non era previsto che io rimanessi bloccato qua un’altra settimana, senza riuscire mai a riprenderli. Baku doveva essere una toccata e fuga.
Non possiamo trattenerci a lungo in nessun posto infatti: intanto, i visti hanno scadenza limitata, poi fra poche settimane inizia il semestre universitario in Cina... e per finire, i soldi destinati agli alberghi nelle varie città dove non abbiamo nulla da fare non sono infiniti (e i miei lo sono ancora meno dei loro). Inoltre in Uzbekistan non conosco un Walter che mi tiri fuori dai guai come in Georgia: non ho abbastanza denaro e non ho nessun aggancio umano nel raggio di mille chilometri, e non è un'iperbole.
Male, molto male.
“George, ci sei?”. La notifica sonora interrompe le mie elucubrazioni.
“Scusa”, digito io in fretta, e premo invio. “Vi raggiungo”. E poi aggiungo: “Datemi qualche ora e vi dico anche come”.

Al caos che la disperazione ha messo nella mia testa si è sostituito un punto di partenza: sono a Baku, e la soluzione corretta deve includere per forza la variabile "raggiungere i miei amici dall’altra parte del Mar Caspio": per una questione di affetto, certo, ma di sopravvivenza in primis.
Più facile a dirsi che a farsi: la nave per Aktau è esclusa, ci vuole troppo tempo e non voglio scoprire cosa succede quando lasci una ex repubblica sovietica con un visto scaduto.
Quali alternative ci sono?
Apro Google Maps e faccio un enorme zoom-out, prendo un foglio bianco e inizio a creare una tabella con nomi di città dell’Asia centrale su ogni riga, date di partenza per colonna, e costi e durate dei viaggi nelle singole caselle.

Itinerario Asia Centrale

Prima opzione: prendere un traghetto per Turkmenbashi, quello segnato con la linea verde.
A differenza di quello per Aktau, ce n’è uno tutti i giorni - e la traversata dura anche meno, perché il porto è davanti in linea retta rispetto a Baku, mentre per arrivare in Kazakistan bisogna attraversare il mare obliquamente (la linea rossa).
Guardo i prezzi, le recensioni, e mi accorgo che tra l'altro serve anche un visto di transito, che dura al massimo tre giorni.
Poi c'è un altro problema: da Turkmenbashi all'Uzbekistan non esiste una strada diretta, perché in mezzo c'è nientemeno che un deserto. Bisogna perciò fare una lunga deviazione verso la capitale del Turkmenistan, Aşgabat, ed evitare il Deserto del Karakum. È come voler andare da Torino a Venezia ed essere obbligato a far tappa a Roma, con l’aggiunta che se non arrivi a Venezia entro tre giorni, usando solo treni lentissimi, ti mettono in prigione.
Magari un’altra volta.

Forse sto cercando la risposta giusta alla domanda sbagliata. L’idea originale era quella di arrivare in Cina senza prendere l’aereo: io sto preoccupandomi della parte "non prendere l'aereo", ma forse è arrivato il momento di considerare la parte dell' "arrivare" senza troppi grilli per il capo.
Inizio a guardare i voli per andare ad Aktau in partenza domani e dopodomani. Niente sotto i 150 € solo andata, quando io ho solo 50 € in tasca e il saldo negativo sulla carta. A questi andrebbe poi aggiunto il costo del treno per arrivare da Aktau a Samarcanda, e ulteriori giorni persi: dovrò chiedere soldi in prestito di sicuro, ma ci deve essere un modo più conveniente.
Servono più informazioni, più soluzioni, più idee: sul mio smartphone apro una seconda scheda di Skyscanner, poi un’altra, ricerca voli Baku-Aşgabat, Baku-Almaty, esiste un Baku-Samarcanda?, ma se arrivo ad Astana e poi…

“Ci siete ancora?”, scrivo su WhatsApp dopo un paio d’ore. “La cosa che ha più senso per me è volare a Tashkent”.
“Non c’è niente da vedere a Tashkent, non pensavamo nemmeno di fermarci”.
“Lo so, ma non ci sono voli diretti per Samarcanda. Costano 100 € in più, e hanno comunque tutti uno scalo a Tashkent. Prendo un treno o un pullman, spendo una frazione del costo e torno indietro”.
“Va bene, mandaci poi i dati della prenotazione”. Arriva il momento della verità.
“Ehmmm... non ho abbastanza soldi sulla carta, me lo potete comprare voi?”.

Silenzio radio.
Per favore, non adesso, non quando ho trovato una via d’uscita. 
“Mandaci le date. Te lo compra Francesco”.
Dopo mezz’ora esco per strada con la testa in fiamme, ma almeno ho la mail di prenotazione del volo in tasca. Un tassista mi ferma e mi chiede dove voglio andare.
Mi blocco, e poi inizio una risata isterica, imbarazzata e sconsolata: “Ti giuro non lo so. Che c’è da fare a Baku?”.

M’incammino in direzione del Mar Caspio, se non lo attraverserò, potrò dire che ci ho bagnato almeno i piedi. Sul lungomare coppie di amici maschi camminano con uno che tiene l’altro per il braccio, di poco sopra il gomito. Girandomi indietro posso ammirare la skyline di Baku, molto più americana di quella di Tbilisi, con grattacieli numerosi e dalle forme più diverse. Ci sono persino tre torri gemelle, messe agli angoli di un triangolo equilatero, dalla punta sottile e ricurva come i petali di un fiore.

 

Ritornando in città, vedo negozianti buttare la spazzatura nelle vie, tanto qualcuno passerà a pulire. Sui palazzi ci sono manifesti vecchi dell’Eurovision del 2012, e manifesti nuovi che pubblicizzano i Giochi Europei, un evento sportivo di tradizione olimpica la cui prima edizione si terrà poi proprio a Baku nel 2015. Sembra esserci un’ossessione con l’Europa: comprensibile, se si entra per un momento nella crisi di identità di uno Stato al crocevia dell'Eurasia in cerca di un’identità post-sovietica.

Torre della vergineFaccio tappa alla Torre della Vergine, uno di quei monumenti che si è appuntato la medaglietta di Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO: gli Azeri l'hanno piazzata persino su una banconota, ed è un incrocio tra una torre, una fortezza e un monumento costruita attorno al 1100. La sua caratteristica più saliente è il contrafforte, che dà alla torre quasi una forma a “8”, con il secondo cerchio molto più piccolo del primo. La pietra gialla che la ricopre si inserisce facilmente nel panorama, di cui la torre rappresenta il punto più alto.
Quello che mi affascina di più sono le decine di storie che cercano di spiegarne il nome, e siccome non esiste una versione definitiva mi sento libero di scegliere la più affascinante: si dice che un signore della guerra stesse assediando la città di Baku, e che avesse fatto sapere al re che avrebbe risparmiato gli abitanti se avesse ottenuto in sposa la principessa.
Seppur addolorato, il re acconsentì e comunicò la sua decisione alla figlia. La principessa comprese l’urgenza della situazione, ma non riuscì ad immaginare la sua esistenza a fianco di un guerriero sanguinario. Per questo, chiamò il suo futuro marito in cima alla torre per celebrare le nozze, davanti ai due eserciti schierati, ma invece di baciarlo, si buttò giù.
L’invasore, colpito dalla fierezza della fanciulla, richiamò le sue armate e abbandonò i suoi sogni di conquista.

Prima di riprendere i miei di sogni di conquista dell’Asia, devo intanto trovare un posto per dormire stasera. Devo rimanere tre notti in questa città, dato che i voli in partenza nei giorni immediatamente successivi costano uno sproposito.
Baku non sembra terra di ostelli: la città è popolata essenzialmente da una ricca borghesia che sfrutta attraverso reti clientelari le ricchezze del Mar Caspio, dai giacimenti di petrolio e gas naturale al caviale.
Una città al contempo cara e isolata non è un gran posto per i viaggiatori low-budget: dato che non c’è domanda di alloggi a buon mercato, non c’è nemmeno offerta.
Trovandomi già indebitato per il volo, spendere 40 € a notte per un albergo non è qualcosa che voglio fare. 

I suoni dei clacson interrompono i miei ricordi. La navetta dell’aeroporto, il posto dove sono finito a dormire ieri sera, è quasi arrivata in città. Devo ammazzare ancora 48 ore prima di riuscire ad andarmene, quindi paradossalmente mi ritrovo obbligato a fare il turista.

George Gavrilita

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LEGGI QUI TUTTE LE PUNTATE DI "TRANSASIA"

Prologo: Chiacchiere in Georgia
Cap I - Verso la Cina, con mezzi di fortuna
Cap II - Fuga dall'aeroporto di Baku
Cap III - Visti per l'Uzbekistan e rovine greche
Cap IV - Bloccato a Baku, senza soldi né amici
Cap V - Turismo di sopravvivenza in Azerbaigian
Cap. VI: Uzbekistan, mari prosciugati e paranoia collettiva

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