TRANSASIA - Cap. 2: Fuga dall’aeroporto di Baku

Panorama di Baku

Non capita spesso di recarsi in aeroporto a piedi, ancora meno quando non hai nessun aereo da prendere.
La via più breve tra dove mi ha lasciato il pullman suburbano e il terminal è in mezzo ai campi. Non esiste un collegamento diretto col trasporto pubblico: da queste parti, se qualcuno può permettersi un volo, può anche permettersi un taxi.
Non è il mio caso. 

Sento cani randagi in lontananza. La cosa di solito non mi spaventerebbe, ma questi sembrano essere parecchi, una muta inferocita. Inizio a camminare più velocemente verso le luci sfavillanti. Devo passare dall’altra parte di un’autostrada a otto corsie, in maglietta, bermuda e infradito e con lo zaino in spalla dal quale penzolano, attaccate per i lacci, le Converse rosse, che dentro non ci stavano.

 

Autostrada trafficataVerso mezzanotte arrivo davanti al cancello enorme, spalancato, dell’Aeroporto Internazionale di Baku, e tiro dritto. Cerco di non incrociare lo sguardo delle guardie, mantenendo un passo costante, comportandomi come se non ci fosse nulla di speciale in tutto questo.
Sulla mia sinistra il Terminal 1 è una brioche tutta ricoperta di lucine: una semisfera alla base con una seconda semisfera più piccola in cima. 

Attraverso tutto il parcheggio e, avvicinandomi alla porta del terminal, mi rendo conto che c’è un grosso problema col mio piano: vedo guardie e un metal detector a ogni ingresso dell’edificio. Tutte le altre volte che ho preso un volo, sono arrivato tranquillamente in aeroporto, ho fatto il check-in, e solo dopo ho dovuto passare i controlli di sicurezza.
Qui invece i controlli bisogna farli anche per entrare.

 

A questo punto però, e a quest’ora, fare marcia indietro è un suicidio. Le guardie, che per qualche strano motivo mi hanno lasciato in pace finora, sicuramente s’insospettirebbero.
Guardo a destra e sinistra mentre mantengo il passo, e vedo che c’è un bar ad accesso libero, ancora aperto.

Con nonchalance modifico la mia rotta, e facendo una curva larga entro dentro al locale, mi siedo in un angolo, mi metto le cuffie e fisso il cellulare. Non voglio ascoltare musica e ho la batteria al 5% , quindi non accendo nemmeno lo schermo, ma è una copertura perché nessuno mi rivolga la parola, e perché trovi il tempo di pensare a una soluzione.

 

Aeroporto Luccicante

 

Cosa faccio adesso? Quando entrerò dentro, mi chiederanno il biglietto. Io non ce l’ho un biglietto: sono venuto in aeroporto perché non so dove altro potrei dormire.

L’idea, sulla carta, aveva senso: ci sono le toilette, il Wi-Fi, l’aria condizionata. Molti aeroporti li ho trovati persino più comodi di alcuni ostelli in cui ho dormito - e soprattutto, sono gratis. Questo aeroporto in particolare però non sembra accettare prenotazioni last-minute.

Alzo gli occhi al cielo e lascio andare un lungo sospiro.
Così facendo, lo sguardo mi cade su un monitor, e decido di tentare il tutto per tutto.

 

“Buona sera signore, biglietto e passaporto per favore”, mi chiede in inglese la guardia mentre appoggio lo zaino sulla banda. Gli do il passaporto, e faccio per attraversare il metal detector.

“Scusi, e il biglietto?”.

“Ah, non l’avevo sentita. Non ce l’ho, devo ancora fare il check-in”.

“Non posso lasciarla entrare senza biglietto”.

“Guardi, se non mi fa entrare, non posso fare il check-in. Senza check-in, non posso darle nessun biglietto, capisce?”. Mi guardo intorno, rivolgendo un’espressione serena alle altre guardie. Sto dicendo una cosa perfettamente logica. Spero solo che lo capiscano anche loro, e non seguano la procedura alla lettera senza riflettere.

“Dove vola?”.

“Vado a Parigi col volo delle sette, AF8177 o qualcosa del genere, se non ricordo male”. Il numero me lo ricordo benissimo perché l’ho imparato a memoria, ma la gente normale non lo fa, quindi devo sembrare credibile.

 

“Quel volo c’è tre volte a settimana, domani non c’è”.

Congelo.

Come non c’è? Ho visto la lista delle partenze sul monitor del bar. Ho scelto quel volo apposta perché il check-in dovrebbe cominciare nel cuore della notte, giustificando la mia presenza lì a quell’ora.

Quando mi sono immaginato i possibili dialoghi nella mia testa, la replica giusta non era “Domani non c’è”: la guardia dovrebbe chiedermi invece, “Cosa ci fa lei a Parigi?”, al che risponderei “Studio lì”, mostrando la mia carta universitaria. Se mi chiedesse “Cosa fa lei a Baku?”, risponderei “Turismo”. Non per scelta, ma questo non è rilevante adesso.

Tant’è: quando il tuo compagno sulla scena sbaglia replica, la prima regola del teatro è rimanere nel personaggio, e mai e poi mai contraddirlo direttamente.
Lo spettacolo deve andare avanti.

 

“Ah, davvero? Ehm, potrebbe... controllare per favore? Spero proprio di non aver sbagliato giorno, s’immagina?”. Abbozzo una risata con tutta la faccia tosta che riesco ad avere, e cerco di abbozzare con fare complice.

“Guardi che questo è il mio lavoro”.

“Mi rendo conto, ma spesso d’estate le compagnie intensificano i voli. Con tutte le responsabilità che deve avere, non le si può mica fare una colpa se dall’oggi al domani compare un volo nuovo, un giorno che non dovrebbe esserci”.

Mi fulmina con lo sguardo. Guarda le altre guardie, prima l’uno, poi l’altra, si alza in piedi, col mio passaporto in mano, e va all’interno dell’aeroporto a parlare con qualcuno.

Ora, non so quanto sarebbe grave un giochetto del genere fatto in Francia, per dire.

Qui, però, sono un ospite, con tanto di visto in scadenza tra pochi giorni. L’ironia sarebbe arrivare all’aeroporto senza un biglietto, e trovarsi lo stesso su un volo, rimpatriato. 

Visto Azero

Dopo un’infinità il tipo ritorna. Avrà fatto tutti i controlli possibili sul mio passaporto. Solo sfogliandolo, si capisce che sono un cittadino rumeno, residente in Italia, diretto verso la Francia e con timbri di tutti i colori dell’arcobaleno.
In situazioni del genere, vuoi avere una storia semplice, e il motivo per cui mi trovo qui, da solo, senza soldi, è tutto fuorché semplice.

“Mi scusi signore per l’attesa, mi ricordavo male. Sono andato a guardare il monitor, ha ragione, il volo c’è. Passi pure”.

Tutto qui?

Mi fanno entrare nell'aeroporto, deserto ma illuminato a giorno.
Come primo istinto cerco una presa. Avendo un solo cavo USB, e potendo lasciare un solo apparecchio in carica tutta la notte, preferisco lasciare in carica la batteria esterna, anche se il cellulare è quasi scarico. Dopo due ore lo smartphone si carica e le altre ore di sonno non vengono sfruttate: la batteria invece ha più autonomia, e durante il giorno riesco a caricarci il cellulare più volte.

Alla fine del corridoio capisco di essere al piano terra di tre, e all’ultimo, il più lontano possibile dall’entrata, vedo il logo di un McDonald’s.
Salgo, e arrivo in paradiso: divanetti da salotto per due, con lampade attaccate a delle prese nel pavimento. Stacco la mia lampada, metto in carica, e nemmeno troppo rannicchiato mi addormento quasi immediatamente.

 

Peccato che, dopo quello che è sembrato un istante, qualcuno inizia a scuotermi.

“Signore, signore, si svegli, presto!”.

Mi metto seduto, senza capire niente.

“Signore, perde il volo!”.

“Il volo, di cosa sta parlando?”.

“Signore, il suo volo per Parigi!”.

Parigi. Parigi... Mi dice qualcosa. Strizzo gli occhi e metto a fuoco la faccia della persona. L’ho già vista.

È la guardia di ieri sera!

“Signore, venga, l'accompagno ai controlli di sicurezza! L’ha già fatto il check-in?”.

“Sì, sì, un momento, mi metto le scarpe!”.

Non penso di averci mai messo così tanto a legarmi i lacci nella vita, ma ho bisogno di pensare a come uscire da questa situazione. E in fretta.

“Guardi, devo proprio andare in bagno, grazie per la sveglia comunque!”.

Al che con una mano stacco caricatore e batteria, con l’altra prendo il mio zaino, e senza voltarmi corro in bagno, mi siedo sul water e connetto il cellulare alla batteria. Dopo un po’, si accende. Scopro così che sono le cinque e mezza.

 

Rimango immobile sulla tazza, respiro piano per non far rumore…
“...mi addormento di sera, ma mi risveglio prima del sole”, canticchio fra me e me. Incredibile, persino in una situazione del genere non ce la faccio a non pensare a qualcosa di buffo.

Resto lì per più di un'ora.
Sono entrate un paio di persone, ma nessuno ha bussato alla mia porta. Finalmente mi convinco che nel frattempo la guardia sicuramente sarà dovuta andarsene per fare qualcos'altro.
Apro uno spiraglio, e vedo il bagno deserto. Mi affaccio sul corridoio, e vedo il viavai di gente, ma anche tante, troppe guardie che pattugliano.
Un’ombra mi oscura la visuale per un istante - è un altro viaggiatore che sta correndo nella direzione dell’uscita. La gente corre spesso negli aeroporti. Non ci penso un secondo e gli vado dietro, tenendomi abbastanza lontano perché lui non si insospettisca, ma abbastanza vicino perché un osservatore esterno possa pensare che siamo insieme, e stiamo correndo per lo stesso motivo. Magari il nostro volo immaginario ha avuto un ritardo ed entrambi stiamo per perdere la coincidenza con un treno, chissà.

Esco nel parcheggio, e cambio passo, camminando normalmente fino alla fermata dei pullman. Non c'è nessuno in stazione: il servizio inizia solo alle otto.

Fuori fa ancora buio, ma non riesco a chiudere gli occhi.
Qualche ora l’ho dormita e in ogni caso ho troppa adrenalina in corpo.
Resto quindi a riflettere su come diavolo sono riuscito a ficcarmi in questo casino.

 

Aeroporto di Baku è un albergo

 

George Gavrilita

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LEGGI QUI TUTTE LE PUNTATE DI "TRANSASIA"

Prologo: Chiacchiere in Georgia
Cap I - Verso la Cina, con mezzi di fortuna
Cap II - Fuga dall'aeroporto di Baku
Cap III - Visti per l'Uzbekistan e rovine greche
Cap IV - Bloccato a Baku, senza soldi né amici
Cap V - Turismo di sopravvivenza in Azerbaigian
Cap VI - Uzbekistan, mari prosciugati e paranoia collettiva
Cap VII - Sul treno Tashkent-Samarcanda delle 8.54
Cap VIII - La gloriosa traversata del Caspio
Cap IX - Nuovi incontri tra le guglie di Meteora
Cap X - La movida di Salonicco
Cap XI - La Pepsi di Tamerlano
Cap XII - Balcani low-cost, più di quanto già lo siano

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