Smettetela di dire che la democrazia e la satira sono morte

Smettetela di dire che la democrazia e la satira sono morte

Nel momento in cui scrivo, il bilancio è ancora di 12 vittime. Non so se in poche ore quei “feriti gravi” di cui hanno parlato i telegiornali andranno a variarlo, ma so che è un numero ancora esiguo se paragonato a quello degli attentati di Madrid e Londra. Eppure è ugualmente forte, perché le vittime, altrettanto innocenti, sono per lo più persone che facevano della libertà di espressione il loro mestiere. Impossibile non essere sconvolti da questa pugnalata inferta a uno dei diritti più sacrosanti per cui si è lottato nel nostro Continente.

Ma alcune reazioni all’attentato alla sede di Charlie Hebdo mi hanno lasciato forse più turbata dell’attentato stesso. Già poche ore dopo l’avvenuto, numerose persone, sui social network, sui loro blog o nei titoli dei loro articoli urlavano a uno scandalo ancora più profondo e letale.

La satira è morta”, ha scritto qualcuno. “La democrazia è morta”, ha aggiunto qualcun altro. E io mi sono sentita mancare il respiro. Perché dover aggiungere altre due vittime al già triste bilancio di morti? Perché dover aggiungere altre due vittime a quelle dodici umane e fisiche, vigliaccamente uccise da tre fanatici con il volto coperto? La satira non è morta. La democrazia nemmeno. Entrambe, tuttavia, sono state gravemente attaccate, come se si fosse loro dichiarata guerra. Ad entrambe è stata inferta una ferita grave e gelida che lascerà una cicatrice visibile per molto tempo, ma non una morte. Non un altro lutto. 

Non si possono uccidere la satira e la democrazia con dei kalashnikov. Gli essere umani sì, purtroppo, ma non la satira e la democrazia. Lo dimostrano le reazioni commoventi e immediate di altri vignettisti, colleghi di quei quattro celebri e sfacciati che hanno perso la vita nell’attentato, o le reazioni impulsive e serie di chi pensa sia ancora troppo presto per suscitare una risata, e infine le reazioni satiriche vere e proprie, che dimostrano quanto scritto prima: la satira non è morta.

C’è quella in cui Dio — quello cristiano che, non illudetevi, è stato negli anni massacrato da Charlie Hebdo esattamente come il Profeta, forse di più — si tocca disperato la fronte e gli occhi nel vedere i quattro vignettisti, Cabu, Wolinski, Tignous e il direttore Char, arrivare in paradiso. Consapevole della forza tagliente e blasfema delle loro matite, “Oh no, non loro”, dice nel suo fumetto. In un’altra, il cui autore spero abbia almeno 10000 guardie del corpo, un terrorista spara un proiettile contro una matita gigante. Peccato che il proiettile non scalfisca nemmeno per sbaglio la matita e anzi vi rimbalzi sopra. Peccato ancora più grave che il proiettile rimbalzato finisca così per colpire il fondoschiena del Profeta.

Questa è la libertà di espressione, questa la democrazia. Questa è la satira: fare del sarcasmo anche nella tragedia e rispondere con la stesse armi di sempre, una matita e la libertà, a chi sa solo usare il terrore. Per cui smettetela di dire che la democrazia è morta, e la satira con lei. La satira non muore a causa di tre terroristi che travisano la propria religione, mescolano il banditismo al terrorismo e fanno della vendetta ideologica una bandiera. E lo stesso vale per la democrazia.

La democrazia muore quando chi se ne fa portatore da sempre smette di tenerla su un piedistallo e la trascura in nome di altri interessi. Per esempio, la democrazia muore di più quando gli Stati Uniti — da sempre strenui difensori del pensiero politico e ideologico della democrazia — attuano nei confronti dei loro prigionieri torture medievali tutt’altro che democratiche, piuttosto che quando dei vigliacchi fondamentalisti religiosi pretendono di indebolire un caposaldo della nostra cultura recente con un codardo spargimento di sangue.
La democrazia e la satira muoiono e moriranno solo se noi ci dimenticheremo di rafforzarle.

Non bisogna fare il gioco dei terroristi e bisogna ricordarsi che la democrazia non è morta nella sede del giornale Charlie Hebdo, e che ha ragione la scrittrice Janeczek — citatissima in queste ore — quando dice che “liberté, égalité e fraternité” sono ancora i metodi migliori per vincere contro chi ci vuole dividere.
A far continuare a vivere la satira ci hanno pensato da subito i vignettisti di tutto il mondo; a far lo stesso con la democrazia provvedano tutti coloro che sono sprovvisti di una matita e della capacità di disegnare.

Elle Ti
@twitTagli

Commenti

quoto al 100%

Bellissimo articolo, oltre a rendere il giusto tributo ai fumettisti uccisi riesce a evidenziare tutto l'isterismo della nostra società nei confronti dei valori che la sorreggono!
Mi permetto solo di aggiungere un esempio di quando la democrazia muore, giusto per riportare il problema anche dentro i nostri confini:
La democrazia muore anche quando un Salvini qualunque (e qualunquista) invece di condannare l'attentato lo usa a scopi politici fomentando la sua massa di seguaci che non è altro che il rovescio della medaglia degli attentatori di Charlie Hebdo...Non credevo fosse possibile, ma è riuscito ad alzare di nuovo l'asta dello sciacallaggio,un risultato veramente non da tutti.

Saluti,
Carlo Alberto

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