Siamo tutti filmmaker: un’indagine sulla liberalizzazione dell’immagine

Siamo tutti filmmaker: un’indagine sulla liberalizzazione dell’immagine

Produrre un video per mezzo di un dispositivo mobile e trasformare le immagini catturate in vero e proprio “media” fruibile da tutti: sembra difficile, ma è qualcosa di talmente comune da essere diventato banale.
La documentazione di un evento attraverso camere tascabili è parte dell’implicita quotidianità del ventunesimo secolo. 

Da una parte, questi dispositivi sono complici nel “crimine legalizzato” del tracciare ogni nostra singola mossa, trasformando la nostra esistenza in una condizione di costante sorveglianza e accessibilità ai dati personali rispetto a cui non abbiamo, e non avremo mai, speranza di allontanarci.
Dall’altra parte, uno smartphone o una camera aprono la possibilità di accendere la luce, osservare, documentare ciò che i media e i mezzi di comunicazione di massa potrebbero oscurare. 
L’uso comune di un device portatile ha un significato che risiede esattamente a metà strada tra la schiavitù e la liberazione, perché conferisce un potere che allo stesso tempo democratizza la produzione di immagini e incatena il proprietario alla messa in discussione della sua privacy e indipendenza. 

Lo spunto per questa riflessione sociologica mi arriva dal lapidario messaggio dell’autore del breve documentario digitale “Transformers: the premake, che denuncia l’idea che “everybody is a filmmaker now”. Trovandosi a Chicago per riprendere le immagini del backstage di Transformers IV, il documentarista Kevin Lee racconta come spesso si trovasse in una situazione in cui era circondato da tre livelli differenti di “filmmaking”.

  • Il primo era uno studio hollywoodiano che investiva centinaia di milioni per bloccare interi quartieri di Chicago e allestire un set dove robot giganti si prendevano a pugni e facevano esplodere palazzi.

 

  • Il secondo era il documentarista che raccoglieva materiale video per il suo progetto. 

 

  • E il terzo livello era rappresentato da una folla curiosa che sventolava smartphone e tablet per rubare scatti e video dal set. 

In qualche modo, non esiste una sola versione di Transformers IV. Ne esistono migliaia. Una versione del film è scritta, approvata, finanziata e distribuita commercialmente, ma intorno a quella versione ruotano i centinaia di piccoli istanti dei privilegiati di Chicago che hanno rubato un video di Mark Wahlberg mentre fa finta di conversare con un camion spaziale.
E, di fatto, questo significa che la documentazione di un backstage non conta più nulla, non ha un valore intrinseco. La documentazione di un backstage siamo tutti noi, e tutti siamo filmmaker. 

Qual è il ruolo di un produttore di immagini amatoriale nel moderno sistema consumistico? Questo nuovo mondo, dove chiunque è un filmmaker, potrebbe annunciare l’avvento della definitiva democrazia dell’immagine.
I robot giganti non sono più dominio esclusivo di Michael Bay: basta essere presenti, per produrre una propria versione, un personale “punto di vista” su quella realtà.
Ma allora perché questa massa di videoamatori somiglia più a una squadra di cheerleader per il colosso industriale che si trova al centro dell’inquadratura?
Chi, in definitiva, decide cosa apparirà sullo schermo del nostro device, e fino a che misura le nostre esperienze come filmmaker sono già pre-decise da qualcun altro? 

Tutti postiamo il frutto dei nostri pensieri sulla piattaforma di riferimento: principalmente, Facebook/Twitter o YouTube. E siamo disposti, gratuitamente e spontaneamente, a fare parte di un meccanismo promozionale auto-indotto da compagnie con un bilancio che macina miliardi.
Visto che siamo filmmaker, non ci limiteremo a guardare: parleremo, scriveremo, filmeremo e distribuiremo il prodotto audiovisivo al centro del nostro “progetto”.
E mentre useremo il 3G del cellulare prima che al cinema si spengano le luci, non ci renderemo più conto di stare lavorando per qualcun altro. 

Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran hanno generato feroci proteste e numerose reazioni violente da parte delle forze di polizia governative: nell’epoca moderna, questo ed altri eventi collegati alla “Primavera Araba” sono la più lampante dimostrazione di come i social media possano servire come piattaforma democratica attraverso cui combattere repressione e censure. 
Le principali informazioni di cui disponiamo sulla situazione politica dell’Iran nel 2009 sono dovute a Facebook, Twitter e YouTube. E lo stesso concetto di “Siamo tutti filmmaker “ è esattamente ciò che trasforma una telecamera digitale: non più il dispositivo di una documentazione passiva, bensì l’appropriazione del potere di combattere per una causa grazie al semplice fatto di metterla in scena. 

Questa è una fondamentale, irrinunciabile faccia della medaglia. Se volete un ritratto cinico e spietato dell’altra faccia, vi basta andare a vedere Nightcrawler - Lo sciacallo, film del 2014 recentemente snobbato agli Oscar. 

Nightcrawler non è propriamente una denuncia alla società delle immagini liberalizzate; è piuttosto un trattato sulla deriva che può assumere il “capitalismo senza coscienza”.
Il film racconta la scalata di un uomo che reagisce alla crisi economica scoprendo un nuovo mestiere e rendendosi conto che riesce ad emergere rispetto ai suoi concorrenti perché può permettersi il lusso di non avere una coscienza, limiti etici o niente che lo allontani dal ritratto di un perfetto psicopatico. 

Cosa c’entra con il “filmmaking”? Nightcrawler è composto al 60% da sequenze di un personaggio che guarda dentro uno schermo, cerca angolature, studia quadri e movimenti di macchina, per poi condividere il frutto del suo lavoro: l’aspetto più affascinante e terrificante del film risiede nella sua capacità di mostrare come la produzione di immagini e il rapporto con media digitali, immediati e flessibili siano il compagno perfetto di un viaggio lungo la disumanizzazione. 

Un uomo che fissa uno schermo di fronte a sé, in cerca del modo migliore per produrre un’immagine degna di essere condivisa: non riesco a pensare a un quadro migliore per rappresentare l’homo sapiens del ventunesimo secolo.
E nel metterlo in scena - anzi, nel mettere noi stessi in scena all’interno del teatro digitale di cui facciamo parte - vale la pena chiedersi cosa davvero comporti il produrre immagini.
Cosa significhi, nel senso più profondo ed esistenziale del termine, essere filmmaker. 

Davide Mela
@twitTagli 

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