Se, parlando di immigrazione, abbiamo paura del politicamente scorretto

Se, parlando di immigrazione, abbiamo paura del politicamente scorretto

«Nel momento in cui la stampa si ferma per domandarsi quali saranno le ripercussioni probabili di ogni notizia, non assolve più il suo compito», replicò Katharine Graham, editrice del Washington Post, a un furibondo Nixon durante i mesi convulsi del Watergate, lo scandalo, portato alla luce dal quotidiano della capitale, che obbligò il presidente americano alle dimissioni.
Tuttavia, pare che proprio questo sia accaduto negli ultimi giorni in Germania e, in varia misura, in diverse redazioni europee.

La Zdf, la televisione pubblica tedesca, è stata accusata di aver derubricato, per una settimana, a notiziola di contorno l’agguato sessuale di massa avvenuto a Colonia per paura di suscitare reazioni xenofobe nella popolazione, tanto da vedersi costretta a emettere un comunicato di scuse.
Anche in Italia molti commentatori, esprimendo il loro giudizio sulla sconvolgente vicenda di Capodanno, hanno osservato una cautela che si potrebbe giudicare encomiabile se si riferisse soltanto alla ricostruzione dei fatti, in effetti ancora non del tutto chiarita (è stata un’azione coordinata?; quante sono le vittime accertate?; quanti degli assalitori sono immigrati regolari e rifugiati?, ecc.), ma che sfocia nella disonestà intellettuale per quanto è paralizzata dal terrore di apparire politicamente scorretta.

Qualcuno, come Ida Dominijanni su Internazionale, ha approfittato del fatto che le molestie di Colonia si prestino a una duplice e dicotomica lettura, uomini vs. donne ed Europa vs. immigrazione, per sottovalutare la seconda e amplificare la prima, come si noterà da questo infelicissimo incipit: «Un branco di maschi è un branco di maschi. A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi: “colore presunto”) essi siano».
Apprendiamo così che una generalizzazione di genere – equiparare tutti gli uomini del mondo come se non fossero individui ciascuno portante una specifica sensibilità e un preciso background formativo – dovrebbe suonarci moralmente più accettabile di una generalizzazione etnica/culturale, dato che quest’ultima (si presume) sarebbe il fulcro del tipico discorso di un esponente di estrema destra. Eppure entrambe le tesi sono sbagliate.

Qualcun altro, come Lucia Annunziata, si è evidentemente riparato sotto l’ombrello del femminismo per timore di incorrere nell’accusa di essere razzista: «La prima idea su cui lavorare [...][è] costruire un doppio percorso nella accoglienza. Dare priorità e immediata accettazione alle famiglie, ai bambini, alle donne, agli anziani. [...] Costruire invece un percorso più lungo e approfondito per le migliaia di giovani uomini che per altro costituiscono la stragrande maggioranza anche degli illegali e clandestini. Davvero tutti questi giovani uomini sono in bisogno immediato e irreversibile di rifugio? Sono tutti alla ricerca di una nuova vita?».

In pratica, la progressista Annunziata si è sentita autorizzata a proporre una stretta sull’immigrazione solo dopo aver precauzionalmente puntualizzato che la sua è soprattutto una premura nei confronti delle donne, ben sapendo che se avesse portato innanzi qualsiasi altro tipo di argomentazione – di natura sociologica, culturale o economica – avrebbe corso il rischio di essere stigmatizzata come un Salvini qualunque.

Da quando, a sinistra, il politicamente corretto è diventato una gabbia ideologica che impedisce un dibattito sereno sull’immigrazione? Perché non è possibile affrontarlo senza la paura di essere catalogati nell’infame schieramento dei razzisti?
Forse dovremmo tutti inghiottire verità scomode, ad esempio che idealizzare l’immigrazione sia altrettanto pericoloso che demonizzarla.
Dovremmo accettare l’idea che persone provenienti da un’altra cultura possano non comprendere i nostri costumi, o persino biasimarli, e che lo scontro di valori in atto nella loro mente, se non disciplinato, possa erompere dall’interno e concretizzarsi all’esterno in gesti di violenza.

Come racconta il New York Times, in Norvegia e, in parte, anche in Danimarca, lo Stato ha predisposto per gli immigrati programmi di educazione sulle norme sessuali e sociali. Arrivando nel Paese scandinavo, diversi migranti sono infatti rimasti sconvolti nel vedere le donne andare in giro con gonne corte, bere alcol e baciare in pubblico, comportamenti che nelle loro nazioni di origine sono propri soltanto delle prostitute. Altrettanto stupore ha destato per loro scoprire che nemmeno al marito è consentito avere un rapporto sessuale con la moglie senza previo consenso.
L’ex capo della sezione crimini violenti di Oslo, Hanne Kristin Rohde, ha ammesso al Nyt che «esiste una chiara connessione statistica» tra stupri e migranti maschi provenienti da Paesi in cui «le donne non hanno di per sé alcun valore». «È un grande problema ma è difficile parlarne».

Il caso di Colonia dovrebbe indurci a non eludere domande scomode per paura di ricevere risposte politicamente scorrette. Perché sui temi della legalità e della sicurezza – che fatico a non percepire come valori di sinistra – il politicamente corretto è un lusso che non possiamo permetterci.

Jacopo Di Miceli

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