REPORTAGE: in Tanzania (e dintorni) per lavoro - ma anche no

REPORTAGE: in Tanzania (e dintorni) per lavoro - ma anche no

Arriviamo a Dar es Salaam quando è già buio. È fine giugno e sono i miei primi giorni in Tanzania.
Ci vengono a prendere Luca, il coordinatore di LVIA per la Tanzania, e Johnny, l'autista di LVIA da moltissimi anni. Qui c'è la guida a destra, ed è ovviamente la prima cosa che si nota andando in macchina.
Pernottiamo in una guesthouse di un'altra ONG italiana. Fin da subito mi sono sentito protetto, Luca parla lo swahili e conosce un po' Dar. La mattina dopo facciamo una bella passeggiata in spiaggia (il mare in realtà è sporco, ma sembra che basti prendere un battello e in venti minuti si arriva in posti con l'acqua cristallina).

Nel pomeriggio andiamo nella sede dell'associazione artistica Nafasi: un ampio spazio all'aperto con un palco e delle casette con vari laboratori d'arte, sia pittura sia scultura.
C'è una giornata di festa finanziata dall'Unione Europea, credo che all'organizzazione abbiano collaborato anche diverse ONG. Sul palco si alternano vari gruppi musicali, alcuni molto bravi: l'atmosfera si scalda e tutti iniziano a ballare in cerchio.
C'è anche uno spettacolo teatrale: ovviamente non capisco molto, ma sembra che il tema sia la discriminazione contro gli albini. Un ragazzo con il volto colorato di bianco rappresenta l'albino, la piecè è molto corporea, quasi teatro-danza.
Ci sono anche due ragazzi che soffiano polvere bianca sulle persone sedute e sugli altri attori. 

Ci sono molti europei, conosciamo qualche cooperante italiano e un lavoratore della sicurezza: si chiama Roger, è socievole e cerca di conversare con noi in un inglese un po' stentato.
L'argomento su cui ci soffermiamo di più è la recente sconfitta della Juve in finale di Champions. “Peccato! Però Chiellini, Pogba e Morata sono grandi campioni”. Mi dice che lo hanno pagato 30.000 scellini per la giornata (circa 15 euro), non è particolarmente soddisfatto del salario.

Dar è una città pazzesca. Forse anche le altre grandi metropoli africane sono così, non so, comunque assolutamente niente a che spartire con le città europee o medio orientali. Le case – con i tetti in lamiera - sono tutte basse e molto malandate.
Appena ci si sposta dalle strade principali l'asfalto sparisce.
Il mezzo di trasporto più comodo ed economico è il bajaji. Sono delle Api Piaggio con dei sedili montati dietro e un telo per coprire i passeggeri.
Fantastiche, la mia passione diventa subito tenere fuori la testa per osservare meglio, soprattutto i bordi delle strade - cerco di determinare la presenza di topi, e il risultato è più che soddisfacente: nessun avvistamento, per ora.
Il traffico a Dar è un caos totale. Spostarsi in macchina richiede grandissima pazienza e bisogna sopportare la puzza dei gas di scarico. Anche per questo i bajaji sono gettonatissimi: si infilano ovunque. Quando siamo passati attraverso il centro c'era una fila continua di auto, tutti si muovevano a passo d'uomo su strade strettissime.

Luca aveva cercato di fissare qualche appuntamento con ONG e funzionari del governo per far fruttare la permanenza a Dar. Conosciamo due rappresentanti di Tawasenet (Tanzanian Water and Sanitation Network), che è un coordinamento di ong locali attivo nel migliorare l'accesso all'acqua, dato che la percentuale di copertura reale per la popolazione nelle aree rurali è di circa il 50%; percentuale fortunatamente più alta nelle aree urbane.
La mattina in cui dobbiamo partire per Kongwa il funzionario del ministero dell'acqua ci dà buca per problemi familiari: non ci demoralizziamo, è abbastanza normale. Torneremo tra qualche settimana con più materiale e le idee più chiare.

Kongwa non è così lontana da Dar, sono meno di 500 km, ma il viaggio dura almeno otto ore. La strada ha una sola corsia ed è abbastanza dissestata, in più ci sono moltissimi camion.
Pratica assolutamente comune è azzardare sorpassi impossibili, con elevato rischio di incidenti. Ad un certo punto un poliziotto ci fa accostare. Stanno sul ciglio della strada e misurano la velocità con degli apparecchi portatili.
Johnny scende, parla brevemente con il poliziotto e ripartiamo. Luca ci comunica il verdetto: è riuscito a corromperlo, invece che pagare la multa di 50.000 scellini (25 euro) ce la siamo cavati con 10.000 intascati direttamente dal poliziotto.
Durante il viaggio la vegetazione cambia completamente. Intorno a Dar c'è la foresta tropicale, invece spostandosi verso il centro del paese la foresta sparisce: tutto è molto più secco.
La terra è rossa, così come molte case costruite in mattoni artigianali di fianco alla strada. È un paesaggio più da savana, con sparuti alberi molto affascinanti (i baobab senza foglie sono bellissimi). 
Spesso sul ciglio della strada ci sono persone che vendono frutta e altre cose.
Ad un certo punto ci fermiamo per comprare un po' di patate dolci. Si avvicinano dei bambini. Sono molto incuriositi dalla nostra presenza, credo soprattutto perché siamo bianchi. Effettivamente è una delle cose più impressionanti dello star qui: essere tu quello "diverso".

24 LUGLIO - INCONTRI
Un paio di settimane fa sono andato a Dodoma: la “città”.
Credo sia solo ad un' ottantina di chilometri da Kongwa, ma per arrivarci in un tempo ragionevole bisogna essere molto fortunati.
Per il ritorno avevo trovato un Dala Dala: sono pulmin tipo Wolkswagen con una decina di posti che più o meno vengono utilizzati come bus di linea: ogni mezz'ora si fermano perché qualcuno deve scendere in qualche villaggio e, ovviamente, prima di ripartire cercano nuovi passeggeri.
Non hanno un orario di partenza prestabilito: si parte quando è pieno. Il succo è che ci ho messo cinque ore per fare il tragitto, l'ultimo pezzo con una capra sul tetto.

A Dodoma dovevo sbrigare qualche commissione, ma in realtà volevo seguire il congresso del partito al governo, il CCM (Chama Cha Mapinduzi - il Partito della Rivoluzione).
Il 25 ottobre ci saranno le elezioni presidenziali e parlamentari, e durante il congresso dovevano decidere il candidato di punta.
La cittadina era completamente invasa dalle bandiere verdi del partito, di fianco all'edificio del congresso si accalcavano venditori di gadgets CCM: dalle magliette ai palloni di calcio, passando per stoffe varie e cappellini.
Cammino avanti e indietro per la strada, cercando di capire se riuscirò ad entrare nell'edificio dove si svolge il congresso. Ad un certo punto un gruppo di persone inizia a cantare dei cori: sono un po' defilate rispetto alla folla, ma sembrano festanti, immagino stiano semplicemente incoraggiando i loro candidati favoriti.
Incuriosito, cerco con lo sguardo un papabile “english speaker” per avere chiarificazioni. Dopo poco inizio a chiacchierare con Archy: un ragazzo disabile - non ha il braccio destro – che parla perfettamente inglese.

Mi spiega che il gruppo di persone in realtà sta intonando cori di protesta. La commissione del CCM, che avrebbe dovuto solamente dare un parere sulla rosa dei nomi per la presidenza, ha escluso dalla competizione uno dei politici più popolari: Edward Lowassa, ex primo ministro dimessosi per uno scandalo di corruzione.
Il comitato centrale dovrà decidere su una rosa di cinque nomi da cui è stato estromesso il candidato più pop. 
Tutti dicono che la Tanzania è un paese pacifico e che, a differenza della maggioranza dei paesi Africani, non ha mai conosciuto proteste o rivolte armate. Mi sembra di poterlo confermare. Di fronte alla sede del CCM c'è solamente una camionetta della polizia e i dimostranti si tengono a distanza dall'ingresso principale. Stanno solo cantando a squarciagola. Ogni tanto la folla sembra leggermente presa dal panico e qualcuno corre all'indietro: non so bene perché visto che non c'è nessun movimento da parte della polizia.
Il massimo di aggressività mostrato dalla piazza è una bandiera verde bruciata.

Archy ed io stiamo a pochi metri dalla folla e chiacchieriamo a lungo. Qui noi “mzungu” (i bianchi - letteralmente, “gli uomini che camminano senza scopo”) veniamo visti – a ragione - come dei salvadanai ambulanti: dopo due minuti di chiacchiere con qualcuno tendenzialmente si sa che arriverà una domanda del tipo: “Ma non è che potresti aiutarmi a cercare a lavoro?”.
Archy, nonostante abbia molto tatto, non fa eccezione: mi racconta che suo fratello vive in Italia, sposato con un'italiana, chissà che non possa aiutarlo ad ottenere una lettera d'invito per il visto.
Sta finendo l'università, quando gli dico che lavoro per un'ONG a Kongwa si illumina: il suo sogno è fondare un'ONG che aiuti le persone disabili ad affrontare discriminazione e difficoltà quotidiane.
Mi fa molte domande. Alla classica sulla religione di appartenenza rispondo francamente che non credo in dio. A quel punto sembra felicissimo di potersi confrontare su alcune contraddizioni del cristianesimo. Per esempio, nella Bibbia ci sono scritte molte cose, perché oggigiorno se ne rispettano solo alcune? Non è molto incoerente?

Ad un certo punto spara un domandone:Ma se non credi in dio, a chi ti rivolgi quando sei in difficoltà? Come fai quando ti senti debole o triste?”.
Non ho alternative: faccio del mio meglio per rispondere in maniera sincera.
La conversazione si sposta su temi ancora più interessanti. Mi chiede cosa ne penso del colonialismo. In particolare, se non ci fossero stati i bianchi in Africa, il continente sarebbe stato in grado di svilupparsi economicamente e tecnologicamente così come sta avvenendo ora? (Mi racconta che il Ghana ha da poco inaugurato le prime automobili realizzate completamente all'interno del paese).

Ci sono altre domande da un milione di dollari in arrivo:Tu che non credi nella Bibbia, sai perché noi siamo neri e voi bianchi?” (Nella bibbia apparentemente c'è una spiegazione per la differenza del colore della pelle, la storia di Sem, Cam e Iafet).
Incuriosito dalla domanda, ho cercato qualche informazione: in effetti niente di più semplice che l'esposizione al sole. La pelle nera è più adatta ad assorbire i raggi ultravioletti mentre quella bianca se la cava meglio con la vitamina D. I primi ominidi avevano la pelle chiara e un sacco di pelo protettivo scuro, quando hanno perso il pelo la pelle è diventata nera. E quelli che si spostarono a nord cambiarono colore della pelle perché era evolutivamente conveniente. 

13 AGOSTO - NOLINI
Dalla settimana scorsa abbiamo iniziato la ricerca sul campo. Nei villaggi intervistiamo i gestori dei pozzi e degli schemi d'acqua; invece nei distretti (paragonabili per dimensioni alle nostre province) parliamo con i District Water Engineers, responsabili della realizzazione e supervisione delle opere idriche.
Il nostro obiettivo principale è capire perché i modelli di gestione dei pozzi nei villaggi non rispettano le normative e gli obiettivi del governo.
In breve: la legge dice che l'acqua nei villaggi dovrebbe essere gestita da organismi indipendenti rispetto ai leader del villaggio.
Questi enti si chiamano COWSO - Community Owned Water Supply Organisations, dovrebbero essere registrati presso il distretto acquisendo così la proprietà legale dei pozzi.
La politica del governo non è male, in teoria: in ogni villaggio, un ente formato dagli stessi abitanti e indipendente dal potere politico, dovrebbe essere l'ente proprietario dello schema d'acqua, e dovrebbe anche decidere come gestire della risorsa.
Su questo punto la legge è flessibile, le COWSO possono distribuire direttamente l'acqua o decidere di appaltare la gestione a qualcun'altro (ad esempio privati).

Purtroppo la realtà delle cose - almeno qui nella regione di Dodoma – è che le COWSO sono pochissime, ancor meno quelle registrate. Di solito è direttamente il governo del villaggio (un rappresentante eletto e uno nominato dal distretto) a gestire i pozzi e la distribuzione dell'acqua, molto spesso appaltando il servizio a dei privati cittadini, che pagano una quota mensile al villaggio e si tengono il resto del ricavato.
Spesso però questo modello implica malversazione: i leader fissano un canone mensile basso e il privato li ricompensa con una ricca bustarella mensile. 

Nolini oggi era il terzo e ultimo villaggio. Come tutti quelli che ho visto, non è altro che un insieme – apparentemente disorganizzato – di casupole di mattoni di fango. Ogni tanto c'è qualche abitazione in cemento, ma sono una rarità.
I tetti sono di lamiera, e vengono fissati alla struttura con delle pesanti pietre sui bordi. Le strade sono rigorosamente sterrate, e al passaggio di qualsiasi veicolo motorizzato l'aria si riempe di polvere.
Nolini ha circa 4.000 abitanti. In Tanzania credo che almeno la metà della popolazione viva in aree rurali. Prendete come esempio il distretto di Kongwa: un totale di circa 300.000 abitanti è distribuito su 87 villaggi (la cittadina di Kongwa, sede del distretto, conta circa 10.000 persone).

Per la nostra ricerca Nolini è una manna: hanno una COWSO che lavora bene (anche se non registrata), i punti di distribuzione dell'acqua collegati al pozzo funzionano tutti e hanno anche un conto in banca con un po' di risparmi in caso debbano fronteggiare spese straordinarie.
Per le interviste ci dividiamo: Elina e Ephraim stanno nella casupola del village government mentre Chamgeni ed io andiamo in giro per Nolini a chiedere agli abitanti se sono soddisfatti dal servizio idrico.
Ci accompagna il manager della COWSO, un signore giovane che parla (abbastanza) l'inglese e che quindi posso tempestare di domande.
Mentre camminiamo per le strade polverose entrando nei cortili delle case per selezionare i nostri intervistati, il manager mi racconta che Nolini esiste dal 1993. Prima aveva un altro nome.
I villaggi in Tanzania sono nati all'epoca di Nyerere – il padre della patria, presidente dall'indipendenza fino agli anni ottanta – quando si decise che la popolazione della Tanzania doveva iniziare a condurre una vita più stanziale.
A Nolini la maggior parte degli abitanti è cristiana, ma ci sono anche un po' di musulmani e pochissimi esponenti delle religioni tradizionali.

La vita qui gira molto attorno alla religione: un classico modo per entrare in confidenza con il proprio interlocutore e confrontarsi sulle rispettive religioni (e se sei ateo sei fottuto).
Ci sono addirittura tre chiese: quella anglicana, quella evangelista e la cattolica. Chiedo al manager quali siano le etnie presenti nel villaggio. Questa questione è molto interessante: in Tanzania ci sono più di 120 gruppi tribali con le rispettive lingue, e quasi tutti parlano la propria lingua tribale più lo Swahili, che accomuna tutti i Tanzaniani.
Mi è stato detto più volte che uno dei meriti di Nyerere è stato proprio costruire una comune identità nazionale basata sulla lingua Swahili, ed evitare sapientemente conflitti tra le diverse etnie.
Quest'idea è rimasta forte, tanto che Chamgeni, dipendente L.V.I.A. da moltissimi anni con cui giro per Nolini - che è un fervente sostenitore del CCM (il partito al governo fondato da Nyerere) - alla mia domanda su quale fosse la sua etnia di appartenenza ha risposto laconico: “Io sono Tanzaniano”.

Grazie al manager abbiamo individuato facilmente cinque-sei persone a cui rivolgere le nostre domande. Mentre ci riavviamo verso l'ufficio del village government veniamo circondati da gruppetti di bambini – è una costante, sono i più curiosi.
Non sono proprio pulitissimi e di solito hanno il moccio al naso; i più piccoli sono anche i più polverosi, però in generale sono simpatici e abbastanza espansivi.
Il manager mi racconta che a Nolini hanno sia la scuola primaria sia la secondaria, e che quasi tutti gli abitanti frequentano almeno la primaria.
Lui per esempio non ha potuto finire la secondaria perché, come la maggior parte degli abitanti del villaggio, ha dovuto iniziare a lavorare nei campi.

6 SETTEMBRE - EXCURSUS IN MALAWI
Decido di andare in Malawi per una questione legata al visto. Il progetto dura teoricamente quattro mesi, ma il visto ci è stato rilasciato dall'ambasciata un paio di settimane prima dell'effettiva partenza, e sarebbe scaduto dopo tre mesi (durata massima per un turistico in Tanzania), lasciando più di un mese scoperto.
Due le soluzioni possibili: chiedere una proroga mensile e terminare l'esperienza africana a fine settembre o uscire dal paese e, rientrando, sperare di ottenere un nuovo visto trimestrale.
Propendo fin da subito per la seconda opzione, che mi permette di viaggiare un po' prima di tornare in Europa, ma sono un po' scettico sulla sua praticabilità. Perché un ufficiale del posto di confine dovrebbe accettare che un turista sfrutti l'intera durata del primo visto, esca dal paese per qualche giorno, per rientrare abbronzato e sorridente cercando di ottenere un nuovo trimestrale?
È un trucco talmente plateale che non mi convince. Però mi informo, chiedo in giro, e tutte le opinioni sono concordi: “Non fanno nessun problema, del resto il nuovo visto lo ripaghi! Io ho fatto la stessa cosa andando in (segue Stato confinante a caso)”.

Già mi vedo bloccato al confine con tutti i libri, il computer e i miei effetti che mi aspettano invano a Kongwa, il mio campo-base. Per prudenza, decido che almeno devo provare ad entrare e a uscire dal Malawi usando due accessi diversi.
Il piano è il seguente: entro dall'unico confine via terra attraverso il ponte sul fiume Songwe, mi spingo a sud fino a Nkhata Bay, un posto che sembra essere un angolo di caraibi nel mezzo del continente nero; da lì dovrebbe partire un battello che attraversa il lago e attracca a Mamba Bay, in Tanzania.
Devo fare però i conti con un problemino: sembra che non esista un modo per conoscere gli orari del battello. Sulla Lonely Planet c'è scritto che dovrebbe partire di sabato mattina e arrivare nel pomeriggio in Tanzania, ma gli orari sono estremamente variabili e che bisogna informarsi meglio. Non si sa come.

Arrivo a Kyela, una cittadina a pochi chilometri dal confine, provo a chiedere informazioni sul battello:Ah, ma quello da Nkhata Bay? Ma no, non è più in funzione da anni!”.
Perfetto.
Proverò a telefonare dal Malawi a qualche Guest House di Nkhata Bay, magari mi danno informazioni diverse. E così entro in Malawi, superando il “ponte terra di nessuno” e rischiando di essere clamorosamente fregato cambiando gli scellini tanzaniani in kwacha malawiani.
Arrivo a Karonga, prima “città” dopo il confine.

La prima grande differenza con la Tanzania è che qui quasi tutti sembrano masticare un po' di inglese, e poi il panorama: verde a perdita d'occhio, con piantagioni di tè e vegetazione rigogliosa.
Dopo aver comprato una sim Malawiana chiamo una guest house a Nkhata Bay, il signore con cui parlo - molto cortese - sostiene che il battello c'è, funziona, solo che non si sa con certezza né quando arrivi né quando riparta.
Io ho giorni contati, lunedì massimo martedì devo tornare a Kongwa per continuare la ricerca. Mi dice che manda qualcuno al porto per avere informazioni aggiornate, di richiamarlo l'indomani.

Passeggio per la strada principale di Karonga, mi fermo a bere un birra e a mangiare del pollo fritto con patatine in un baracchino in mezzo alla strada (circa un euro e cinquanta).
La seconda grande differenza sembrano le ragazze: sarò anche influenzato dalla vita monacale di Kongwa, ma pare che non ci sia proprio confronto.
Mi sento rilassato e eccitato dalle novità, anche per l'avventura che si prospetta per il ritorno. Mentre finisco di mangiare noto una ragazza che passeggia, molto carina, vestita all'europea con jeans e maglietta e nerissime treccine che arrivano alle spalle.
Sarebbe ora di lanciarsi in corteggiamenti, mi dico. Provo ad attirare la sua attenzione con degli sguardi un po' più insistenti del normale, ma così com'è arrivata, passa e supera il baracchino.

Dieci minuti dopo mi imbatto in un gruppetto di persone che ascoltano un musicista di strada, con una bella voce e il viso completamente rovinato (dall'alcol? dalle droghe? dall'aids?).
Mi fermo ad ascoltare e chiacchierare un po' con gli astanti, dopo poco mi giro e dietro di me rivedo la ragazza. Ne approfitto subito per scambiare qualche parola, ma dopo poco qualcuno mi distrae, chiedendomi di pagare il musicista per una nuova canzone.
Mi rigiro e la ragazza ha già attraversato la strada per raggiungere un'amica che l'aspetta. A quel punto però sono galvanizzato, manca poco al tramonto, e cerco di ritrovarla nella folla.
Dieci minuti dopo sono fortunato, ci rincontriamo di fronte alla stazione degli autobus. Mi faccio coraggio e provo a iniziare una conversazione. Parla poco inglese, ma lentamente ci capiamo. Le dico che la sera sarei andato a bere una birra nel pub poco distante, perché non si unisce? “Ma non so...vediamo, scambiamoci i numeri”. Torno nella stanzetta spoglia della guest house felice come una pasqua per lo spirito d'iniziativa e il numero di telefono.

Sulla via del ritorno conosco Joffry, un ragazzo che parla bene inglese. È curioso, ci chiediamo un sacco di informazioni a vicenda, la conversazione procede per conto proprio, senza dover riflettere o faticare. A pelle mi sta molto simpatico, propongo anche a lui di vederci più tardi per bere qualcosa insieme.
Invece trascorro la serata in solitaria: Joffry non si fa vedere e Jane nemmeno, le ho scritto un messaggio prima di uscire ma non risponde né telefona.
In compenso scopro una terza meravigliosa differenza tra Malawi e Tanzania: qui tutti fumano. E allora il mio tabacco sfuso diventa un'attrazione per tutti gli avventori fumatori: faccio amicizia con i buttafuori, con il proprietario del locale che mi offre un sacco di birre e torno a casa verso le undici mezzo sbronzo.
Mi sono addormentato da poco quando squilla il telefono! È Jane. Non ho la forza di rispondere o richiamare, scrivo un altro messaggio a cui però non risponde.

La mattina dopo sono indeciso: richiamarla così presto la mattina? Non ho molta scelta, in giornata devo capire se il battello parte, e nel caso, fiondarmi a prendere un bus per raggiungerlo.
Se voglio rivederla è meglio lanciarsi, e così, alle 8.30 di mattina, la chiamo. “Che fai? Sono alla stazione dei bus, pensavo di andare a vedere il lago (a 15 minuti in bicicletta, NdR), ti va di venire?”.
Le va, dice che mi raggiunge tra poco.
Due ore dopo sono le dieci e mezza, fa un caldo porco e l'entusiasmo per il mezzo corteggiamento è decisamente evaporato.
Ovviamente, proprio mentre sto per scriverle piccato che me ne vado al lago e se vuole mi raggiunge lì, mi richiama: “Sto arrivando, questione di cinque minuti”.
Va bene, ho aspettato due ore, cinque minuti in più non cambiano.

Quando arriva, non posso fare a meno di pensare “che situazione!!”. È accompagnata dall'amica del giorno prima, che parla un po' più di inglese ma non sembra particolarmente entusiasta della scena. Un appuntamento galante a tre, come nella migliore tradizione italiana degli anni 60'.
A Karonga non esistono i taxi o le moto taxi: arriviamo al lago portati sul portapacchi di tre biciclette. Andando ritelefono a Nkhata Bay: la barca c'è ma arriva forse domenica e riparte forse martedì, forse mercoledì o addirittura giovedì.
E così sia: rimarrò a Karonga a corteggiare Jane e chiacchierare con Joffry. Passiamo una piacevole mattinata a tre sotto un bungalow di fronte al lago. Si chiacchiera, almeno ci proviamo, visto l'inglese di Jane è simile a quello di Aldo Biscardi. Ad un certo punto mi sento infiammare.

  • “Do you have the girlfriend?”
  • “No, I am single. And you, a boyfriend?”
  • “No”.

Il corteggiamento sembra funzionare.
Programmiamo di rivederci la sera per bere qualcosa insieme (anche con l'amica, ci mancherebbe).
Nel frattempo rifletto su una strana sensazione che mi pervade: mi sembra di somigliare ad un gigantesco portafogli ambulante. Sapevo che avrei pagato io: biciclette, bibite eccetera.
Ma anche per l'amica?
Beh, sì.
E poi pure il pranzo per tre?
Intendiamoci, sono tutte spese piccole, quasi insignificanti, soprattutto con i tassi di cambio... però mettendole in fila!
Non è vero, anche mettendole in fila non superano i 6 -7 euro.
Allora cos'è che mi dà fastidio? È il (retro)pensiero che Jane e la sua amica non stiano con me per il piacere della compagnia, ma che mi abbiano semplicemente adottato come sponsor ufficiale del week end. 
È un pensiero maledetto, che porta con sé una parte di verità e un pizzico di disagio per una situazione a cui non si è tanto abituati.

Nel pomeriggio vedo Joffry. Mi porta a fare due passi. Racconta della sua vita. Viene da un piccolo villaggio poco distante, il papà è morto e la mamma si è risposata.
Lui non poteva crescere nella nuova famiglia, è stato allevato dai nonni paterni. Ha finito la scuola secondaria due o tre anni prima, ma non ha ottenuto voti abbastanza alti per iscriversi all'università.
È venuto a Karonga per cercare di guadagnare qualcosa, ma è molto difficile. Il lavoro non c'è in Malawi (terza differenza con la più ricca e imprenditoriale Tanzania).
Ogni tanto affitta la bicicletta di un suo amico e porta le persone: al netto dell'affitto, si mette in tasca circa un euro e mezzo al giorno. Basta appena per mangiare e dormire economico. È in una situazione difficile, un circolo vizioso di povertà da cui non riesce ad uscire. E come biasimarlo: senza il supporto di nessuno, completamente soli, sembra un'impresa quasi impossibile.
Il suo sogno è ripetere l'ultimo anno di superiori, ottenere voti migliori e iscriversi all'università. Costo della tassa annuale per l'ultimo anno? Circa 60 euro. Inizio a pensare che potrei aiutarlo. Dargli un po' di soldi, non so ancora quanti.

Durante la passeggiata passiamo davanti alla prigione di Karonga: una casa molto simile alle altre, con i detenuti vestiti di bianco, pantaloni e camicia. Non ci sono muri, barriere o filo spinato.
Joffrey sostiene che i secondini non li perdono di vista un minuto. Il pomeriggio passa tra chiacchiere su com'è l'Africa, com'è l'Europa, com'è la vita.
Ad un certo punto Joffrey si ferma, e tutto serio, mi chiede se prima di ripartire posso aiutarlo. Di nuovo la stessa sensazione già provata con Jane: ma non è che la piacevole compagnia è la diretta conseguenza di un atteso esborso monetario? Cazzo che fatica. Di nuovo, non lo so.
Sicuro Joffrey avrà pensato che poteva essere una buona idea fare amicizia con un bianco, che magari ne avrebbe ottenuto qualche beneficio, ma questo significa che il nostro rapporto non è autentico?
In parte sì, in parte probabilmente no.

In ogni caso, dopo un po' che ci penso, mi sembra altamente ipocrita sentirsi così infastiditi dalla sua richiesta, in fondo io per primo ci stavo autonomamente pensando, la sua richiesta in linea di principio non dovrebbe che suffragare quel pensiero. Tant'è che - come con Jane - mi sembra che il problema sia concreto, stringente: questi di soldi non ne hanno, non è che fanno i furbi.
Più tardi passiamo una piacevole serata a quattro: Jane, l'amica, Joeffry ed io. Prima beviamo qualche birra in un pub, poi andiamo a ballare in un locale poco distante.
Sto bene, e anche se pago per tutti come un bancomat la sensazione non è sgradevole.
Dormo con Jane nella guest house, il mattino dopo devo ripartire per la Tanzania di buon ora. A Joeffry ho regalato l'equivalente di trenta euro in scellini tanzaniani, con un biglietto affettuoso e il suggerimento di stare attento ai maledetti che proveranno a fregarlo con il tasso di cambio.

Il mattino dopo torno verso il Songwa River bridge contento. In i testa pensieri sull'autenticità delle relazioni con Jane e Joeffry. Si può stabilire con certezza quanto sia stato amico/amante e quanto bancomat ambulante?
Molto difficile.
Quello che è sicuro è che Europei e Africani qui non sono pari, noi siamo ricchi e loro poveri. Questa cosa si sente e non si può nascondere. E di solito una certa parità di partenza è alla base di qualunque relazione umana autentica.
Nel frattempo arrivo al posto di ingresso in Tanzania.
Devo sembrare convincente. Non lavoro in nessun progetto di ricerca sull'acqua (con il visto turistico è assolutamente vietato). Sono un innocente turista. Ho solo sfruttato l'intera durata del primo visto e sono casualmente uscito dal Paese per rientrare poco dopo...il tutto per caso...è semplicemente capitato.

Al momento giusto mi sento convinto, pronto a raccontare la mia storiella. Ottengo il visto quasi senza combattere (previo pagamento di 50 dollari, s'intende).
La signora allo sportello però non se l'è proprio bevuta tutta, mi lancia una frecciatina. Mi chiede quanto tempo mi fermerò con il nuovo visto trimestrale in Tanzania. Ssono un semplice turista, rispondo, non so ancora, dipende da quanto starò a Zanzibar e sul Kilimangiaro... Tre settimane, un mesetto al massimo.
“Ah ecco, avrei detto che si sarebbe fermato 90 giorni!”.
Faccio finta di niente, intasco il passaporto vidimato, e passo il confine con sorriso sornione stampato in faccia.

Alberto Fierro
@twitTagli

Credit foto copertina: buzzerg.com

 

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