Quel tragico 1937

Quel tragico 1937

«Quell’anno tragico (1937) marcò – è probabile – il momento più basso della nostra vita. Antonio Gramsci si spegneva in clinica il 27 aprile, dopo dieci anni di incredibile agonia. Camillo Berneri […] è assassinato a Barcellona il 5 maggio. Carlo Rosselli, trovato ucciso il 9 giugno sulla strada di Bagnoles-sur-l’Orne, in Francia. Curiosa coincidenza della fatalità, che doveva associare nella morte, nel giro di poche settimane, il socialista marxista, il socialista libertario, il socialista liberale: il Secondo Risorgimento in atto».

Con queste parole il repubblicano Martini commentava quello che fu effettivamente un anno tragico per l’antifascismo italiano, il 1937. Morivano in quell’anno tre grandi figure del pensiero politico socialista di allora, e morivano a distanza di poche settimane l’una dall’altra lasciando un vuoto importante. Tanto importante che Martini si spinse fino a definirle «il Secondo Risorgimento in atto».
Storicamente parlando, Gramsci, Berneri e Rosselli, tanto diversi eppure tanto vicini, rappresentavano nell’area socialista di quegli anni dei fermenti di rinnovamento e di vivacità intellettuale con pochi eguali. Tutti e tre d’ispirazione e formazione socialista, tutti e tre personaggi critici, innovatori, volti a trovare un diverso dispiegarsi della propria ideologia nella storia.

Gramsci era a capo del gruppo de «L’Ordine Nuovo» che guidò la scissione di Livorno del 1921, da cui nascerà il Partito Comunista d’Italia. Sostenitore dell’esperienza rivoluzionaria sovietica, non fu mai però quello che si dice un ortodosso di partito: egli fu critico rispetto ai metodi utilizzati nel 1926 per combattere l’opposizione di Trotsky, Zimoviev e Kamenev, così come della svolta del 1929 e delle linee-guida dettate dal Comintern ai partiti comunisti aderenti all’Internazionale. 

Gramsci sostenne e ritenne valida per la situazione italiana di quel frangente storico la parola d’ordine dell’Assemblea repubblicana quale Costituente, dando dunque un’interpretazione democratica della rivoluzione antifascista su cui potevano convergere altri partiti antifascisti. In polemica con l’amico e compagno Togliatti dal 1926, Gramsci fu assunto dopo la sua morte quale martire e icona per tutti i comunisti italiani, tanto che lo stesso dirigente del PCdI fece trapelare il meno possibile circa il contrasto tra loro. Fu così rappresentata una perfetta continuità fra l’opera teorica e pratica gramsciana e quella togliattiana.

Berneri, uscito dai ranghi della Federazione Giovanile Socialista e approdato all’anarchismo, sostenne una battaglia di aggiornamento in senso pragmatico del movimento libertario, esortando i compagni a cessare di barricarsi in un vacuo intransigentismo insurrezionalista-individualista o in un utopismo «avvenirista». Egli, allievo del Salvemini, influenzato dal federalismo repubblicano cattaneano e dal sovietismo, proporrà un farsi pratico e concreto della battaglia libertaria attraverso il federalismo: un paradigma letto in ottica libertaria e democratica che doveva adottare come mezzo l’agitazione su basi realistiche, con l’enunciazione di programmi minimi secondo una logica gradualista e di alleanza con altre forze politiche.

Incapace di sviluppare un’opera organica per via della sua vita senza requie (esule in Francia nel 1926, passerà un lungo periodo tra arresti, espulsioni e stretta sorveglianza), morirà a Barcellona durante la Guerra Civile spagnola ucciso da ufficiali repubblicani di parte stalinista.

Carlo Rosselli, vicino al PSI e alla sua corrente riformista, subì l’influenza di Turati e Salvemini. Arrestato nel 1926 ed evaso con una fuga rocambolesca nel 1929, pubblicò in Francia la sua opera Socialismo liberale (1930) in cui sostenne una tesi per la quale il socialismo altro non sarebbe stato se non una filosofia di libertà, e in quanto tale l’erede naturale del liberalismo. La rivoluzione sociale non aveva dunuqe significato se non si accompagnava a una rivoluzione morale.

Rifacendosi all’autonomismo delle gilde inglesi, richiamando in causa i socialismi emarginati da Marx (il socialismo libertario, il socialismo umanista e il socialismo etico) oltreché la tradizione repubblicana risorgimentale prossima alla questione sociale (Mazzini, Ferrari e Pisacane su tutti), Rosselli conclude la sua opera sostenendo che «il socialismo non si decreta dall’alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati nella cultura».
Il movimento da lui fondato, «Giustizia e Libertà», tentò di coniugare la tradizione liberale, democratica e socialista in quello che è stato un laboratorio di idee e di pratiche tra i più interessanti dell’esperienza antifascista.

A 75 anni da quel tragico 1937, cosa rimane dell’opera di Gramsci, Berneri e Rosselli? Lo iato che li separa è proprio nel fatto che Gramsci sia stato (ed è ancora) oggetto di molteplici e vari interessi: è assai studiato, conosciuto e apprezzato anche al di là dell’ambito ristretto del suo partito. Partito che peraltro ha avuto un ruolo di primo piano nella cosiddetta Prima Repubblica.
Berneri e Rosselli subiscono invece una sorte più sfortunata: le idee del primo non hanno trovato seguito nel movimento anarchico che, peraltro, ha preferito farne il martire di Spagna piuttosto che accettarne la sfida programmatica; il secondo è passato invece soprattutto in un’area di sinistra minoritaria e storicamente sfortunata come quella del Partito d’Azione, erede in qualche modo del patrimonio del movimento giellista.

Questi ultimi godono poi di un interesse tutto sommato limitato, privo di un impatto ravvicinabile a quello gramsciano e per lo più circoscritto alla propria area politica d’appartenenza (con tutti i pro e soprattutto i contro che ciò comporta). Con una differenza fondamentale: Carlo Rosselli, nel suo piccolo intorno, ha conosciuto senza dubbio più riconoscimento e studio che non Camillo Berneri che ha la “colpa” non indifferente di essere un anarchico, e ciò nel senso comune spesso rappresenta una condanna che vale al di là di ogni profondità di pensiero.

Resta da constatare che la morte di queste tre grandi personalità politiche fu effettivamente un dato di grande tragicità. Tanto più se si considera anche la loro giovane età, e dunque il potenziale di rinnovamento che essi avrebbero potuto esprimere per l’intera sinistra italiana durante l’antifascismo e, perché no, anche nell’immediato dopoguerra. Senza lasciarci tentare dalla Storia dei "se" e dei "ma", possiamo certo affermare che gli esiti e le caratteristiche della ricostruzione politica post-fascista sarebbero potuti essere eminentemente diversi se avessero potuto contare sul loro contributo attivo.

Tutti e tre, ciascuno nella sua specificità, mi sembrano rappresentare una tendenza “altra” nell’area socialista del Novecento. Specialmente Berneri e Rosselli paiono rientrare in quella tendenza descritta dalla Giovanna Angelini appunto come l’«altro socialismo», ossia «un socialismo “dal basso”, democratico e liberale, in contrapposizione all’immagine di un socialismo considerato statalista, autoritario e illiberale».
Ma lo stesso Gramsci, specie quello più critico vero il centralismo di Mosca e memore delle esperienze consiliari del Biennio Rosso (1919-20), può rientrare in una sostanziale alterità rispetto a quella che sarà la realtà dell’URSS e il mito che essa rappresenterà per gli antifascisti comunisti e socialisti.

Dunque nel 1937 abbiamo veramente visto arrestarsi il Secondo Risorgimento in atto?
A parere di chi scrive, sì.

doc. NEMO
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Bibliografia:
 
Antonio Gramsci, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1973.
 
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975.
 
Camillo Berneri, Anarchia e società aperta. Scritti editi ed inediti, M&B Publishing, Milano, 2001.
 
Camillo Berneri, Il federalismo libertario, La Fiaccola, Ragusa, 1992.
 
Carlo Rosselli, Scritti politici, Guida, Napoli, 1988.
 
Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Edizione «RCS Quotidiani», Milano, 2010.
 
Giovanna Angelini, L'altro socialismo. L'eredità democratico-risorgimentale da Bignami a Rosselli, Franco Angeli, Milano, 1999.
 
Stefano D'Errico, Anarchismo e politica, Mimesis, Milano, 2007.
 
Paolo Spriano, Storia del partito comunista italiano, vol. II, Gli anni della svolta e della clandestinità, Einaudi, Torino, 1969. 
 

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