Quarant'anni di tennis femminile: dalla fondazione della WTA a Serena Williams - terza puntata: Steffi contro Monica

Seles e Graf alla finale US Open 1995 (foto http://espn.go.com/)

Che cosa avrebbe potuto interrompere la quasi ventennale diarchia Evert-Navratilova?
Le due sembravano immuni – scriverebbe, per la pubblicità di qualche prodotto cosmetico, un copywrtiter a corto di idee brillanti – dalle ingiurie del tempo: sarebbe servito un carro armato.
E il carro armato arrivò: era un panzer tedesco, e rispondeva al nome di Steffi Graf.

La prima vittoria della teutonica contro Martina Navratilova in un torneo dello Slam (e terza in assoluto) risale alla finale del Roland Garros edizione 1987: la diciassettenne di Mannheim supera la Navratilova sul campo 8-6 al terzo set (oltre che al primo posto nella classifica WTA):

I trionfi della Navratilova a Wimbledon e agli US Open sono soltanto un interregno: nel 1988, suo annus mirabilis, Steffi è assunta nell’Olimpo del tennis in rosa, insieme a Maureen Connolly e Margaret Court Smith; la tedesca si aggiudica infatti tutte e quattro le prove del Grande Slam nel corso dell’ anno solare.
Aggiunge anche l’oro olimpico a Seul, tanto per non farsi mancare nulla.
Chiude l’anno con un clamoroso bilancio tra vittorie e sconfitte: 72-3. La Graf continua a vincere nei mesi, negli anni successivi.
L’unica in grado di fermarla, una volta sola, è Arantxa Sanchez - scatenata diciottenne di Barcellona: nel terzo set della finale di Parigi del 1989 rimonta dal 3-5 contro Steffi e alza la coppa (è questa la più grande sorpresa della storia del tennis femminile?):

Con un ritardo di quasi un decennio rispetto al tennis maschile, anche il circuito in rosa ha trovato "la sua Ivan Lendl": solidità impressionante da fondo campo, dritto devastante (spesso giocato dal lato sinistro del campo), servizio tra i tre migliori del circuito, rovescio di alto livello e volée il più delle volte utilizzata per chiudere un punto già quasi conquistato.
Al tutto aggiungete il più straordinario, brillante, atletico gioco di gambe mai visto su un campo da tennis.
Ivan e Steffi hanno, sul campo, la stessa voglia di vincere, alla quale la tedesca aggiunge anche una certa “fretta” di farlo: le sue partite sono rapide come guerre lampo, e altrettanto feroci. Non solo per i pochissimi game spesso concessi alle malcapitate avversarie, ma anche per una certa tendenza ad accorciare il tempo del cambio di campo, alzandosi e preparandosi a servire o ricevere prima dello scadere del tempo canonico concesso.
Non sempre le avversarie apprezzavano.

Poi arrivò una ragazzina di Novi Sad, dalla chioma bionda (tinta?) e ricciolina: è il 1990. La sedicenne Monica Seles, nel corso di un mese, sconfigge due volte la Graf: la seconda volta sulla sacra terra rossa del Roland Garros.
Due sconfitte che interrompono un record, certo; ma che rappresentano qualcosa di più. La granitica (e giustificatissima) autostima di Steffi è, per la prima volta, incrinata.
Zina Garrison, ottima giocatrice d’attacco, sconfiggerà entrambi i mostri sacri a Wimbledon, ma la sconfitta di Steffi ha un peso specifico molto più pesante di quella di Monica. Dal 1986, Steffi aveva sempre raggiunto la finale di tutti gli Slam giocati.

Steffi-Monica sarà una rivalità avvincente, assolutamente degna di quella tra Evert e Navratilova. Steffi chiuderà il 1991 al secondo posto in classifica, dietro alla nuova regina venuta dalla Serbia. 
Il gioco di Monica è un concentrato di tutto ciò che Steffi patisce: una vera e propria nemesi. La Seles è una macchina da tennis: dritti e rovesci bimani, geometrie chirurgiche, aggressività, urla demoniache come colonna sonora di ogni colpo.
Dieci anni prima, una giocatrice come Monica Seles sarebbe stata, semplicemente, impossibile da creare. Ma ora siamo negli anni '90, e Monica è una realtà. 

Nel 1991 la tigrotta di Novi Sad conquista tutti e tre gli Slam ai quali partecipa. Rinuncia a giocare a Wimbledon per ragioni mai completamente chiarite, lasciando campo libero alla Graf. L'anno successivo la storia si ripete: Australian Open, Roland Garros e US Open sono appannaggio di Monica, che però, in aggiunta, si arrampica fino alla finale anche sui sacri prati dell'All England Club.
Ma l’erba di Wimbledon è ancora troppo ostica, il rovescio tagliato di Steffi troppo insidioso: il piatto d'argento prende la via della Germania. Per Steffi, un paio di Wimbledon in due anni sono tuttavia un magro bottino.

Il 1993 inizia con il terzo trionfo della serba a Melbourne; a 19 anni appena compiuti, Monica Seles ha già vinto 8 prove dello Slam: può diventare la giocatrice più titolata di tutti i tempi? Ma il 30 aprile di quell'anno accade l'imponderabile.
Sulla terra rossa del campo centrale di Amburgo, Monica è a un paio di game dalla conquista dell'ennesimo titolo (5-3 nel secondo set, dopo aver incamerato il primo, contro Magdalena Maleeva).
Seduta, al cambio di campo, afferra la bottiglia d'acqua e si sporge leggermente in avanti. Avvicina la bottiglia alle labbra per bere. Sente un dolore lancinante.
Grida.
È il buio. Monica si gira, in preda al terrore.
Vede un volto, folle e ghignante. Una mano, la stessa che le ha appena affondato un coltellaccio da cucina a pochi centimetri dalla colonna vertebrale, sta per vibrare un secondo colpo.

(minuto 1’54”)

La fermeranno prima, per fortuna. Quella mano è di Gunther Parche: "Sono tifoso della Graf", dirà, più o meno, per "spiegare" il suo gesto. "Volevo che la mia beniamina tornasse a vincere".
E Steffi lo farà, portando a casa altri 11 Slam dopo quel maledetto giorno di Amburgo. Ma non sarà più la stessa cosa, neanche per lei: "Non è facile per me - dirà, amara - convivere con la consapevolezza di essere numero uno perché Monica è stata aggredita".

Monica tornerà in campo, un paio di anni dopo. La ferita non era stata profonda. Non lo era stata nel corpo: nella psiche lo era stata eccome. La Seles "rediviva" vincerà quasi subito uno Slam (Australian Open, 1996), ma sarà l'ultimo della sua carriera.
Il suo tipo di gioco forsennato e il limitato allungo garantito dalla doppia presa bimane sono giudici feroci: i chiletti di troppo accumulati pesano. In tutti i sensi.

Quella di Seles-Graf-Parche è una storia amarissima per tre ragioni.
La prima, naturalmente, è il dramma, umano e sportivo, subito e patito da Monica.
La seconda e la terza sono rappresentate da due domande senza risposta: Monica sarebbe diventata la tennista più titolata di tutti i tempi? Steffi - a livello di pura qualità tecnica più dotata della sua avversaria - avrebbe trovato le contromisure per neutralizzare le alchimie tennisctiche della tigrotta di Novi Sad? 
Lo sport e la vita sono narratori crudeli: a domande del genere non danno mai una risposta.

Andrea Donna
@AndreaDonna

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