#PIOMBINODEVEMORIRE - Storia di una città di zombie

#PIOMBINODEVEMORIRE - Storia di una città di zombie

“Piombino deve morire; e poi rinascere, sotto forma di qualcos’altro”. A pronunciare queste parole, contraddicendo il celebre hashtag #piombinonondevechiudere, è un cittadino piombinese sulla settantina; dal suo asciugamano da mare contempla la bellezza di Baratti, la spiaggia dei ricchi che sta tra Piombino e San Vincenzo e che ora fa guadagnare cifre non da poco al Comune grazie ad un parcheggio annesso dal costo megagalattico.
Da quando le acciaierie traballano Piombino ha scoperto di avere spiagge, pinete e panorami: cerca di tirare su qualcosa da lì. Non che lo si possa chiamare “guadagnare con il turismo”, ma chissà: forse un giorno.

Un mese fa ho passato cinque giorni in villeggiatura a Piombino ed ho pensato che mi sarebbe piaciuto raccontare qualcosa su come sono andate (e stanno andando) le cose nella cittadina siderurgica per eccellenza del territorio italiano.
Qui la tradizione dell'acciaio è ben più antica e imponente che a Taranto, tristemente più famosa per la questione Ilva: detta Ilva, però, non tutti sanno che nasce originariamente proprio a Piombino e solo successivamente si espande su suolo pugliese.
Quello che so prima di arrivare in città è che ad aprile 2014 l’ultimo altoforno attivo è stato messo in una condizione di lento spegnimento (in stand by); so che molti hanno perso il posto o sono in cassa integrazione e stanno protestando spalleggiati - più o meno - dai sindacati. So che Piombino non è più la florida città operaia degli anni ’60 e non è neanche più quella degli anni ’90: gli alti comignoli dell’acciaieria non buttano più fuori i fumi che ero abituata a vedere durante i miei soggiorni estivi da bambina.

Arrivo e comincio a chiedere ad amici, conoscenti e persone sedute placidamente ai tavoli di un bar se mi possono raccontare come se la passa Piombino ora che l’acciaio non è più una sicura riserva di pane quotidiano. Parlo con ottuagenari, casalinghe, operai trentenni e pensionati di vecchia data: io li ascolto e ancora non so cosa vado in giro cercando perché di storie sulla siderurgia all'Italsider (o Lucchini? O Magona? E che differenza c’è? Eccola qui) ce ne sono tante.
Potrei parlare del come siano nate le attività siderurgiche nel lontano 1864 e da come all’inizio ci lavorassero prevalentemente detenuti; di come gli impianti si siano sviluppati dapprima vicino ai porti e lontano dalla città ma che in un secondo momento, con l'espansione delle acciaierie e nel desiderio operaio di avvicinarsi al luogo di lavoro, le due realtà si siano andate incontro in un abbraccio che ha portato conseguenze per nulla positive (inquinamento, malattie professionali, condizioni di vita non accettabili, sbancamenti poi rivelatisi inutili). 
Oppure di come negli ultimi anni si sia cercato di riprendere le redini della situazione con progetti di salvaguardia dell’ecosistema: l’ecosostenibilità che tanto piace ora e che, negli anni ’50, interessava molto meno dell’aver la pancia piena tutti i giorni, anche se lo stabilimento buttava i fumi nella tua cucina. 
Tutto questo però si può leggere senza problemi in “La Siderurgia a Piombino” di Luigi Panciatici e poco servo io, a questo punto.

Potrei parlare del coinvolgimento politico che impoverì qualitativamente ed economicamente le acciaierie tra gli anni ’50 e ’60 e anche più avanti, quando il Partito Comunista regnava sovrano a Piombino grazie ai voti della classe operaia (qui il glorioso elenco di sindaci rossi che si sono susseguiti); le acciaierie divennero ufficio di collocamento e luogo dove piazzare politici al posto di manager, con conseguenze disastrose per l’attività.
Appare ovvio che avere 8.000 dipendenti in un’acciaieria che necessitava di circa soltanto 2.500 di essi, a loro volta diretti da persone senza le competenze necessarie, fece sì che la situazione si deteriorasse e che “ciò che di buono era stato fatto venne distrutto progressivamente”, come scrive Panciatici.
Nei decenni in cui la classe operaia era il bacino di voti dominante nell’area livornese le acciaierie si trasformarono in un ufficio di collocamento in cui - mi racconta Mauro Sozzi, ex dirigente Italsider operante fino agli anni ’80 – tutti potevano in un modo o nell’altro essere “piazzati”.
Chi dirigeva non era per forza del mestiere e faceva scelte improprie; lo squilibrio tra entrate e uscite, con l’andare del tempo, avrebbe generato un passivo insolvibile che, unito al progresso del mercato dell’acciaio nell’area asiatica (lo sviluppo in quelle aree sarebbe stato del 100% annuo, contro il 5% italiano) avrebbe portato alla situazione fallimentare odierna.

Potrei, d’altronde, riportare ciò che mi ha raccontato un giovane operaio attualmente in cassa integrazione: mi ha parlato delle condizioni di sicurezza – o non sicurezza - del lavoro all’interno dello stabilimento.
Si tratta di racconti che evocano realtà tristemente note, come il grande incendio alla Thyssenkrupp che mi ritorna alla mente mentre si racconta di rulli sui quali viaggiano contenitori di acciaio fuso che passano sopra le teste degli operai. Ogni tanto, dice, qualcosa va storto; un operaio nel 2006 finì sotto un caterpillar e fu l’ultimo incidente mortale.
Prima di allora, per esempio, accadde pure una volta che una colata di acciaio si rovesciò su un gruppo di operai, che cercarono invano di fuggire. Alcuni non furono mai più ritrovati.
Quali sono le misure di sicurezza all’interno dello stabilimento?
Dovremmo avere guanti, tuta, protezioni per la testa, ma…”

Dovremmo?
Sì, mi dice: le misure di sicurezza sono pensate per proteggere il corpo, ma un corpo non resiste in un ambiente come quello della fonderia per otto ore di turno se viene costretto in una tuta ignifuga, guanti e casco. Non è fisicamente possibile.

altoforno

Potrei infine raccontare dei progetti futuri: ci sarà un ricollocamento delle risorse umane? Come verrà gestita la cassa integrazione? Cosa ne sarà degli stabilimenti?
Matteo Renzi pare essersi preso a cuore la questione della vendita delle acciaierie partecipando attivamente alle trattative commerciali gestite dal Commissario Straordinario Piero Nardi (il Nardi condannato a otto anni e mezzo per disastro ambientale e omicidio colposo plurimo per le morti dell’Ilva di Taranto) con Jigsaw Jindal, magnate del colosso dell’acciaio indiano che ha offerto 100 milioni di dollari per l’acquisto degli impianti a freddo (estendendo però l’offerta anche ad altre parti dello stabilimento).
Il Sole 24 Ore ci aggiorna giorno per giorno sull’andamento delle trattative e, per quanto ne so, nel momento in cui questo articolo uscirà potrebbero esserci stati ulteriori cambiamenti a tale proposito.

Eppure la questione Italsider a Piombino è molto più di questo: è un modo di vivere, essere e pensare che ha impregnato e deformato la città per più di un secolo. Se in tempi passati, come scrive Panciatici “…era normale che nei negozi le madri di famiglia uscite al mattino per fare la spesa parlassero di fermata impianti o di guasti accidentali”, ora le conversazioni da spiaggia o da bar delle nuove generazioni si basano su ipotesi su cosa faranno o non faranno “gli indiani” o chi, al posto loro, comprerà quello che fu un baraccone semi-statale.
Ora, semplicemente, anziché parlare per strada o dal panettiere i cassintegrati hanno un gruppo su Facebook e comunicano con Wathsapp. Il Cotone, la Tolla e i Ghiaccioni, i tre quartieri costruiti per le famiglie degli operai, colmi di palazzoni e cortili tristi che ancor’oggi sono abitati e sono stati fagocitati dalla città come anonimi quartieri proletari; sono abitati da persone che odiano visceralmente ogni singola parola scritta in Acciaio, il libro di Silvia Avallone ambientato a Piombino che parla della vita nei quartieri popolari all’ombra di drammi in acciaieria, droga, disagio e povertà.
Piombino non è questo, dicono i piombinesi; non è solo morte, luoghi di lavoro angusti e gioventù bruciata; è pane quotidiano, uomini che si sono spezzati la schiena per decenni e che si sono anche fatti qualche annetto in mezzo all’amianto in cambio di qualche soldo in più.
E qualche conseguenza a livello fisico.

Ognuno ha una propria opinione su come e perché le acciaierie siano finite economicamente alla deriva e su quanto si possa recuperare delle attività, o di quante persone verranno ricollocate ma, se devo rievocare un concetto che mi è parso filo conduttore dei pensieri di tutti, è il seguente: Piombino è morta.

Città considerata come nata e cresciuta per la siderurgia e solo grazie ad essa (legata all'industria in modo molto più viscerale dell'antica Torino, che esisteva ed aveva una storia da prima della Fiat e in qualche misura si è saputa creare delle attività alternative, chissà quanto efficaci e redditizie), adesso che Piombino vede perso il suo pane quotidiano si barcamena nel cercare un ritorno a qualcosa che non ci sarà più.
Se i più anziani vedono con tristezza e lucidità la fine di un’era, i giovani non sono così orientati a pensare di poter sopravvivere con qualcosa di differente dalla fabbrica: il turismo, magari?
Va detto che sul sito del Comune, al momento, non c'è neanche un bando di gara che riguardi attività turistiche.

La cura dell’aspetto turistico della città (che pure avrebbe tanto da offrire, essendo località marittima con un bel borgo medievale e località annesse quali Populonia e la costa dense di siti archeologici e storici) è arrivata solo negli ultimi anni, ovvero con due decenni di ritardo rispetto a quanto sarebbe stato opportuno: ora come ora, il turismo a Piombino non è ancora una realtà abbastanza solida da poter garantire sicurezza economica ed alternative tali da sostituire economicamente le acciaierie. 

Il futuro dei piombinesi sembra dondolare precariamente tra due impulsi contraddittori; da una parte la consapevolezza che un ciclo sia finito e che si debba passare a una fase del tutto nuova. Dall’altra, l’illusione, soprattutto nei più giovani, che qualcosa si possa ancora fare, come nel caso di un florido ricollocamento o grazie ad un’offerta commerciale particolarmente fortunata.
Non vi è, da parte di molti, un atteggiamento reattivo bensì un’osservazione passiva dell’incalzare degli eventi, nella speranza che la sopravvivenza di tutti sia, in qualche modo, assicurata; il che, a ben vedere, è emblematico visto che già nel 1996, Panciatici scriveva:

“…è stata una convivenza (quella di città e stabilimento) finora ricca di sfaccettature, senz’altro con effetti più positivi che negativi ma che deve trasformarsi perché i tempi cambiano e le due realtà, ormai, devono imparare a convivere senza interferire più di tanto fra loro…”

Ora che persino il tempo della "convivenza senza interferenze" pare finito, vedremo cosa verrà a sostituirlo.

Silvia Nazzareni
@twitTagli

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