Percorsi biografico-musicali: S come... Slipknot

Percorsi biografico-musicali: S come... Slipknot

Vi ho fatto aspettare un po', ma la S ha voluto il suo tempo. Si tratta di uno snodo cruciale del percorso, di un gruppo che ha a tutti gli effetti un grande valore nella mia formazione musicale e nella mia storia personale.
Il viaggio che dobbiamo fare rispetto alla California solare e piccante dell'ultima puntata non è dei più lunghi: restiamo negli Stati Uniti d'America, ma cambiamo completamente luogo, atmosfera e genere. Risalendo verso nord-ovest facciamo tappa nel semi sconosciuto Stato dell'Iowa, noto nella cultura popolare solo per essere citato nel terzo capitolo di On the road di Jack Kerouac. O almeno fino alla seconda metà degli anni '90, quando una minacciosa burrasca sonora inizierà a levarsi da quelle lande dimenticate della corn belt con un carico di malvagità e ostilità da riversare sulla scena musicale di allora.
Temporalmente siamo invece perfettamente – o quasi – contemporanei all'ultima lettera.
Sì, fa una certa impressione anche a me constatare come le cose siano cambiate così radicalmente in poco tempo.

S come... SLIPKNOT

Vi consiglio: Slipknot, Iowa
Tracklist: (515) / People = Shit / Disasterpiece / My Plague / Everything Ends / The Heretic Anthem / Gently / Left Behind / The Shape / I Am Hated / Skin Ticket / New Abortion / Metabolic / Iowa
Etichetta: Roadrunner Records
Anno: 2001

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Un pomeriggio il mio amico Alberto mi piomba in casa, senza preavviso come suo solito. Porta un cd masterizzato, è per me. «No, Andrea, devi assolutamente ascoltare questi qui! Sono completamente fuori di testa, è il nu metal più cattivo e malato che tu possa immaginare!».
Ora, ci sono momenti nel romanzo di formazione musicale di ciascuno di noi che sono veri e propri spartiacque. Arrivano dal nulla, senza avvisare, proprio come Alberto. 

Sapete già che il periodo a cavallo tra le medie e i primi anni delle superiori è stato per me un momento – cardine, soprattutto perché ho cominciato a prendere sempre più autonomamente in mano le redini dei miei gusti tuffandomi nel magma della mia stagione generazionale e della galassia delle sue (sotto)culture giovanili. 
Il nu metal, quella strana forma ibrida in cui il linguaggio metal si incontrava con altri stili (ma preferibilmente l’hip hop) creando una sorta di nuovo mostro sonoro, era il fenomeno che nello specifico mi aveva preso in pieno, come peraltro già vi ho raccontato.[1] 

Insomma, io che me ne stavo lì a fare tutt’altro, accetto di buon grado l’evasione e la nuova avventura musicale che il mio amico mi propone. Metto su il disco pensando che tanto più in là dei Korn – che ritenevo il non plus ultra in ambito nu metal – non si andrà. Mi sbagliavo, e di grosso pure. Camera mia viene invasa da suoni sinistri e distorti, urla truculente di una disperata follia si levano a completare quella livida atmosfera.
È solo l’introduzione, tempo pochi secondi e attacca il primo brano del disco: People = Shit.

Una scarica di violenza nichilista e di energia negativa mi investe seduta stante mentre il mio udito viene suggestionato dalla sua prima esperienza con un ruggente growl. Le persone sono merda. È qualcosa di talmente selvatico e puntuale nella sua critica e nel suo sostrato sonoro che non posso restare indifferente: le soluzioni ritmiche non mi danno il tempo di ambientarmi, il graffiare delle chitarre sottolineato dai giochi elettronici di samples e scratch mi trasporta definitivamente in un'altra dimensione.
Niente di così violento o estremo mi aveva mai colpito fino ad allora,[2] ed era solo l'inizio del viaggio.

Il mio amico Alberto ci tiene inoltre a informarmi sul fatto che ogni membro della band porti una propria maschera e un numero di riconoscimento sulla propria tuta. Il loro show, nella mia immaginazione, diventa così uno spettacolo grottesco con sinistre figure dai volti inquietanti che si scatenano in rituali musicali estremi. Non ci volle molto perché alcune foto e alcuni video dei loro concerti confermassero in pieno le mie impressioni. 
Ma da dove poteva provenire tutta quella massa oscura e diabolica che mi entrava nelle vene e finiva col possedermi senza la benché minima pietà? 

Le prime curiosità sono soddisfatte sempre dal caro Alberto che mi parla di uno Stato americano perso nel niente e dal nome insolito, Iowa. Prendiamo l'Atlante (no, non siamo ancora nella generazione-motore di ricerca) per trovare informazioni e scopriamo che lo Stato si trova nel nord del Paese, in piena corn belt. Grano, campi di grano a perdita d'occhio, frequenti precipitazioni e la maggiore concentrazione di radon della nazione. Un profilo davvero niente male.
E l'album che stiamo ascoltando è appunto dedicato – in un misto conflittuale di risentimento e di appartenenza – proprio allo Iowa.

Inizio a intuire da dove possa venire tutta quella rabbia, tutto quel violento marasma: da una delle realtà più marginali e desolanti degli USA, innalzata da deprimente realtà locale a simbolo di un decadimento umano generale. Nell'Iowa verosimilmente non ci sono grandi opportunità per uscire dall'ordinario e dei giovani musicisti devono fare casino, molto casino, per farsi notare dato che difficilmente qualcuno guarderà da quelle parti. Questo potrebbe in parte spiegare la scelta da parte degli Slipknot di quel «forte impatto iconico tramite l'utilizzo di tute numerate, maschere e uno stage-set di volta in volta più chiassoso e sgargiante».[3]

Gli Slipknot non sono una band ordinaria, è ormai chiaro. Oltre all'aspetto e all'immaginario su cui gioca, una formazione di nove elementi è in effetti più unica che rara. L'impatto della sessione ritmica, composta da una batteria e da due percussionisti, è in effetti uno degli aspetti più dirompenti del loro sound. A queste raffiche - che virano episodicamente su uno psicotico tribalismo - vanno aggiunte le sementi gettate dal thrash e dal death metal, una confluenza letale.
Ma non basta: le incursioni elettroniche del piatto da disc jockey e dei samples forniscono un che di straniante a tutta l'amalgama, le scorribande di truci rime – che strizzano sovente l'occhio all'hip hop – sono scandite con una violenza e una rabbia gutturale che è del tutto innovativa alle mie orecchie.

Non è il semplice nu metal che ho ascoltato fin qui ma è qualcosa di più, è un livello successivo. Il ponte gettato dagli Slipknot tra le nuove tendenze a rimescolare le carte con altri generi e il peso delle influenze più autenticamente metal è una risultante difficile da inquadrare e da etichettare.
Una risultante ottenuta nel tempo e per successive sperimentazioni a partire dalla prima e acerba demo Mate. Feed. Kill. Repeat. (1996), con una formazione a “soli” sei elementi, e il primo e ormai classico primo album omonimo del 1999.
Una risultante cui vanno aggiunte la sapienza e il lavoro di Ross Robinson, capace di rendere senza filtri la schizoide spontaneità del gruppo e che è in studio con loro anche per l'incisione di Iowa che sarà pubblicato nel 2001.

L’estremità della proposta si radicalizza ulteriormente in questo nuovo lavoro degli Slipknot: se l'assaggio d’apertura non fosse bastato, seguirà immediatamente a ruota Disasterpiece e il suo spietato concentrato di malvagità. Un discorso di misantropia e di negatività che prosegue in praticamente tutte le tracce e tra cui spiccano I’m Hated, New Abortion, The Heretic Anthem (probabilmente il mio primo contatto con la suggestione maligna del 666) e Metabolic

Episodicamente il dilagare del frastuono trova anche aperture melodiche assai azzeccate, come nei casi notevoli di Left Behind e The Plague, o incredibili virate verso la quasi totale allucinazione elettronica, come in Skin Ticket. Un’ulteriore notazione meritano infine altre due tracce: da un lato l’inquieta e maniacale title track, con la sua delirante e dilatata maestosità; dall’altro la cullante desolazione di Gently che sfocia in una folle e rabbiosa progressione finale.

Iowa è un album tremendamente onesto. Altamente evocativo nel suo condensare il declino umano e le frustrazioni sociali nel simbolo del marginale e liminale Stato in cui i nostri nove sono cresciuti, è già un capitolo significativo dell’evoluzione del cosiddetto nu metal – pur rappresentandone un sostanziale superamento della sua formula base. La ficcante follia che li portò all’attenzione della Roadrunner matura in «un massacro a catena ancora più mefitico e ridondante […] pestilenziale quasi quanto il degrado della nostra civiltà».[4] 

Per me rappresentò il prendere corpo e consistenza di un'adolescenziale e profonda bile umorale che finalmente trovava una sua degna espressione. Le ansie e le inquietudini di un ragazzino in cerca di emozioni musicali forti ed estreme – che si scagliassero a testa bassa contro un mondo ritenuto ingiusto e lesivo della personalità individuale, poi – e di una certa dose di anticonformismo vennero interpretate in pieno.[5] 
Gli Slipknot furono però anche e soprattutto il mio ponte verso i territori più integerrimi ed estremi del linguaggio musicale e dunque coi nove dell'Iowa non ho solo un debito meramente generazionale.

A distanza di tempo, sono ancora qualcosa di più che un semplice ascolto da ripescare e riscoprire episodicamente con un certo sottofondo di nostalgia: la loro scoperta è stata un turning point, un passo importante e decisivo per capire quale direzione avrebbe intrapreso la mia ricerca di musica. Il gusto avrebbe sviluppato poi altri orientamenti, avrebbe prediletto inclinazioni diverse, ma alle spalle restavano sempre e comunque quei nove inquietanti figuri che in quei territori mi avevano di fatto condotto.

Con buona pace dei vari puristi del metal con le loro ontologie, le loro disapprovazioni e le loro ingiurie gratuite, devo agli Slipknot – oltreché alla visita inaspettata di Alberto in quel noioso e indolente pomeriggio – una fetta consistente di adolescenza e il mio passaporto verso la scoperta di quello che ancora oggi è il mio genere preferito.

doc. NEMO
@twitTagli

[1] Molti tra i miei coetanei, specie chi aveva bisogno di qualcosa di “duro” e “fuori dagli schemi”, andavano a pescare preferibilmente lì. La nota divertente è come la maggior parte dei gruppi dell’ondata nu metal, o perlomeno i più noti, passassero ovviamente attraverso MTV che in parte “filtrava” e “ovattava” il fenomeno.

[2] Cosa che in parte può far ridere considerando a quali generi musicali mi sono appassionato (o quali abbia anche soltanto esplorato) successivamente. Fatto sta che in quel momento era probabilmente quanto di più estremo potesse esserci per me.

[3] Slipknot, in Metallus. Il libro dell'heavy metal, a cura di Luca Signorelli e della redazione www.metallus.it, Giunti, Firenze, 2001, p. 168.

[4] Tommaso Iannini, Nu Metal, Giunti, Firenze, 2003, p. 77.

[5] Ricordo, come ho sempre fatto, che magari potevano anche essere solo pose, atteggiamenti e nulla più, ma che allora avevano secondo la mia percezione un proprio valore e un valore non indifferente.   

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