Percorsi biografico-musicali: R come... Red Hot Chili Peppers

Percorsi biografico-musicali: R come... Red Hot Chili Peppers

Dopo un viaggio nella mia Firenze scapestrata e universitaria, parliamo di musica mainstream, facendo l’ennesimo salto verso gli Stati Uniti e tornando indietro a quegli anni finali della decade dei ’90 che mi ha visto crescere.
Sono particolarmente legato al gruppo di cui sto per parlarvi per tanti motivi, ma soprattutto perché la sua scoperta ha coinciso per l’appunto con una fase centrale, importantissima nel mio percorso personale. Mi piace pensare che non sia un caso il fatto che, dopo questo lungo silenzio, debba riprendere il percorso proprio da qui.

R come… RED HOT CHILI PEPPERS

Vi consiglio: Red Hot Chili Peppers, Californication
Tracklist: Around the World / Parallel Universe / Scar Tissue / Otherside / Get on Top / Californication / Easily / Porcelain / Emit Remmus / I Like Dirt / This Velvet Glove / Savoir / Purple Stain / Right on Time / Road Trippin’
Etichetta: Warner Bros. Records
Anno: 1999

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Estate 1999. La scuola sta volgendo al termine, le giornate si allungano, una spensierata pigrizia inizia a diventare pervasiva, il salotto di casa ricomincia a essere frequentato sempre più spesso. La televisione non offre molto rispetto al solito intrattenimento per ragazzi, ma tanto è la voglia di musica che mi spinge lì.[1] Intendiamoci, non è che la musica del momento riuscisse a emozionarmi particolarmente, ma non si poteva certo pretendere che un giovane adolescente potesse ostinarsi ad ascoltare i Beatles, o comunque musica di almeno tre decadi precedenti alla propria.

Questo sentimento che mescolava una certa volontà di scoperta con un generale sentimento di noia viene improvvisamente rotto da un breve spot promozionale del nuovo album dei Red Hot Chili Peppers, Californication. Frammenti del videoclip del singolo di lancio, Scar Tissue, e il suo motivo semplice, intrigante e suadente colpiscono in un lampo la mia attenzione e stimolano la mia curiosità. Quell’ascoltatore inconsapevole e inesperto che ero stava per far entrare un nuovo elemento nel suo ancora ristretto spettro di interessi musicali.

I Red Hot Chili Peppers – di cui, beninteso, non sapevo nulla – tornavano allora allo scoperto dopo quattro anni di silenzio discografico. Nel 1992 lo storico chitarrista della band, John Frusciante, aveva abbandonato i compagni e, dopo una lunga ricerca, veniva sostituito da Dave Navarro. I nostri avevano sfornato un album, One Hot Minute (1995), che non era andato bene a livello di vendite e che non aveva nemmeno convinto troppo la critica. Tempo una manciata di anni e il breve interregno di Navarro alla chitarra finiva.

Nel mentre John Frusciante era entrato in un brutto giro di droghe pesanti e per poco non ci lasciava la pelle. Entrato in riabilitazione e completato l’iter richiesto, il nostro viene invitato a riunirsi ai Red Hot che ritrovavano così, infine, la formazione che li aveva consacrati. Era l’estate del 1998.
Passa un anno. Un anno denso, fatto di rapporti che si riallacciano, di alchimie che si ricreano, di equilibri che si ritrovano, di idee e creatività che si liberano. Tutto questo (e molto altro) attraversa il quartetto californiano, passa per le abili mani e la mente capace del magico produttore Rick Rubin, e si condensa in Californication che esce – come ricordavamo – a inizio estate del 1999.

Sarà un album capitale per i Red Hot Chili Peppers: grande successo di vendite e ritorno ai vecchi lustri, senza sembrare con ciò una scontata ripetizione di sé stessi; una nuova passeggiata nel mondo delle major e del mainstream, ma accompagnati dalla personalità di sempre e da una buona dose di dissacrante indipendenza; sei singoli estratti di cui il primo, il ricordato Scar Tissue, premiato come miglior brano rock ai Grammy Awards del 2000.

Insomma, tutti i connotati del gran disco. Non a caso è già considerato un episodio capitale degli anni ’90 e in generale della storia del rock. La consacrazione commerciale che la band ha conosciuto nel successivo decennio ha avuto un determinante punto di svolta in Californication, oltreché in quei precedenti e seminali Mother’s Milk (1989) e Blood Sugar Sex Magic (1991).

Ricordo ancora l’effetto surreale e quasi esotico che ebbe su di me la copertina dell’album, con un cielo fatto di mare e una piscina di nuvole/tempesta di sabbia rosso-arancio in uno di quei cortili da villa californiana che erano – e restano, per ora – nient’altro che un sogno, un’immagine fantasiosa. Ed è proprio alla California che questo disco si consacra, «all’influsso positivo e negativo che esercita sul mondo intero, la famigerata “californicazione” citata nel titolo […]».[2] Un album che, per la prima volta, ebbi modo di esplorare e scoprire tutto da solo, apprezzandone diversi episodi prima ancora che divenissero singoli di successo.

Quando l’adrenalinica traccia d’apertura, Around the World, uscì poderosa dalle casse del salotto[3] fu amore immediato. Una vera e propria iniezione direttamente in vena di quella formula dinamica e fiammante in cui il funk incontrava schegge di rock, di hip hop e di punk, sottolineata dalle folli linee di basso tracciate dal funambolo Flea.
È solo uno dei tanti esempi che potrei fare poiché, esclusa la citata Scar Tissue, era tutto materiale nuovo per me. Così, in ordine sparso, rimasi ammaliato dalle atmosfere avvolgenti e quasi nostalgiche della conclusiva acustica Road Trippin’, fui conquistato dall’orami inconfondibile incipitvocale della tetra e surreale Otherside, dalla sensualità struggente della title-track, dagli improbabili sviluppi di Parallel Universe.

Ma ciò non rappresenta che la punta dell’iceberg in un album che vedeva sì i Red Hot Chili Peppers proseguire sul loro tipico filone di folle funk rock, ma che si apriva anche a nuove soluzioni alle volte più essenziali, alle volte più melodiche ed emotive. Se Right on Time, Get on Top e Purple Stan, su tutte, stanno lì a rappresentare degnamente la prima componente, è per la seconda che possiamo trovare un insieme di soluzioni quanto più variegate e interessanti che segnano una nuova maturità per il quartetto californiano.

Sono da sottolineare in questo senso l’orecchiabile e riuscito equilibrio trovato tra il melodico e il sound “marchio di fabbrica” dei nostri in un episodio come Easily, oppure Savoir dove la componente più poderosa e classica del rock dei nostri sfocia in un insospettabile e ammaliante uso dell’effettistica e dei contro cori che è quasi al confine con la psichedelia.

Inusuali invece le soluzioni rumoristiche e stranianti che costituiscono di fatto l’ossatura di Emit Remmus, generalmente rammentata solo per il fatto che nel suo testo racconti la breve storia che il cantante dei Red Hot Chili Peppers intrattenne con l’ex-Spice Girl Melanie C nel giro, appunto, di un’estate.[4]
Ma tra i pezzi di questa seconda componente fui conquistato in particolare da This Velvet Glove: un riff principale semplice e soave evolve progressivamente in un ritornello dal sapore solare e vivace che è praticamente come un’avvolgente e pervasiva esplosione di luce. Perfetto.


Ora, ogni album è sempre, inevitabilmente, il frutto del lavoro di un gruppo, di un collettivo che parte dai singoli musicisti e arriva fino all’ultimo dei sound engineer. Ma sarebbe un delitto, a mio avviso, non evidenziare come quest’album sia anche e soprattutto l’album di John Frusciante, la sua vera e propria riabilitazione personale dopo i difficili anni di terapia che aveva attraversato. Senza dubbio la folle e dinamica sessione ritmica della premiata ditta Smith – Flea ha un peso specifico più che considerevole e lo stesso può dirsi per la calda ed energica presenza del cantante Anthony Kiedis.

Ma il segno del lavoro e delle idee di Frusciante è forte, inconfondibile: la sua mano si avverte in tutti gli arrangiamenti, la sua energia creativa pervade ogni singolo brano, le sue soluzioni solistiche e i suoi spunti compositivi aggiungono un certo non so che a tutto il lavoro. 
Per quanto possa apparire scontata come osservazione, difficilmente qualcosa di anche solo lontanamente simile a questo sarebbe saltato fuori senza Frusciante e soprattutto senza la sua volontà di rimettersi in gioco dopo il momentaneo allontanamento dal gruppo.

Per quanto mi riguarda, invece, difficilmente avrei iniziato a veleggiare solitario e via via più consapevole nel mare magnum della musica senza questo episodio. Aver conosciuto così i Red Hot Chili Peppers, acquistando questo prodotto a scatola chiusa e quando ancora nessuno poteva sapere cosa sarebbe seguito, mi fa ancora oggi uno strano effetto.
Di fatto fu una delle mie prime scoperte autonome, uno dei primi gruppi che elevai da solo al rango dei preferiti, sicuramente il primo nome che sentii decisamente “mio” da un punto di vista sia generazionale che musicale.

Insomma, il primo passo fuori dalle pur determinanti ombre lunghe che derivavano dal materiale presente in casa e dall’universo popolare e commerciale di quegli anni che – come ho detto in apertura – non è che mi facesse esattamente impazzire.
Potrei dire che proprio in quell’indolente estate del 1999 sia terminata la fase infantile del mio romanzo di formazione musicale e si sia aperto un nuovo, determinante capitolo.

Nel segno vivido e inconfondibile dei peperoncini rossi piccanti e della “californicazione”.

doc. NEMO
@twitTagli

[1] Questa frase potrà suonare strana quanto contraddittoria, ma si dà il caso che allora il canale MTV fosse ancora un canale musicale. I video a rotazione continua erano uno dei passatempi sociali e individuali più praticati, sempre in cerca di qualcosa di nuovo da vedere e da ascoltare.

[2] California, a cura di Roberto Caselli e Aldo Pedron, Editori Riuniti, Roma, 2000, p. 287. Un immaginario, quello della California, che miscela aspetti naturalistici, culturali, musicali e altro ancora; un fascino che, per me, si concentrava principalmente nella mitica Los Angeles. Per averne un assaggio vi rimando alle pp. 9-12 e 208-217 di questa guida rock.

[3] No, l’impianto in camera non lo avevo. Sfruttavo pertanto quello del salotto, antico retaggio paterno, che pompava da paura però. L’unico inconveniente era il dover attendere che il “campo” fosse libero, in modo da non doversi subire la manfrina su che diavolo di musica stessi ascoltando. Sono certo che molti di voi capiranno.

[4] Il titolo non è altro che summer time scritto al contrario.

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