Percorsi biografico-musicali: P come... Pantera

Percorsi biografico-musicali: P come... Pantera

Anzitutto una piccola ma doverosa scusa a chi mi segue. Tanti, pochi, con più o meno interesse, ha poca importanza. Sono stato a lungo assente e ho lasciato un po’ naufragare il percorso e me ne dispiaccio. Ora, senza indugio, vi riporto subito nel vivo: ci eravamo fermati nella mia Firenze un po’ cantautoriale, un po’ menestrella.
Con la P torniamo nel mondo del metal anglosassone e per la precisione in Texas, U.S.A.
Ancora una volta facciamo un piccolo salto all’indietro nel tempo di circa una ventina d’anni e ci proiettiamo agli inizi degli anni ’90. Generalmente, e non a torto, l’apice del fenomeno musicale metal viene collocato nella decade precedente, ma anche il decennio successivo ha dato i suoi frutti.
Tra questi ce n’è uno particolarmente importante, che ha impresso un marchio indelebile nella storia del genere e anche nella mia esperienza biografica.

P come…PANTERA

Vi consiglio: Pantera, Vulgar Display of Power
Tracklist: Mouth for War / A New Level / Walk / Fucking Hostile / This Love / Rise / No Good (Attack the Radical) / Live in a Hole / Regular People (Conceit) / By Demons Be Driven / Hollow
Etichetta: Atco Records / Atlantic Records
Anno: 1992

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Il mondo del metal, anche per chi lo frequenta solo saltuariamente, è sterminato quanto variegato. Sembra incredibile considerata la sua relativa gioventù, eppure è proprio come un vasto continente con le sue regioni storiche, le sue aree periferiche, i suoi confini naturali, le sue prossimità controverse, le sue isole e i suoi arcipelaghi.
Viaggiare per questi territori può essere a volte dispersivo, specialmente quando si è giovani e si ha voglia di abbracciare tutto.
Così può capitare, ad esempio – come è accaduto a molti – di essersi girati buona parte di un continente come l’Europa senza aver mai visitato qualche grande città del proprio paese. Si sa che è lì, si sa che prima o dopo bisognerà vederla, eppure quasi la si dà per scontata, quasi la si ignora. Poi, a un certo punto, ci vai, la visiti, la scopri e ti stupisci di quanto ti eri perso fino a quel momenti, di quanto quell’esperienza possa cambiarti.

Coi Pantera, per me, funzionò allo stesso modo. Si tratta di uno di quei gruppi di cui ogni metallaro, prima o poi, sente parlare. Uno di quei gruppi che, prima o poi, si ascoltano anche solo per episodi. Uno di quei gruppi che è lì, che vanno conosciuti, che vanno scoperti, e che eppure quasi si danno per scontati, quasi si ignorano.

Cominciò tutto in maniera casuale e senza alcuna sistematicità. A casa dell’amico Niccolò – con la sua sterminata collezione di CD – i primi ascolti, poi qualche compilation e qualche soundtrack, [1] più altre occasioni di ascolto sparse un po’ qua e un po’ là. Insomma, avevo chiaro chi fossero i Pantera, eppure non li conoscevo.
La loro riscoperta è avvenuta recentemente, dopo anni di viaggi in questo continente metallico dove non hanno forse impresso un nome paragonabile a quello di altri grandi interpreti, ma dove hanno senza dubbio lasciato il segno.
Dove hanno scritto un pezzo importante di storia tale che, dal loro affermarsi in poi, chiunque si sarebbe approcciato al metal – e in particolar modo al suo sound più moderno – senza poterne prescinderne.

 

Quando i fratelli Abbott – meglio noti come Vinnie Paul (batteria) e Dimebag Darrell (chitarra) – mettono su la loro band a inizio anni ’80 sono, come tutti allora (ma anche oggi), infatuati del buon vecchio sound hard rock e dal nascente fenomeno heavy metal.
Ne nasce un metal di stile classico senza troppe aggiunte o caratterizzazioni personali, se si eccettua la buona dose di capacità tecniche dimostrate dal giovane chitarrista Dime.
A metà anni ’80 esplode in America il fenomeno thrash e le carte in tavola della band texana si rimescolano: i Pantera restano folgorati dalle potenzialità che il nuovo genere offre, mutano rotta su un sound più grezzo e violento, pérdono per strada il cantante e reclutano alla voce Phil Anselmo, un bestione di New Orleans con una considerevole mole di attitudine.
Nel 1988 esce Power Metal, prima testimonianza di questa nuova via personale a un sound estremo pompato di nuove energie.

La pietra angolare della carriera dei Pantera arriva però due anni dopo con l’immortale Cowboys from Hell. La ricetta è letale: la sessione ritmica, poderosa e sanguigna, assume un ruolo fondamentale caricando i brani di una dinamicità e di un groove ancora in larga parte sconosciuti per il metal; la chitarra di Dime si diverte a mutuare strutture e influenze dal blues e dal southern rock travasandole in un sound tagliente e abrasivo; [2] la voce di Phil, tripudio di una rabbia concentrata e di un’energia negativa tutta “di pancia”, aggiunge un peso e una sostanza determinanti per il risultato finale.
Si inizia a parlare proprio con i Pantera di groove metal [3] per descrivere quest’innovativa e spietata amalgama che irrompe sfrontata e di prepotenza sulla scena.

Nel 1992 esce invece Vulgar Display of Power, un album che dice tutto già dal titolo e dalla copertina. La formula del quartetto texano raggiunge un nuovo livello di sicurezza e di potenza, gli ingredienti vengono calibrati con maggiore sapienza, il risultato finale è ancora più incisivo e ficcante.
Ma le perizie tecniche sono controbilanciate da un approccio e da un’attitudine sostanzialmente ignoranti, brutali e viscerali che attraversano l’intero stile della band.
Ne risulta, per l’appunto, una volgare dimostrazione di forza che ha dell’incredibile grazie anche allo splendido lavoro di produzione di Terry Date.

La traccia d’apertura, Mouth for War, è un vero e proprio manifesto in questo senso: un sound crasso, energico e possente ci viene sbattuto in faccia e nello stomaco senza troppi complimenti, il groove violento della sessione ritmica si agita nelle nostre viscere e le contorce, il vivido livore della voce ci riporta a uno stadio di primordialità grossolana e aggressiva.
Il tutto è filtrato da un’abile e letale calibratura tecnica, capace di tenere insieme la “testa” e la “pancia”.

Una pietra miliare per tutto il metal a venire. Questa è la formula che si riverbera per tutta la durata del disco, come stanno a dimostrare episodi altamente significativi come la rabbiosa Live in a Hole, la possente Rise e la rappresentativa A New Level.
Senza dimenticare lo splendido equilibrio raggiunto tra questo stile e  il melodicismo – episodico, ma sempre di alto livello nei Pantera – in Hollow, brano di chiusura.

Ma il nuovo stile adottato dai Pantera trova probabilmente il suo apice in un azzeccato tris di brani consecutivi. Si comincia con Walk, oramai un vero inno per ogni buon metal kid, magistrale esempio di quanto l’attitudine possa essere la vera arma a disposizione di un buon gruppo.
Il brano ha in effetti una struttura essenziale e lineare (si racconta che il riff sia nato durante un soundcheck nel corso di un tour), eppure coinvolgente e dal potenziale catalizzante per via della sua pienezza e della sua andatura sicura e strafottente.
Quasi come se mimasse la camminata - carica di vissuti e di battaglie - che ciascuno può trovarsi, in diversi momenti della sua vita, a dover interpretare anche inconsapevolmente.

Segue Fucking Hostile, una scarica di rabbia gratuita, come una serie di pugni tirati al tempo della ritmica serrata della batteria. Il pezzo non ha argini, prosegue a tutta velocità, è un concentrato di ostilità pura concentrata in una manciata di minuti, è conciso e diritto al punto: il nostro stomaco. Un piccolo capolavoro di violenza sonora.
Viene poi la volta di This Love che attenua, almeno fino all’irrompere del ritornello e lo sviluppo del bridge, la pesantezza. Un brano tuttavia altamente evocativo e riuscito, che sviscera un sentimento complesso come l’amore nei suoi aspetti negativi e tutt’altro che poetici.
Una sorta di contro-ballad che rammenta come ciò che si può conservare di questo sentimento alle volte siano pugni, cicatrici e fratture; come si possa ricordare ciò che sentivamo amore come un oggetto, un bimbo, un giocattolo. Considerazioni totalmente disincantate sorrette da un arrangiamento musicale altrettanto impietoso, trasudante sfiducia e oscurità.

La storia dei Pantera si concludeva nel 2003. Nel corso degli ultimi anni erano sorti numerosi problemi nel gruppo, in buona parte collegati agli eccessi di Phil Anselmo legati tanto al suo carattere scontroso quanto al suo abuso di stupefacenti.
La rottura si consumò quando probabilmente il gruppo aveva già tracciato il suo indelebile solco nella storia del metal, ma chissà quanto altro avrebbero potuto avere ancora da dire e da dare i quattro texani.
Un quesito che è destinato a restare tragicamente insoluto: nel 2004 Dimebag Darrell veniva assassinato da un fan invasato durante uno show col suo nuovo gruppo, i Damageplan. Paradossalmente, per me tutto iniziava proprio quando quest’esperienza finiva.

La riscoperta e l’approfondimento del lascito dei Pantera è avvenuto assai recentemente, ma ha già impresso un segno nella mia biografia. Il quartetto texano ha trovato probabilmente il bilanciamento perfetto tra sapienza tecnica e approccio brutale, ha mantenuto insieme due elementi che solitamente nelle esperienza dei gruppi metal rappresentano fasi diverse: presto o tardi gli esordi più grezzi e ignoranti vengono sorpassati da nuove e più ponderate conquiste in termini di tecnica che - se non ammazzano del tutto la schiettezza delle origini - la ridimensionano grandemente.

I Pantera invece hanno trovato l’equilibrio, hanno mantenuto l’una e l’altra senza perdere mai niente. Hanno trovato una serie di equilibri e contrappesi che costituiscono, insieme, una grande personalità artistica e musicale.
Hanno continuato a parlare alla pancia, alle viscere e agli istinti primordiali con la stessa intensità, ma lo hanno fatto costruendo uno stile di grande qualità tecnica e compositiva utilizzando al meglio quei pochi ingredienti più semplici e immediati che il metal offre.
Complessi eppure essenziali, senza filtri ma col giusto controllo.
In ambiti diversi della mia biografia e del mio relazionarmi con gli altri, questa è e continua a essere la mia ricerca.

«Respect, walk».

doc. NEMO
@twitTagli


 
[1] Il pezzo The Badge, magistrale cover di un brano della band hardcore punk Poison Idea, era presente nella colonna sonora de Il Corvo (1994), un film imprescindibile per molti giovani metallari non solo della generazione a me precedente, ma anche per la mia. In buona parte per via del suo immaginario che trasuda dark e maledettismo rock.
 
[2] «‘We grew up around a bunch of the great Texas blues players and blues bands around here,’ says Vinnie. ‘And all those elements stay inside you and start comin’ out after a while’» (Don Kaye in Reinventing Hell. The best of Pantera, CD booklet, Elektra Records, 2003, p. 12; traduzione: «Siamo cresciuti intorno a un mucchio di grandi suonatori di blues texani e di gruppi blues dei dintorni, dice Vinnie. E tutti questi elementi sono dentro di te e iniziano a uscire dopo un po’»).
 
[3] I Pantera stessi ebbero a definirlo «power groove», vedi Don Kaye in Reinventing Hell cit., p. 3. 

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