Perché – ultimamente – scriviamo poco di politica

Perché – ultimamente – scriviamo poco di politica

Non so se avete notato, ma ultimamente parliamo poco di politica: so bene che un incipit del genere è il monumento alle excusationes non petitae, e mi prendo tutti i rischi del caso. Ma è un fatto, e forse si possono spendere due parole.
Il problema non è solo nostro: se fate un giro attraverso le vostre frequentazioni telematiche abituali, gli ultimi irriducibili sono esclusivamente i militanti, quelli intimamente coinvolti nella battaglia politica. I volontari laici, per citare a caso Battiato, hanno mollato da un pezzo. A tenere botta sono rimasti i grandi quotidiani e i telegiornali, più per onor di firma che altro.

La controprova l’ho avuta in redazione: senza stare a raccontare troppo del backstage, succede che tra noi circolino più e più articoli delle testate e degli argomenti più disparati, assecondando il vecchio assioma del “se vuoi scrivere cose discrete devi leggere cose perfette”.
Di solito attorno a quegli articoli scattano le discussioni: li commentiamo prima di tutto tra noi, ci facciamo un’idea e il più competente in materia prende tastiera e OpenOffice per buttare giù il pezzo.
Con la politica non capita da mesi: creano molto più interesse le questioni sociali, le vicende di attualità, le problematiche di respiro internazionale (una su tutte: i migranti) che per forza di cose non possiamo trattare con il piglio di “secondo noi la soluzione è questa”, ma solamente dando contezza di singoli aspetti nel caotico sommarsi di forze in gioco.

Questa la situazione: di politica interna c’è poco da dire. Perché?
Influisce certamente la lontananza da qualsivoglia appuntamento elettorale: qualunque consultazione impone di scaldare i motori, e la regola vale in primis presso gli stessi primattori. Ma di elezioni politiche non si vede l’ombra (Renzi terrà duro e contratterà voti di fiducia anche con Belzebù, se necessario) mentre le amministrative di grandi città come Milano, Torino e Napoli sono troppo lontane, ed altrettanto confuse tra primarie traballanti e candidati blindati.
Non è un caso che le vicende calde vertano in questi giorni sui fallimenti del carrozzone-Civati (poco) e sullo stillicidio (spropositato) che investe quotidianamente il povero Sindaco di Roma Ignazio Marino, in cui addirittura è stato coinvolto nientemeno che il Papa.

E dunque? Stiamo dicendo che l’azione di governo è incommentabile? In parte sì: i provvedimenti al vaglio in questo momento sono o nebulosi (chi dice di saper parlare con cognizione di causa della riforma costituzionale nel 90% dei casi sta bluffando: tra emendamenti e mille riscritture della normativa, i primi ad essersi persi sono gli stessi legislatori) o ipertecnici.
Per arrischiarsi in un commento, una spiegazione o un approfondimento è necessario leggere una quantità vastissima di materiale estremamente settoriale, contraddittorio e dispersivo. Le possibilità di raggiungere la piena contezza dell’argomento, e quindi di poterne scriverne in maniera adeguata, sono molto basse anche per noi.
In altre parole: per criticare con senso compiuto e non ideologicamente provvedimenti come la Buona Scuola, la riforma della giustizia, il Jobs Act bisogna diventare padroni di una materia complicatissima se va bene, e che non c’è se va male (spesso e volentieri mancano precisi decreti attuativi, e senza quelli si parla tendenzialmente di nulla).

Un altro fattore che rende sterile parlare della politica italiana è la mancanza di una competizione credibile: tutto ruota attorno a Matteo Renzi, e a quanti lo voteranno (convintamente o turandosi il naso, poco importa).
Di veri competitor non se ne vedono: Salvini è e resta minoritario, checché venga agitato come uno spauracchio, perché le sue posizioni oltranziste ai limiti della caricatura sono irricevibili dalla maggioranza dell’elettorato; Grillo vive di comunicati stampa e azioni dimostrative – troppo poco. A sinistra SEL ha perso appeal, il centrodestra è in palese crisi di identità.
Ed è per questo che l’unico argomento restano i dissidi interni al Partito di maggioranza, con i subbugli generati con relativo successo dalla liquidissima minoranza di turno.

Risultato di tutto questo è il limbo: anche solo a valutare i dati delle letture, vediamo che l’argomento politico tira poco. E quando incontra gli interessi del pubblico, lo fa trattando di eroi non nazionali: in principio fu Tzipras, poi abbiamo strizzato l’occhio a Podemos, adesso è il turno di Corbyn. In ogni caso, si parla di altro.
Insomma: la palpabile mancanza di una visione politica di insieme spiazza clamorosamente i non addetti ai lavori – e questo vale tanto per i lettori quanto per noi piccoli giornalisti privi di clamorose entrature che ci consentirebbero di fare “retroscenismo” (termine agghiacciante, me ne rendo conto).
Ed è singolare che il resto dell’azione politica sia imperscrutabile, specie se si considera che i mantra di Renzi sono comunicazione & trasparenza.

Ma la realtà è che non si vede più progettualità: si continua a ripetere che si stanno realizzando “le riforme” senza specificare quale sia il progetto definitivo effettivamente inseguito.
Si traccheggia su provvedimenti particolari e concreti che piombano tra capo e collo, incompleti , scritti approssimativamente e perennemente in discussione.
Questa generale mancanza di orientamento del Parlamento e del governo si rimarca sulla grande stampa generalista (sfido a leggere le prime 6 pagine dei grandi quotidiani e capire esattamente quali sono gli obiettivi di medio periodo) e a sua volta sulla piccola stampa di commento (noi e i nostri cugini).
Manca azione, manca informazione, manca analisi, manca critica, manca consapevolezza, mancherà ponderazione. Col risultato che anche la prossima volta si voterà per simpatie, e non con cognizione di causa. Una prospettiva non proprio esaltante.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

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