Omicidi, sacrifici, esecuzioni: come il gusto dell'orrido racconta il rapporto tra uomo e città

Omicidi, sacrifici, esecuzioni: come il gusto dell'orrido racconta il rapporto tra uomo e città

Se verso mezzogiorno ci si trova a Dartmouth, in Inghilterra, è il caso di fare un salto dalle parti di un incrocio di strade ben preciso: lì, l’azione combinata di un lampione con cartelli stradali e l’angolazione della luce crea un’ombra che assomiglia molto a un uomo impiccato.
La cosa non andrebbe oltre la colonna delle curiosità nel giornaletto locale, se non fosse che quell’incrocio si chiama proprio Dead Man’s Cross, l’Incrocio del Morto. Un tempo vi sorgeva la forca.

Molti abitanti giurano di non aver mai visto l'impiccato prima d’ora, il che fa supporre serva una luce particolare a una certa ora del giorno, in un certo periodo dell’anno.
Le immagini sono apparse sui giornali internazionali, e tutti coloro che le hanno viste sanno bene che si tratta di un caso. Il lampione, i cartelli, il muro… però il fascino dell’apparizione rimane, soprattutto per via dell’antica funzione del luogo.

C’è una teoria, esposta nel pluripremiato romanzo Hawksmoor di Peter Ackroyd, secondo cui se le persone vengono influenzate dal luogo in cui vivono, allora anche i luoghi possono influenzare le persone, e indurle a ripetere certi comportamenti.
Gli edifici possono recare tracce del passato, ma che per loro non è mai davvero “passato”. Basta cercare e si scoprirà, ad esempio, che un luogo dove è avvenuto un scandalo a sfondo sessuale un tempo era un bordello. Gli edifici, e per esteso le città, non percepiscono il tempo in modo lineare, e ciò sembra avere conseguenze in Hawksmoor.

Il romanzo interseca due storie, una nel presente e una nel ‘700, che sono parallele nella struttura fisica del romanzo ma non nella narrazione: le parallele non si incontrano per definizione, e queste storie sembrano invece avere l’obbiettivo di smantellare la concezione lineare del tempo collegando gli eventi del passato a quelli del futuro in un modo non dissimile all’episodio dell’ombra dell’impiccato.
Nel romanzo un detective cerca di indagare su degli omicidi commessi vicino ad alcune chiese di Londra, e intanto, nel passato, vediamo un architetto costruirle preoccupandosi di garantirne la stabilità grazie a sacrifici umani. Che siano i luoghi stessi, un tempo sede di sacrifici umani, a richiedere altre vittime secoli dopo?

Quel che è certo è che gli inglesi sembrano abituati a questo genere di cose: secondo una delle teorie sul significato della canzoncina London Bridge is falling down vi si parlerebbe del sacrificio di un bambino murato nelle fondamenta del ponte per proteggerlo e impedirne il crollo.
Anche se nelle fondamenta del ponte non sono mai stati trovati scheletri, in stanze e vani nascosti di edifici e strutture in varie parti del mondo sono stati trovati resti che confermano la realtà di questa pratica. Ballate e leggende da tutto il mondo, dalla Serbia al Giappone, raccontano di persone, spesso fanciulle, murate vive con quel preciso scopo.
In maniera simile la protezione di intere città è affidata alla tomba dei mitici eroi fondatori.

D'altronde la fondazione stessa di una città è spesso accompagnata da un sacrificio, e ciò è forse dovuto all’idea che la costruzione sia un'imitazione dell’atto divino della creazione: come atto sacro necessita di un rito propiziatorio, ma proprio perché imita un atto divino è comunque circondata da un senso di colpa intrinseco.
La città è un artefatto umano che si impone sull’ordine naturale divino diventando parte del paesaggio. Per questa ragione molti fondatori di città non solo solo eroi, ma anche assassini. Romolo uccide il fratello, e Caino è il primo fondatore di città.

Sempre in bilico tra Dite e Gerusalemme celeste, le città, esattamente come l’uomo, oscillano di continuo tra divino e infernale, tra sacro e maledetto. Mete di pellegrinaggi ma anche luoghi di perdizione, le città sembrano risvegliare una paura atavica che risale ai tempi del nomadismo. Per i popoli in movimento le prime città dovevano essere sembrate tappe necessarie ma pericolosissime, percorsi irti di tentazioni e rischi, tutte diverse eppure tutte uguali, favolose come le Città Invisibili di calviniana memoria.

Il nomadismo ebraico ci ha lasciato un’immagine molto chiara di quest’idea in Sodoma e Gomorra, che non a caso sono luoghi del peccato distrutti da Dio. Ma quelle non sono le sole città del mondo antico che vanno incontro alla distruzione: basti pensare a Troia e a Cartagine. Anche laddove la distruzione è causata dall’uomo vengono coinvolti in qualche modo poteri divini, come se fosse l’unica giustificazione per la grandezza dell’atto.

Il desiderio di distruzione della città è dunque molto antico, ma non è di certo svanito. Anzi, di questi tempi sembra essere di gran moda, affiancato e incoraggiato dalla tematica post-apocalittica che è tanto popolare in film, serie tv, libri e fumetti.

Certo, il senso è cambiato. Non c’è più, non necessariamente, un collegamento al divino e all’aspetto religioso. Il senso di colpa dell’uomo moderno non è più verso Dio, ma verso la natura. Dopo aver occupato e sfruttato il pianeta fino all’eccesso, l’uomo, come specie, sembra sentire di meritare l’estinzione e la distruzione di quanto ha creato. Le città non offendono più ciò che è sacro, ma ciò che era o è vivo. In molte immagini le città semidistrutte sono coperte di verde e abitate da animali selvatici.

Il post-apocalittico affascina perché spezza una routine e consente ai pochi sopravvissuti di ricominciare da capo, come se alla specie venisse data una seconda possibilità.
Certo, piace anche perché è liberatorio immaginare di fracassare la testa del proprio collega diventato zombie… ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Alessandra Cristallini

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Letture consigliate: 

Burton Pike,The Image of the City in Modern Literature, Princeton University Press.
Peter Ackroyd,Hawksmoor, Penguin Decades.
Italo Calvino, Le Città Invisibili, Mondadori.
Michael Moorcock, Mother London, Gollancz (traduzione italiana Madre Londra di S. Carducci pubblicata da Fanucci).Neil Gaiman, Neverwhere, Headline Reviews (traduzione italiana Nessun Dove di E. Villa pubblicata da Fanucci).

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