Negozi di dischi: istruzioni per l’uso

Negozi di dischi: istruzioni per l’uso

Ogni terzo sabato di aprile andate nel vostro negozio di dischi di fiducia. Se non ne avete uno, cercatelo o fatevelo consigliare. Ritagliatevi un momento della giornata tutto per voi in modo da poter esplorarne gli scaffali, apprezzarne l'offerta, eventualmente chiacchierare e lasciarsi guidare dal negoziante.
Concedetevi possibilmente un acquisto che avrete cura di godervi di qui a una settimana massimo, perché non è bello tornare a casa con della nuova musica e rimandare il momento della sua fruizione: rischia di diventare l'ennesimo oggetto che invecchia e prende polvere nel vostro salotto o nella vostra camera, e non è certo la fine che merita.
Fatevi questo favore sia che siate esperti di musica, appassionati, amatori o anche semplicemente indifferenti: non sono mai soldi buttati via quelli che si spendono in musica, soprattutto se vengono spesi in una registrazione originale.

Ho deciso di partire da quella che avrebbe potuto essere una conclusione perché il tipico incipit «Questo sabato è il Record Store Day, bla bla bla» ha un che di fiacco e di asettico, che non rende adeguata giustizia a un qualcosa di caldo e appassionante come la visita a un negozio di dischi, la ricerca paziente e selettiva di un pezzo (anche piccolo e non determinate) di storia della musica capace di comunicarci qualcosa, il ritorno a casa col nostro piccolo tesoro personale con cui regalarci - o, perché no, regalare a degli amici - un'ora o più di piacere circa.
Niente lista delle novità o edizioni speciali previste per questa giornata, se volete potete trovarle qui.

Ora voglio chiedervi di immaginare un disco. Fatto? Bene, molto probabilmente la vostra immaginazione avrà prodotto l'immagine di un vinile. Si potrebbe dire che a questo supporto attraversato da microsolchi carichi di musica ed emozioni sia legato quasi per eccellenza l'immaginario discografico.
Il suo successo, sancito dal formato 33 giri, è rimasto a lungo incontrastato ed è tutt'oggi oggetto di una vera e propria venerazione, seppur di nicchia. Ma anche i nastri magnetici delle musicassette srotolati da due bobine rotanti e i compact disc letti da gruppi ottici, che hanno scalzato il vinile dalla sua posizione egemone, esercitano ancora un fascino e hanno una qualità tutta loro in grado di calamitare appassionati e nostalgici.

La passione per la musica ha conosciuto negli anni diversi supporti analogici, ciascuno con i suoi pregi e i suoi difetti. In un immaginario slow motion che si srotola lungo la storia recente, potremmo vederli cambiare e alternarsi insieme a diversi impianti audio, sempre più compatti e facilmente trasportabili.
Il suono inciso, catturato e custodito in questi oggetti è all'origine di uno spasmodico amore che vira spesso e volentieri verso il collezionismo seriale. In alcuni casi si trasforma in una vera e propria archeologia del suono, una ricerca certosina di rarità o prime stampe capaci di restituire – si dice – una registrazione altamente fedele, profonda e tridimensionale; più il prodotto è datato e artigianale, più queste qualità risulterebbero esaltate.
L'esperienza d'ascolto è effettivamente impareggiabile, soprattutto se paragonata con quella di altri supporti.

Non vorrei trasportare quest'elogio del disco in una condanna senza appello ai supporti digitali: oggetti futuribili ai tempi dell'analogico, essi sono oramai a tutti gli effetti il simbolo di una nuova epoca di fruizione e diffusione della musica, anch'essi sono enormemente più economici (se non totalmente gratuiti), anch'essi sono più facilmente trasportabili – in un hard disk esterno o in un lettore mp3 si può trasportare l'equivalente di una libreria, se non di un negozio.
Infine la condivisione stessa della musica è enormemente più liquida, rapida e "globale" rispetto alle epoche precedenti, quando il passa parola, le riviste specializzate, il colpo di fortuna o il consiglio del negoziante di fiducia erano l'unico modo per scoprire qualche nuova registrazione.

Dunque perché celebrare ancora oggi il disco, il cd e la cassetta, oramai sorpassati e più volte doppiati dai tempi? Una volta ho sentito una persona dire che ascoltare musica in formato digitale è paragonabile all'andare in una galleria d'arte indossando un casco integrale, con la visiera appannata per giunta. Magari è un'immagine esagerata, ma rende l'idea: il supporto digitale, anche al massimo della definizione, appiattisce il suono e l'esperienza d'ascolto facendo perdere quella profondità e quell'effetto di calore che solo l'analogico riesce a restituire.
Apprezzare la resa sonora nelle diverse componenti musicali e il lavoro complessivo di mixaggio non sarà forse impossibile, ma resta lontano anni luce da ciò che trasuda da nastri e solchi; questi ultimi testimoniano anche di un passato in cui le tecniche di registrazione erano diverse, dove non si potevano apportare troppe correzioni al suono e il risultato finale poteva in qualche modo dirsi “senza filtri”. Persino alcune band odierne in fase di registrazione stanno tornando al supporto analogico per restituire un sound più tridimensionale.

Infine il digitale ha ulteriormente spezzettato e frammentato l'esperienza dell'ascolto. La possibilità di astrarre un pezzo dal proprio contesto e di saltare senza soluzione di continuità tra album e playlist diverse è sicuramente allettante e accattivante, ma in qualche modo rappresenta una violenza e un atto di prepotenza in quanto ci porta a perdere di vista l'unità di un disco, di un messaggio, a volte dell'opera intera di un'artista. 
L'intera cultura musicale rischia di diventare nient'altro che superficiale accumulazione di file e librerie digitali su cui si è passati distrattamente con l'orecchio non più di una volta, incapaci di entrare dentro quei magici mondi che la musica sa evocare per via dell'estrema polverizzazione dell'esperienza dell'ascolto.
Non parliamo poi della bellezza degli oggetti, delle copertine, dei booklet e degli inlay, cose che può solo sognarsi chi ascolta musica esclusivamente su Spotify, YouTube o iPod. 

Nell'era dei grandi magazzini, degli ipermercati e delle grandi catene di vendita, i negozi di dischi assomigliano sempre più a banchi di supermercati, quando non sono proprio dentro ai supermercati: cerchi quel disco, eccolo, via alla cassa; la proposta è spesso standardizzata, si spinge solo ciò che vende senza alcuna selezione che non sia quella della commerciabilità.
I negozianti, in tutto questo, diventano quasi degli automi-motori di ricerca. Ce l'ha quel disco? Sì, è in quello scaffale; no, guardo però se è rimasta qualche copia in magazzino, se vuole glielo ordino; no, guardi, è finito. Grazie, arrivederci, le casse sono di là.
Persino negli altri acquirenti è difficile scorgere altri appassionati, al massimo li notiamo perché guarda 'sto stronzo che sta davanti allo scaffale che mi interessa, oppure perché ma quanto la fa lunga col commesso, dai che c'ho furia.

Per tutti questi motivi ritengo che vada celebrato il Record Store Day: recuperare il gusto del prodotto, dell'ascolto dettagliato, della scrupolosa ricerca, della conversazione e del rapporto coi negozianti è oggi più che mai necessario.
Riscoprire il negozio di dischi si può e si deve. Non tanto in vista di un utopico tornare ai bei tempi di una volta facendo tabula rasa dell'oggi e del futuro, ma per tornare ad avervi un punto di riferimento, un tramite attraverso cui fare nuove scoperte e conoscenze.
Un luogo che favorisca il ritorno anche solo privato all'esperienza genuina dell'ascolto e in cui sia possibile ritrovare un valore artistico e umano oltreché commerciale del disco: un oggetto delicato, di cui avere cura, da trasmettere agli altri e – soprattutto – a chi verrà dopo di noi come una preziosa e ricca eredità culturale. 

doc. NEMO

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