Muore Scalia: perché dobbiamo rispettare il giudice ultraconservatore sconfitto dalla Storia

Muore Scalia: perché dobbiamo rispettare il giudice ultraconservatore sconfitto dalla Storia

Sabato sera, scorrendo Twitter, mi sono imbattuto nella notizia della morte di Antonin Scalia, giudice della Corte Suprema Usa, e quasi non ci credevo.
In tre anni di giurisprudenza ho studiato le sue dissenting opinion più e più volte, tanto che per me è quasi diventato un personaggio a metà tra un rompiballe ormai familiare e il cattivo dei fumetti.

Eppure Scalia era un illustre giurista, forse uno dei migliori negli Stati Uniti, con idee dal mio punto di vista per nulla condivisibili (ma, stando a sondaggi recenti, condivise da poco meno della metà degli americani).
Scalia era il solo capace di interpretare la costituzione americana secondo i pensieri dei costituzionalisti di duecento anni fa. In una sfida continua contro la modernità, nella sua ottuagenaria vita, si è schierato a favore della pena di morte e contro l'aborto, i diritti civili, l'eutanasia, le leggi obamiane nella sanità e in molti altri campi.

Un conservatore, un ultraconservatore. Un idolo per gli ultrareligiosi, ma al servizio della Costituzione, non di Dio (anche se da giovane ebbe un’educazione molto religiosa).
Uno dei giudici della corte suprema più famosi, non solo per le sue idee, ma anche per il suo stile sarcastico e sprezzante verso i “liberal” (la sinistra americana). Alcuni suoi colleghi, poco dopo la sua morte, hanno dichiarato che "con Scalia non ci si trovava d'accordo su niente, ma le sue idee assurde le esprimeva con bellissimi discorsi".

L'ultima sua battaglia fu contro i matrimoni gay, quando pure il giudice Kennedy (come lui, nominato da Reagan) votò a favore del matrimonio. Scalia ripeteva che questa era una minaccia e che presto avrebbero consentito bigamia e tanto altro ancora.
Era la giurisprudenza della paura, che vedeva lui come rappresentante, e una folta schiera di repubblicani a osannarlo. Repubblicani che ebbero molto durante il suo mandato, come la determinante scelta di far vincere Bush nella disputa con Al Gore.

In una società sempre più inclusiva, Antonin Scalia poteva apparire come un pazzo. Ma, più che pazzo, Scalia era coerente. E metteva la coerenza sopra la ragione, sedendosi dalla parte del torto perché cocciutamente pensava fosse giusto così. Perché cocciutamente pensava che la sua interpretazione della Costituzione fosse giusta.
Non sta a me giudicare se lo fosse o meno, ma di certo nessuna Costituzione può fermare l’avanzamento e il cambiamento della società.

Come le sue ultime interviste possono confermare, Scalia era pienamente cosciente di essere sconfitto dalla Storia, e che le sue idee erano già morte trent'anni fa.
Tuttavia, nel ruolo di bastian contrario, si trovava a suo agio e non possiamo non dargliene atto: in giurisprudenza si dice, infatti, che se un'idea giuridica è approvata dal 100% della popolazione, allora è un'idea inutile o scontata, e quindi anche quelli come lui, seppur minoritari, assolvono a uno scopo. Almeno fino a quando, molti anni dopo, queste idee non saranno cadute in desuetudine, dimenticate, perché la società ormai risulta essersi adattata al cambiamento.

E credo sia proprio per questo motivo che oggi, in ricordo di Scalia, leggiamo parole che ondeggiano dalla venerazione maniacale, come quelle espresse da Trump, Cruz, o Rubio, al rispettoso dissenso, come quelle pronunciate da Obama o addirittura da Sanders.
Un onore alle armi, al primo giudice italoamericano della Storia della corte suprema americana.

Mirko Web

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