Mr "Hotel Rwanda", uno straordinario "ordinary man"

Mr "Hotel Rwanda", uno straordinario "ordinary man"

PIL che cresce a ritmi da Tigre asiatica. Reddito medio decuplicato negli ultimi due decenni. La skyline di Kigali che si arricchisce, un mese sì e l'altro pure, di nuovi elementi verticali: palazzi, uffici, addirittura grattacieli.
E ancora: pulizia per le strade, efficienza dei servizi pubblici, livelli minimi di criminalità e corruzione. È il Ruanda del boom economico. Un paese nel quale il (relativo, mal distribuito, ancora immaturo) benessere del presente convive con un passato recente di orrori e di morte, e si basa su una cultura della riconciliazione che si sta ancora costruendo.

Dopo 21 anni di presidenza "bulgara" di Paul Kagame, il Ruanda è ancora il paese delle contraddizioni: tra le "Mille Colline" convivono i milionari investimenti stranieri e i 20.000 nati dagli stupri di guerra; il nuovo motto "né hutu né tutsi, solo ruandesi" e le pene fino ai 25 anni di carcere per chi osa criticare il governo.
Un ruandese d'eccezione, Paul Rusesabagina, riporta in vita alcuni dei momenti più drammatici di un passato, insieme, lontano e vicinissimo.

GENOCIDIO DEL '94: È DIFFICILE ANCHE SOLO IMMAGINARE L'UCCISIONE DI UN MILIONE DI PERSONE NEL CORSO DI CENTO GIORNI.

Un ruandese su sette è stato massacrato, nel corso di poco più di tre mesi, a colpi di machete o di bastone chiodato.
È sufficiente Google Immagini per avere una pallida idea di che cosa questo significhi. Ed è un'esperienza che sconsiglio a chi è debole di stomaco.

Ma le origini del genocidio sono lontane, e non sono attribuibili né agli hutu né ai tutsi in quanto tali.
La percezione dei due gruppi come realtà diverse e distinte affonda le radici nel periodo coloniale: i belgi censirono la popolazione e introdussero i documenti di identità; proprio sulle carte d'identità era indicato il gruppo etnico di appartenenza: hutu, tutsi o twa. L'occhio razzista coloniale volle vedere nei lineamenti (affini a quelli degli europei) e nella carnagione (più chiara di quella degli hutu) dei tutsi la prova somatica di una loro presunta predisposizione "naturale" a essere ceto dominante. 

COME SI SCATENÒ IL GENOCIDIO?
Gli hutu presero il potere con la conquista dell'indipendenza da parte della nazione. A partire dal 1973, il generale Juvenal Habyarimana ha gestito il potere, insieme al suo National Revolutionary Party for Development, per oltre un ventennio. Fino al giorno del famoso attentato contro l'aereo dei due presidenti, del Ruanda e del Burundi, il 6 aprile 1994.

Nel frattempo, in Uganda, il Rwandan Patriotic Front aveva raccolto sotto di sé la maggioranza dei tutsi in esilio. In occasione della conferenza di pace di Arusha, agosto 1993, si raggiunse tra le due parti un fragile accordo: un governo di transizione composto dal partito presidenziale (il National Revolutionary Party for Development) e il Rwandan Patriotic Front avrebbe guidato il Paese.
Ma era un equilibrio instabile, carico di tensione, preludio del disastro.
Un equilibrio che si sarebbe spezzato irrimediabilmente il giorno dell'attentato all'aereo presidenziale.

CHE COSA ACCADDE, DI PRECISO, IN QUEI GIORNI TERRIBILI?
Sa come facevano a decidere se ammazzarti o risparmiarti la vita? Guardavano quale etnia era riportata sulla tua carta d'identità. Era necessario quel documento, retaggio dell'epoca coloniale: non sempre, infatti, i soli tratti somatici erano sufficienti a identificarti come hutu o come tutsi.
In Ruanda nessuno può dirsi innocente; detto questo, di una cosa sono sicuro: le persone da sole, in quanto tali, mai sarebbero arrivate a odiarsi.
La rivalità etnica è stata creata ad arte, dal potere per il potere, quale potentissima arma ideologica.
Io amo e odio i tutsi. Io amo e odio gli hutu. Nel senso che amo le persone perbene, a qualsiasi gruppo appartengano, e odio i criminali, secondo lo stesso principio.
Nel Ruanda di oggi, nella sua ancora difficile fase di riconciliazione, i matrimoni misti sono di nuovo moltissimi. La mia stessa famiglia d'origine è mista dal punto di vista etnico, e io stesso ho creato una famiglia mista.

FAMIGLIA CHE È AL CENTRO DEL FILM "HOTEL RWANDA", CHE RACCONTA LA SUA OPERA PER LA SALVEZZA DI MIGLIAIA DI PERSONE.
Mia moglie, che nel genocidio ha perso un fratello, non riesce ancora a vedere il film senza commuoversi.
Io stesso sento le ferite che si riaprono ogni volta che mi metto di fronte allo schermo. "Hotel Rwanda" è un'opera realizzata con finalità artistiche, non documentaristiche: pertanto non è perfettamente realistico in tutti gli episodi che racconta.
Lo è, invece, dal punto di vista del significato dei fatti narrati.
E non importa che alcune scene siano frutto di fantasia: per esempio, la scena dell'aperitivo, mio e di mia moglie, sul tetto dell'hotel durante il massacro, è finzione cinematografica.

CHE COSA PENSÒ QUANDO LE PROPOSERO DI GIRARE IL FILM?
Lì per lì provai rabbia, o perlomeno fastidio. Pensai: "Ma come? Queste persone non si fecero vive prima, per aiutare, e vengono a proporsi ora, per girare?"
Poi cambiai idea. Il fastidio fu solo una reazione istintiva e immediata. (a lato Paul Rusesabagina con l'attore Don Cheadle, ndr)

LEI È UN PERSONAGGIO CONTROVERSO: PER ALCUNI È LO SCHLINDER AFRICANO, ALTRI NON LE HANNO RISPARMIATO ADDIRITTURA ACCUSE DI OPPORTUNISMO...
Rigetto sia le parole dei primi sia le accuse dei secondi.
Mi sento un uomo assolutamente normale ("ordinary man"). Di certo non mi sono ispirato a Oskar Schlinder, la cui storia straordinaria ho imparato a conoscere solo in seguito.
Assurde sono anche le parole velenose di chi insinua che io abbia salvato tanta gente nel mio hotel per soldi. Forse costoro pensano che andassi a bussare camera per camera riscuotendo la pigione per il soggiorno?

Quando mi offrirono la possibilità di fuggire dal Ruanda e dal genocidio in atto, rifiutai. Avrei salvato la pelle, ma la mia coscienza sarebbe morta, insieme a tutte le persone che stavo cercando di proteggere.
Non sarei più riuscito a stare insieme alla gente, a parlare con gli altri, a mangiare, a vivere. Sarei stato salvo, ma non più libero.
Quanto agli attentati, alle minacce, alle contromanifestazioni pilotate in occasione di riconoscimenti alla mia persona sono, ahimè, abituato. Anche la mia abitazione in Belgio è stata oggetto di un attentato. Se anche mi ammazzassero, tuttavia, non potranno impedire al messaggio di pace, di cui mi faccio portavoce, di continuare a diffondersi.

Paul Rusesabagina, durante i giorni del genocidio in Ruanda del 1994, salvò quasi 1.300 persone nascondendole nell'Hotel des Mille Collines, che dirigeva a Kigali.
Dieci anni dopo Terry George ha tratto un film, Hotel Rwanda, ispirato alla sua storia.

Andrea Donna
@AndreaDonna

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