Mi sono perso ad Istanbul con De Amicis (!) e non mi trovano più

Mi sono perso ad Istanbul con De Amicis (!) e non mi trovano più

I passaggi che leggerete sono ritagli del libro Costantinopoli, scritto da Edmondo De Amicis nel 1875, quando in qualità di corrispondente visitò l’antica capitale di un gigantesco impero ormai avviato ad un declino inesorabile.
Il libro, per quanto mi riguarda, è stato una scoperta importante. Mi sono imbattuto in pagine esotiche che profumano di un Oriente ancora distante e misterioso.

Edmondo De Amicis è difatti famoso per altro. La sua opera Cuore, che fu un gran successo, è esempio di letteratura pedagogica ottocentesca, dal forte spirito educativo e moralizzatore rivolto alle frotte di marmocchi e adolescenti nel nuovo Regno d’Italia.
Costantinopoli è un lavoro completamente diverso.
È un bellissimo reportage di viaggio, poco conosciuto in Italia, ma che non può che essere apprezzato da chi ama con vivace passione l’esplorazione, sia essa realizzata sulle proprie gambe o tra le righe scritte su carta.

Con De Amicis si viaggia verso Est, in una dimensione temporale ottocentesca, quando le differenze tra popoli e nazioni sono ancora nette e incontaminate dal processo-progresso di omologazione terrestre che veloce modifica la superficie e le società, limando le diversità tra gli uomini.
L’arcaico Impero Ottomano prossimo allo scatafascio e a crollare giù con le fondamenta marce, ci appare come una realtà aliena, con immagini estremamente vivaci di folle oceaniche, di bazar labirintici, di spezie, di colori mai visti, di harem come piccoli eden, di febbrile decadenza, di caos etnico, di incontro tra mille usi e costumi.
L’Istanbul di De Amicis è il grasso, affollato e rugoso ombelico del mondo levantino.

Non racconta storie, il corrispondente dell’ Illustrazione Italiana, ma descrive. Fa lunghe, ipnotiche, profonde, accaldate, impressionate descrizioni di quello che ha intorno; e la sua Costantipoli, come panorama per gli occhi e il cuore, deve essere stata per un viaggiatore occidentale al pari di un’ubriacatura dei sensi.
Un viaggio che è sogno, un susseguirsi di proiezioni oniriche, sgargianti. Costantinopoli stordisce.
Sul Bosforo, all’ora del tramonto, mentre il sole d’Asia brucia le sue ultime energie sullo stretto dei Dardanelli incendiando il mare, un lettore in un giardino di cipressi, sdraiato su soffici cuscini, tira l’ultima boccata di sigaretta turca, poi chiude gli occhi, e inizia a sognare.
Buon viaggio ai naviganti del tempo e dello spazio.

“Siedi, allungati, ama, sogna.”

L’ARRIVO
“Ci voltammo tutti verso la riva asiatica. Scutari, la Città d’Oro, era là sparsa a perdita d’occhi sulle sommità e per i fianchi delle sue grandi colline, velata dai vapori luminosi del mattino, ridente, fresca come una città sorta allora al tocco di una verga fatata.
Chi può descrivere questo spettacolo? Il linguaggio con cui descriviamo le città nostre non serve a dare un’idea di quella immensa varietà di colori e di prospetti, di quella meravigliosa confusione di città e di paesaggio, di gaio e d’austero, d’europeo, d’orientale, di bizzarro, di gentile, di grande!
S’immagini una città composta di diecimila villette gialle e purpuree, e di diecimila giardini lussureggianti di verde, in mezzo a cui s’alzano cente moschee candide come la neve; di sopra una una foresta di cipressi enormi: il più grande cimitero dell’Oriente; alle estremità, smisurate caserme bianche, gruppi di case e di cipressi, villaggetti raccolti su poggi, dietro ai quali ne spuntano altri mezzo nascosti fra la verzura; e per tutto cime di minareti e sommità di cupole biancheggianti fino a mezzo il dorso d’una montagna che chiude come una gran cortina l’orizzonte; una grande città sparpagliata in un immenso giardino, sopra una riva qui rotta da burroni a picco, vestiti di sicomori, là digradante in piani verdi, aperta in piccoli seni pieni d’ombra e di fiori; e lo specchio azzurro del Bosforo che riflette tutta questa bellezza.”

CINQUE ORE DOPO
“È un disordine, una confusione d’aspetti disparati, un succedersi continuo di vedute imprevedibili e strane, che dà il capogiro.
Andate in fondo ad una strada signorile, è chiusa da un burrone; uscite dal teatro, vi trovate in mezzo alle tombe; giungete sulla sommità d’una collina, vi vedete un bosco sotto i piedi, e un’altra città sulla collina in faccia; il borgo che avete attraversato poc’anzi, lo vedete, voltandovi improvvisamente, in fondo ad una valle profonda, mezzo nascosto dagli alberi; svoltate intorno ad una casa, ecco un porto; scendete per una strada, addio città! Siete in una gola deserta , da cui non si vede altro che cielo; le città spuntano, si nascondono, balzan fuori continuamente sul vostro capo, ai vostri piedi, alle vostre spalle, vicine e lontane, al sole, nell’ombra, fra i boschi, sul mare; fate un passo avanti, vedete un panorama immenso; fate un passo indietro, non vedete più nulla; alzate il capo, mille punte di minareti; scendete d’un palmo, spariscono tutti e mille.”

IL PONTE
“... un grosso eunuco a cavallo che che precede una carrozza turca, dipinta a fiori ed uccelli, con dentro le donne di un harem, vestite di violetto e di verde, e ravvolte in in grandi veli bianchi; e dietro, una suora di carità d’uno spedale di Pera, seguita da uno schiavo africano che porta una scimmia, e da un raccontatore di storie in abito da negromante...
L’albanese colle sottanine bianche e i pistoloni alla cintura, passa accanto al tartaro vestito di pelle di montone; il turco a cavallo a un asino bardato con gran pompa, guizza fra due file di cammelli; dietro all’aiutante di campo dodicenne d’un principino imperiale, piantato sopra un corsiero arabo, barcolla un carro carico delle masserizie bizzarre d’una casa turca; la mussulmana a piedi, la schiava velata, la greca colla berrettina rossa e le treccie giù per le spalle, la maltese incappucciata nella faldetta nera, l’ebrea vestita nell’antichissimo costume della Giudea, la negra ravvolta in uno scialle varipinto del Cairo, l’armena di Trebisonda tutta nera e velata come un’apparizione funebre ...

È uno scalpiccio, un fruscio, un sonare di voci esotiche, di note gutturali, d’aspirazioni...

Le figure che più dan più nell’occhio in quella folla, sono i Circassi, che vanno per lo più a tre, a cinque insieme, a passo lento; pezzi d’uomini barbuti, dalla faccia terribile, che portano un grosso berrettone di pelo alla foggia dell’antica guardia napoleonica, un lungo caffetano nero, un pugnale alla cintura e un cartuccere d’argento sul petto; vere figure di briganti, ognuno dei quali pare che sia venuto a Costantinopoli per vendere una figliuola o una sorella, e debba avere le mani intrise di sangue russo. Poi i siriani col loro vestito in forma di dalmatica bizantina e il capo ravvolto in un fazzoletto rigato d’oro; i bulgari, vestiti d’un saio grossolano, con un berretto incoronato di pelliccia, i giorgiani con un caschetto di cuoio verniciato e la tunica stretta alla vita da un cerchio metallico; i greci dell’arcipelago coperti da capo a piedi di ricami, e di nappine e di bottoncini luccicanti.”

 

INTERMEZZO MUSICALE (non presente nel libro di De Amicis)

Band: CCCP
Brano: Punk Islam (1984)

mi sono perso ad Istanbul
e non mi trovano più
dovrebbero seguire le mie voglie
la sera appena alzato
o tardi la mattina
dopo la colazione
prima di addormentarmi

 

 

IL GRAN BAZAR
“Il bazar più ricco e più pittoresco è quello delle armi. Non è un bazar, è un museo, riboccante di tesori, pieno di memorie e d’immagini che trasportano il pensiero nelle regioni della storia e della leggenda, e destano un sentimento indescrivibile di meraviglia e di sgomento.
Tutte le armi più strane, più spaventose e più feroci che sono state brandite dalla Mecca al Danubio in difesa dell’Islam, sono là schierate e forbite, come se ce l’avessero appese poco prima le mani dei soldati dei soldati fanatici di Maometto e di Selim: e par di vedere scintillare fra le loro lame gli occhi iniettati di sangue di quei sultani formidabili, di quei giannizzeri forsennati, di quelli spahì, di quegli azab, di quei silidar senza pietà e senza paura che seminarono l’Asia Minore e l’Europa di teste recise e di corpi dilaniati.
Là si ritrovano le scimitarre famose che tagliavano le penne in aria e spiccavan le orecchie agli ambasciatori insolenti; i cangiari pesanti che d’un colpo fendevano il cranio e scoprivano il cuore; le mazze d’armi che stritolavano i caschi serbi e ungheresi; gli yatagan dal manico intarsiato d’avorio e tempestato d’amatiste e di rubini, che serbano ancora segnato a intagli nella lama il numero delle teste troncate; i pugnali dai foderi d’argento, di velluto e di raso, coi manichi di agata e d’avorio, ornati di granate, di corallo e di turchine, istoriati di versetti del Corano in lettere d’oro, colle lame incurvate e ritorte che par cerchino un cuore.
Chi sa che in questa armeria confusa e terribile non ci sia la scimitarra d’Orcano, o la sciabola di legno con cui il braccio poderoso d’Abd-el-Murad, il dervis guerriero, spiccava d’un colpo le teste; o il famoso jatagan col quale il Sultano Musa spaccò Hassan dalla spalla al cuore; o la sciabola del gigantesco bulgaro che appoggiò la prima scala alle mura di Costantinopoli; o la mazza con cui Maometto II freddò il soldato rapace sotto le volte di Santa Sofia; o la gran sciabola damascata di Sanderberg che fendette in due Firuz-Pascià sotto le mura di Stetigrad?”


IL GRAN BAZAR – I CANI
“La popolazione canina di Costantinopoli è divisa per quartieri come la popolazione umana.
Ogni quartiere, ogni strada è abitata, o piuttosto posseduta da un certo numero di cani, parenti ed amici, che non se ne allontanano mai, e non vi lasciano penetrare stranieri.
Esercitano una specie di servizio di polizia. Hanno i loro corpi di guardia, i loro posti avanzati, le loro sentinelle; fanno la ronda e le esplorazioni.
Guai se un cane d’un altro quartiere, spinto dalla fame, s’arrischia nei possedimenti dei suoi vicini! Una frotta di cagnacci insatanassati gli piomba addosso, e se lo coglie, lo finisce; se non può coglierlo, lo insegue rabbiosamente fino ai confini del quartiere. Sino ai confini, non più in là; il paese nemico è quasi sempre rispettato e temuto.
Non si può dare un’idea delle battaglie, dei sottosopra che seguono per un osso, per una bella o per una violazione del territorio. Ogni momento si vede una frotta di cani stringersi fuoriosamente in un gruppo intricato e confuso, e sparire in un nuvolo di polvere, e lì urli, latrati e guaiti da lacerare le orecchie ad un sordo; poi la frotta si sparpaglia, e a traverso il polverio diradato si vedono distese sul terreno le vittime della mischia. Amori, gelosie, duelli, sangue, gambe rotte e lacerate, son l’affare di ogni momento.”

IL GRAN BAZAR – GLI EUNUCHI
“Son quasi tutti d’alta statura, grassi, flosci, col viso imberbe e avvizzito, corti di busto, lunghissimi di gambe e di braccia. Portano il fez, un lungo soprabito scuro, i calzoni all’europea e uno staffile di cuio d’ippopotamo, che è l’insegna del loro ufficio. Camminano a lunghi passi, mollemente come grandi bambini.
Accompagnano le signore a piedi o a cavallo, davanti e dietro le carrozze, quando uno, quando due insieme, e rivolgono sempre intorno un occhio vigilante, che al menomo sguardo o atto irriverente di chi passa, piglia un’espressione di rabbia ferina che mette paura e ribrezzo. ...

Non appartenere ad alcun sesso, non essere che una mostra d’uomo; vivere in mezzo agli uomini e vedersene separati da un abisso; sentire fremere la vita intorno a sé, come un mare e dovervi rimanere in mezzo, immobili e solitarii come uno scoglio; sentire tutti i propri pensieri e tutti i sentimenti strozzati da un cerchio di ferro che nessuna virtù umana potrà mai spezzare; aver perpetuamente dinanzi un’immagine di felicità, a cui tutto tende, intorno a cui tutto gira, di cui tutto si colora e s’illumina, e sentirsene smisuratamente lontani, nell’oscurità, in un vuoto immenso e freddo, come creature maledette da Dio; essere anzi i custodi di quella felicità, la barriera che l’uomo geloso mette fra i suoi piaceri ed il mondo, il puntello con cui assicura la sua porta, il cencio con cui copre il suo tesoro; e dover vivere tra i profumi, in mezzo alle seduzioni, alla gioventù, alla bellezza, ai tripudi, colla vergogna sulla fronte, colla rabbia nell’anima, disprezzati, scherniti, senza nome, senza famiglia, senza madre, senza un ricordo affettuoso, segregati dall’umanità e dalla natura, ah! dev’essere un tormento che la mente umana non può comprendere, come quello di vivere con un pugnale confitto nel cuore”.

SANTA SOFIA
“Ora si può immaginare che spettacolo offerisse una tale basilica nelle grandi solennità di nozze imperiali, di cocilii, d’incoronazioni; quando dal palazzo enorme dei Cesari, per una strada fiancheggiata da mille colonne, sparsa di mirto e di fiori, profumata d’incenso e di mirra, fra le case ornate di vasi presiosi e di parati di seta, fra due schiere d’azzurri e di verdi, fra i canti dei poeti e i clamori degli araldi che gridavano evviva in tutte le lingue dell’impero, veniva innanzi l’Imperatore, colla tiara sormontata da una croce, imperlato come un idolo, seduto sopra un carro d’oro dalle tende di porpora, tirato da due mule bianche, e circondato da un corteo di monarca persiano; e gli andava incontro il clero pomposo nell’atrio della basilica; e tutta quella turba di cortigiani, di scudieri, di logoteti, di protospatari, di drongarii, di consetabili, di generali eunuchi, di governatori ladri, di magistrati venduti, di patrizie spudorate, di senatori codardi, di schiavi, di buffoni, di casisti, di mercenari d’ogni paese, tutta quella canaglia fastosa, tutto quel putridume dorato irrompeva per ventisette porte nella navata illuminata da sei mila candelabri; e si vedeva lungo la balaustra del coro, sotto i portici e nelle tribune un via vai, un rimescolio concitat di teste chiomate e di cappe purpure, uno sfolgorio di berretti gemmati, di collane d’oro, di corazze d’argento, un ricambiarsi di atti cerimoniosi, un icrociarsi d’inchini e di sorrisi, uno strascicare affettato di zimarre di seta e di spade di gala; e un molle profumo riempiva l’aria; e un’immensa folla vigliacca faceva risuonare le volte di grida di gioia e di applausi profani.”

I BAGNI TURCHI
“Il bagno è in certo modo il loro teatro. Ci vanno a coppie e a brigate colle schiave, portando con sé cuscini, tappeti, oggetti di toeletta, ghiottonerie, e qualche volta il desinare, per starvi dalla mattina alla sera.
Là, in quelle sale semioscure, fra i marmi e le fontane, si trovano qualche volta insieme più di duecento donne, nude come ninfe o mal velate, che a detta delle signore europee che ci furono, presentano uno spettacolo da far cadere il pennello di mano a cento pittori”.

Luna Rossa su Bisanzio
Cielo di fuoco sul Bosforo
Sogno in fiamme disteso sul Corno d'Oro.

 

Federico Mosso
@twitTagli  

 

PS: i brani riportati sono tratti da Costantinopoli di Edmondo de Amicis, edito da Einaudi. 
Le immagini sono di quadri ottocenteschi del russo Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, del francese Jean-Léon Gérôme e dell’italiano Alberto Pasini.

Ringrazio l’amico Giorgio Formica, oste e mastro di vini del ristorante Circolo De Amicis in Corso Casale 134 a Torino (famosi gli agnolotti alla matriciana di cucina fusion sabaudo-romana), che mi ha prestato il libro, regalandomi visioni dal millennio passato. 

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