#Maturità2014 - La redazione di Tagli svolge il tema di ordine generale

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TRACCIA: 

Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l'energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C'è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. [...] Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d'accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. [...] Spesso alla parola "periferia" si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città?.
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Renzo Piano, Il rammendo delle periferie, Il Sole 24 Ore del 26 gennaio 2014

Rifletti criticamente su questa posizione di Renzo Piano, articolando in modo motivato le tue considerazioni e convinzioni al riguardo

SVOLGIMENTO: "I tre passi per un reale riscatto"

Le chiamavano suburbia. E altrove le chiamano township, favelas, banlieu: nel nostro sgangherato modo di camminare nella Storia, certe cose ce le siamo risparmiate - o forse, meno meritoriamente, non ci sono capitate.
L'universo di necessaria povertà prodotta da uno sviluppo industriale casuale e disorganico in Italia si è alla fin fine limitato a quartieri di case popolari, tra assistenzialismo e bassa condivisione culturale. Niente di spaventosamente drammatico, dunque.

I dibattiti dotti e azzimati che pretendono (più che "descrivono") le periferie come vera risorsa del futuro sono semplici desiderata, semplici auspici, sicuramente non prese di coscienza né obiettivi programmatici.
È facile riferirsi a periferie tutto sommato ordinate nel loro squallore: i dormitori Fiat di Torino, il tollerabile degrado di Marghera, il circondario "vorrei ma non posso" di Milano.
Ma le periferie sono anche Scampia, lo Zen di Palermo, Bari vecchia (che in una curiosa inversione è centro storico ma periferia di fatto del capoluogo pugliese) - per non parlare di una realtà enorme e complessa come Roma, dove la famigerata Magliana alla fin fine non è nemmeno geograficamente considerabile reale limes dell'Urbe.

Il primo passo per riscattare le periferie non è né sociale né economico: c'è un piano giuridico, un problema legale da risolvere in precedenza. Attuare politiche di sviluppo senza aver prima eradicato le sacche di spaccio, di criminalità organizzata, di ordinaria prevaricazione è solo sostituire la scenografia, non allestire uno spettacolo diverso.
Solo dopo aver azzerato (utopia: accontentiamoci di un "cospicuamente ridotto") l'incidenza di questo fattore si potrà discutere di investimenti reali, di programmazione urbana.

Già, i famigerati piani regolatori: è curioso vedere come il recupero di aree periferiche e semiperiferiche passi dalla costruzione di casermoni, dalla realizzazione di infrastrutture per il trasporto pubblico (vivaddio: ma è un punto fondamentale su cui dovremo tornare), dall'allestimento di aree verdi e di giganteschi centri commerciali (il tutto con la preghiera che le tangenti dei grandi gruppi di distribuzione siano una semplice chimera) ma non dalla previsione delle infrastrutture di base.
Chi progetta le nuove periferie non pensa a scuole, ospedali, ambulatori, asili, aree di incontro e socializzazione per le fasce più anziane della popolazione (farà sorridere, ma non possiamo pretendere che la marea di settantenni in costante aumento si muri viva in casa ad aspettare la morte): non pensa insomma alla qualità della vita - anzi, non pensa ad una "vita" diversa dal concetto di "sussistenza". Quindi, dopo la legalità il secondo passo è la progettazione scientifica, a misura d'uomo, delle aree di residenza.

Il terzo passo è la mobilità, quelle cinque parole che compongono la locuzione "sistema di trasporto pubblico integrato": la modernità ci costringe alla dinamicità; e dunque collegamenti, tranvie, autobus, perfino il bike sharing (che al di là dei suoi aspetti freak è una grandiosa invenzione).
Essi non serviranno solo a far esodare, ogni mattina che il cielo scaglia sulla terra, gli abitanti verso i centri ricchi, produttivi e operosi. Essi serviranno anche a distribuire la cittadinanza su tutta la città, sia di giorno che di notte.
È un circolo virtuoso: buoni collegamenti favoriscono la nascita di strutture produttive in periferia; favoriscono la circolazione di gente comune a discapito della criminalità di strada (è risaputo che la alta frequentazione di un luogo pubblico ne diminuisce l'appeal per la malavita); favoriscono lo smercio e la nascita di attività diurne e serali.

Queste sono le condizioni ottimali per tramutare le periferie da zavorra a risorsa: ovviamente sono considerazioni banali che implicano grandiosi investimenti pubblici.
Ma di questo Renzo Piano si cura fino a un certo punto: si sa che il compito dei geni è tracciare visioni; non scontrarsi con miserabili esigenze di equa distribuzione e pareggi di bilancio.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

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