#Maturità2014 - La redazione di Tagli svolge il tema di ambito storico-politico

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TRACCIA: 

Violenza e non-violenza: due volti  del Novecento.

SVOLGIMENTO: "Possiamo condannare ogni tipo di violenza?"

Il Novecento e la violenza: c’è un argomento più ambiguo (nel senso letterale del termine)? La violenza è stata protagonista di tutto il secolo, un secolo di tragedie ed errori. Forse non è nemmeno necessario fare l’elenco delle immani violenze che hanno attraversato il Novecento, dalle trincee della Grande Guerra alle bombe su Hiroshima e Nagasaki. Dall’assurdità dei campi di sterminio alle torture e gli omicidi dell’America Latina degli anni ’70. L’Italia non è certo stata a guardare: ha visto le violenze fasciste contro gli oppositori politici, le violenze dei governi democristiani contro i manifestanti negli anni ’60, le stragi di Stato, gli anni di piombo, le stragi mafiose. La violenza ha percorso in maniera pericolosa e a volte inquietante anche la storia del Novecento italiano, conclusosi con una guerra, quella in Kosovo, che – per quanto a scopi cosiddetti umanitari – ha visto l’Italia come protagonista.

E allora verrebbe facile condannare la violenza in toto, ripudiandola, sempre. Anche perché il ‘900 ci ha insegnato che la non-violenza può essere uno strumento potente. Ce lo hanno mostrato in tutta la loro forza Gandhi e Martin Luther King, due protagonisti del secolo scorso che hanno fatto del “porgere l’altra guancia” uno straordinario strumento di cambiamento.

Eppure non è così banale condannare la violenze, perché a volte la violenza ci pare eroica, necessaria, salvifica. Erano certamente violenti i Partigiani protagonisti della Resistenza italiana: i tedeschi li chiamavamo terroristi, per noi sono Patrioti. E a buona ragione, senza il loro sacrificio, senza le loro battaglie, forse l’Italia non sarebbe risorta dalla tragedia del fascismo e della Seconda Guerra mondiale. Possiamo condannare la loro violenza? Oppure possiamo condannare la violenza dell’Armata Rossa, l’esercito dell’Unione Sovietica che non si risparmiò nei combattimenti a Stalingrado per fermare le truppe naziste - con uno sforzo recentemente ricordato dal nostro Presidente Giorgio Napolitano? E che dire delle centinaia di migliaia di soldati alleati sbarcati in Normandia in quel D-Day di cui pochi giorni fa abbiamo celebrato il settantesimo anniversario?

Pensiamo alla Spagna: il terrorismo basco è violenza certamente da condannare. Ma il franchismo sarebbe finito senza quell’attentato - di matrice basca - che eliminò il successore designato del dittatore spagnolo?
Negli stessi Stati Uniti le lotte non-violente di King avrebbero avuto la stessa efficacia senza la violenza intimidatoria delle “pantere nere” e dei movimenti capitanati da Malcom X (che non aveva paura di minacciare di morte i suoi avversari)? Esse dimostrarono quanto sarebbe stato pericoloso per la società americana non riconoscere i diritti civili alla comunità nera.

È un campo molto “pericoloso” in cui avventurarsi, questo. Specie in un momento in cui il “politicamente corretto” impedisce di sbilanciarsi troppo su alcuni argomenti sensibili: ma liquidare la faccenda con una generica condanna tout court della violenza del Novecento è troppo, troppo semplice. E forse nemmeno così giusto.

Domenico Cerabona
@DomeCerabona

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