Martin Luther King e Malcolm X a confronto: diritti americani contro diritti umani

Martin Luther King e Malcolm X a confronto: diritti americani contro diritti umani

Che la figura di Malcolm X sia da sempre stata contrapposta a quella di Martin Luther King è fuor di dubbio. Entrambi figure di riferimento del movimento nero, certo, ma sempre considerati in modo molto differente dalla storiografia: Malcolm X veniva definito «l’odio che ha prodotto l’odio» ; Martin Luther King era il «profeta dell’uguaglianza».
Tutto qui, allora? Possono essere rappresentati in maniera così banale, uno il bene e l’altro il male?

Io non credo. Bisogna partire dalla provenienza sociale: Martin Luther King apparteneva alla piccola borghesia nera di Atlanta, mentre Malcolm faceva parte delle “masse povere”, i cosiddetti cats in the streets. Differenza rilevante: essa, in primo luogo, ha inciso sul pubblico a cui essi si sono rivolti come attori politici.
King, di provenienza borghese, non riuscì mai davvero a coinvolgere le masse nere; esse si sentivano maggiormente rappresentate da Malcolm: in lui riuscivano ad identificarsi, lo consideravano “uno di loro”.
A ben vedere, le masse nere più povere rappresentavano la maggioranza della comunità nera ed erano l’espressione concreta (ed estrema) della condizione economico-politico-sociale che sarebbe stata poi descritta con l’espressione “problema nero”. La vicinanza di Malcolm con gli strati più poveri della comunità nera, ideale ma anche biografica, si evince anche dal suo linguaggio: perfino il lessico, in Malcom X, è simile a quello usato dai cats, e questo gli permise di raggiungerli in maniera davvero efficace.

Il secondo punto è la visione dell’America che essi hanno: King credeva fortemente nelle istituzioni americane, e nei valori da esse espressi. Riteneva che il razzismo fosse semplicemente un “male morale” diffuso nella società americana.
Malcolm X non credeva nel Sogno di King: in più di un’occasione arrivò anzi a definirlo l’Incubo americano. Nella sua visione, il problema del razzismo in America non era solamente frutto di ignoranza, ma era la conseguenza di una “nuova schiavitù” subita dai neri negli Stati Uniti.
Il razzismo, infatti, costituiva per Malcolm lo strumento ideologico necessario al mantenimento del sistema di oppressione esercitato sulla comunità nera, legittimato dalla diffusa convinzione che i neri fossero «cittadini di serie B». Questo spiega dunque i suoi attacchi alla visione integrazionista: la parola stessa “integrazione” è considerata da Malcom un termine «falso ed ingannevole (...) implica l’esistenza di alcune superiorità ed inferiorità implicite».

Da qui deriva un’ulteriore differenza: il metodo per risolvere il “problema nero”. La soluzione di King consisteva nell’integrarsi delle due comunità e nel riconoscimento dei diritti civili dei neri. Tali scopi dovevano essere perseguiti attraverso l’azione non violenta come metodo “morale” per ottenerli. L’azione non violenta si basa sulla convinzione per cui tale metodo smuoverebbe la coscienza degli uomini di buona volontà, e sarebbe anche l’unico mezzo coerente con la fede e la morale cristiana, ispirazione costante dell’azione di King.
Per Malcolm, invece, la soluzione del problema nero non poteva limitarsi ad un semplice processo di moralizzazione, ma doveva colpire e modificare radicalmente l’intero sistema americano, basato sullo sfruttamento e legittimato dal razzismo.
Malcolm, in contrapposizione, promosse quindi l’autodifesa (per lui, in un contesto come quello statunitense, i presupposti morali dell’azione nonviolenta non potevano attecchire): «Le tattiche impregnate esclusivamente sulla moralità possono essere efficaci solo quando stai trattando con gente che è morale o un sistema morale. Un uomo o un sistema che opprime un uomo a causa del suo colore non è morale»

La seconda ragione per la quale Malcolm è a favore del metodo dell’autodifesa è il diritto alla vita, sancito dalla stessa Costituzione degli Stati Uniti (dal quale discende, sostiene Malcolm, il diritto a difendere la propria persona in situazioni di pericolo).
L’autodifesa sarebbe allora un diritto di tutti gli individui, quindi anche dei neri, in quanto esseri umani: «in quelle aree in cui il governo non può o non vuole proteggere la vita e le proprietà della nostra gente, la nostra gente è nel diritto di proteggere se stessa con ogni mezzo necessario».

Spesso si è sostenuto, travisando le posizioni anti-integrazioniste, che l’incitamento all’autodifesa volesse automaticamente dire incitamento alla violenza. Dissipiamo questo grande equivoco. Malcolm ribadì più volte di non essere a favore della violenza gratuita, limitandosi a criticare le posizioni non violente come inadatte al contesto socio-politico-economico di sfruttamento e di “colonialismo interno”.
Il metodo nonviolento proposto da King veniva criticato, da un lato, in quanto condizionato dai precetti morali e religiosi del cristianesimo; dall’altro perché partiva dal presupposto di una società americana affetta dal male morale del razzismo, “curabile” proprio grazie ad un profondo cambiamento etico.
L’autodifesa promossa da Malcolm, invece, non è un metodo ispirato da precetti religiosi. Negli ultimi anni della sua vita, infatti, ribadì più volte la convinzione secondo la quale politica e religione dovessero essere separate.

Recentemente, alcuni storici del movimento nero, come J.H. Cone nel suo libro Martin & Malcolm & America: A Dream or a Nightmare, hanno avanzato l’ipotesi secondo la quale le posizioni dei due leader si sarebbero avvicinate ideologicamente e politicamente sul finire delle loro vite
Questa teoria poggia su due fattori: la “fine del Sogno” di King – che maturò la visione, già espressa da Malcolm, del razzismo come elemento strettamente legato al sistema di sfruttamento economico –,e il progressivo superamento dei dogmi della Nation Of Islam (tra cui la teologia razzista che vedeva nei bianchi i “diavoli dagli occhi azzurri”).
La tesi dell’avvicinamento progressivo delle due posizioni rischia però di sottovalutare alcuni aspetti fondamentali del pensiero di entrambi, che continuarono ad essere molto distanti. È vero che King negli ultimi anni di vita si avvicinò alle posizioni di Malcolm sul razzismo come giustificazione dello sfruttamento economico-politico-sociale a cui è sottoposta la comunità nera, ed è vero che anche King iniziò a rivendicare la necessità di «tattiche nuove che non facessero conto della benevolenza del governo».
Ma King non abbandonò mai il metodo nonviolento, né smise mai di orientare la sua azione in base ai precetti morali cristiani, visti come la via maestra per una società americana “migliore”.

In altre parole, King non smise mai di considerarsi “americano”, prima ancora che “nero”; né smise mai di intendere la sua lotta politica come strumento per la conquista dei diritti fondamentali per la comunità afroamericana.
Malcolm, invece, modificò profondamente la sua visione razziale, soprattutto in seguito all’adesione all’Islam ortodosso, maturata durante l’hajj alla Mecca; non per questo le sue posizioni finirono per coincidere con quelle di King.
Nonostante il ridimensionamento dell’ostilità nei confronti della comunità bianca nel suo complesso, l’organizzazione di Malcom – l’Oaau – si costituì come un’associazione riservata ai neri, ostile anche a forme di finanziamento da parte dei bianchi. Alla base di tale chiusura vi era una convinzione di Malcolm: l’emancipazione dei neri doveva passare per l’indipendenza economica dai bianchi.
Malcolm non arrivò mai ad immaginare bianchi e neri impegnati in una causa comune. Ciononostante, si rintracciano negli ultimi anni della sua vita aperture sulla possibilità per i bianchi di essere in qualche modo utili alla causa nera: «Se dei bianchi vogliono aiutare, possono farlo. Ma non possono aderire. Così, non mettiamo in dubbio la loro sincerità, non mettiamo in dubbio le loro ragioni, non mettiamo in dubbio la loro integrità. Li incoraggiamo solo a usarle altrove, nella comunità bianca. Se possono usare tutta questa sincerità nella comunità bianca per far sì che la comunità bianca si comporti meglio nei nostri confronti, allora diremo: “Questi sono dei bravi bianchi”».

Malcolm restò convinto che l’autodifesa costituisse il primo e fondamentale diritto della comunità nera: al contrario di King, continuò a considerarsi “nero” prima che “americano” (pur aprendo progressivamente ad una concezione universalistica dei diritti umani che prescindesse dal colore della pelle).
I diritti civili e politici, derivanti dalla cittadinanza americana, costituivano per Malcolm solo un corollario implicito di un riconoscimento effettivo dei diritti umani nella loro generalità ed universalità.
Ecco qual è il vero delta tra le due figure: Martin Luther King rivendicava i diritti civili e politici in quanto americano (di origine africana) e non in quanto individuo. La posizione dell’ultimo Malcolm, invece, pretendeva il riconoscimento di diritti umani, a prescindere dalla cittadinanza americana: ‘integrazione’ o ‘separazione’, sosterrà Malcolm, «sono solo metodi che tendono a un fine concreto: il rispetto in quanto esseri umani». 

Gianluca Senes
@twitTagli

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