Ma pure su Youtube dobbiamo ridurci così? (un affresco delle webserie italiane)

IPantellas

In un articolo recente me la prendevo con la televisione generalista italiana, denunciandone lo stato di immobilismo e la sua evidente rinuncia all’esplorazione di nuovi target, nuove possibilità... e parlando del “fallimento programmatico” di ogni alternativa allo status quo.
La verità è che i target abbandonati dalla televisione esistono ancora.
Non solo sono vivi e vegeti, ma rappresentano il potenziale commerciale più alto tra tutte le fasce di età. Nessuno fagocita intrattenimento (che sia cinema, televisione o video di gattini) tanto quanto i 13-25enni, ed è semplicemente impensabile che non esista una “televisione alternativa” capace di aggregare e convogliare la domanda esercitata da un simile potenziale.
Insomma: se un quindicenne italiano è mediamente restìo alla prospettiva di guardare Fabrizio Frizzi, i pacchi di Rai 1  e Sereno Variabile, esisterà pure qualcosa davanti a cui staccare il cervello per un’ora?

Senza contare le pratiche (consolidate e in espansione) dello streaming e del download illegale di serie tv di altri paesi, la vera “televisione alternativa” è rappresentata da youtuber e webserie
Non prendo in considerazione streaming, torrent e download vari per due ragioni: la prima è che il mio focus è esclusivamente sulla televisione italiana, nelle sue varie declinazioni.
La seconda sta nel fatto che la pratica del “procacciare il proprio intrattenimento” attraverso la ricerca e il download di contenuti implica l’essere attivi davanti a uno schermo.
Nella definizione tradizionale e più precisa del termine, invece, la televisione è un medium che comporta la passività.

Youtuber e webserie, dicevamo. La maggior parte di noi associa queste parole alle parrucche di Willwoosh e alla scoppola (“scoppola”, termine tecnico) di visualizzazioni dei video-parodia dei The Jackal, ma il quadro generale è complesso e variegato.
Questo non significa che sia anche bello, o che l’offerta webseriale sia particolarmente migliore di quella “tele-seriale”: diciamo solo che gli youtuber e le webserie catturano i target giovanili più di quanto un’emittente televisiva sarà mai in grado di fare. Basta pensare al recente, clamoroso successo della parodia a Gomorra – La Serie da parte di The Jackal: un’operazione da quasi 3 milioni di visualizzazioni e un generale senso dell’avere capito tutto di cosa funziona su youtube, commercialmente parlando.

I The Jackal (Francesco Capaldo, Simone Russo, Alfredo Felaco) sono il collettivo che ha realizzato il pluripremiato “Lost in Google”, e gli autori di piccoli “culti” della condivisione da youtube come i “Gay ingenui” e altri sketch demenziali. Se da un lato mostrano di sapere perfettamente quello che stanno facendo ed essere capaci di confezionare prodotti interessanti (“Lost in Google”, “Kubrik: una storia porno”, da loro distribuito), i The Jackal incassano però i numeri più alti con la stessa, ripetitiva commedia da avanspettacolo e faccette buffe che potremmo trovare su Mediaset. 
Per quanto non sia il mio genere e non vi trovi un grande valore come scrittura, performance o messa in scena, posso tranquillamente sbilanciarmi dicendo che i The Jackal funzionano. Molto.
Riescono a “stare sul pezzo” sui bersagli delle loro parodie e sugli argomenti da affrontare, e presentarli con un taglio perfetto per il format “video di youtube”.

Il problema è capire quando e come è stato definito questo format: perchè la comedy da youtuber è irrimediabilmente, inevitabilmente votata alla faccetta/smorfia/urlo disumano degno di un Massimo Boldi colto da emorroidi?
Perchè, in estrema sintesi, esistono iPantellas?

Una media di un milione e mezzo di visualizzazioni a video, iPantellas sono la manifestazione neodantesca di come immagino un girone dell’Inferno: ragazzini che urlano pensando di essere divertentissimi.
Il dramma è che hanno successo.

Ma tra i due estremi del fenomeno, ci sono molte vie di mezzo. Frank Matano, Michael Righini, Claudio di Biagio sono tutti assimibilabili nella categoria “youtuber” e tutti capaci di produrre video dall’altissimo indice di “viralità”.
Righini e Matano hanno poi sfruttato la popolarità acquisita per lanciare esperimenti di webserie, talvolta con successo (come “Freaks” per Di Biagio) e talvolta con discreti flop (come “Fuga dalla Morte” per Righini).
Diversamente, Frank Matano è diventato uno dei più importanti “nomi” della commedia italiana, tanto da ottenere ruoli cinematografici e lavori come giudice nei talent show.
Anche nel suo caso, si parla di una persona che ha familiarità con il mezzo e sapienza nel gestire il format su cui opera, è molto abile nelle interazioni con il pubblico e nell’auto-promozione. 
Parlando in termini strettamente commerciali, Frank Matano è probabilmente il più importante youtuber italiano. Che poi a me non faccia ridere neanche a provarci cent’anni, è un problema diverso.

Ma non si può essere sempre ipercritici e distruttivi. A differenza della televisione generalista, sul web c’è talmente tanta roba che non è matematicamente possibile che faccia tutto schifo.
Esistono esempi meritevoli di webserie italiane? Un paio.
“Esami – la serie” di Edoardo Ferrario, che presenta sketch godibili e concisi. La messa in scena è visibilmente low-budget, e a volte cade nella solita tentazione delle parrucche (sembra che non si possa più fare un video per youtube senza indossare una parrucca) ma è certamente un prodotto simpatico. 

Il miglior “esempio positivo” resta comunque The Pills. Inizialmente di nicchia e poi sempre più popolare, The Pills (Luca Vecchi, Luigi Di Capua, Matteo Corradini) sono una sketch-comedy che si distingue per creatività e spunti interessanti.
La messa in scena, parlando di regia, sonoro e fotografia, continua a non essere la priorità ma The Pills può vantare una scrittura di livello e una certa sovversività nell’elaborazione dei contenuti: video come “Fabio Volo” o “Bagno okkupato” sono tra le cose più carine che il panorama delle webserie abbia mai offerto al suo pubblico. 
Il progetto dei The Pills è cresciuto negli anni a tal punto da venire “adottato” dal superproduttore Pietro Valsecchi, lo stesso dietro il boom commerciale di Checco Zalone, che ha permesso ai ragazzi di partecipare a progetti per Rai, Mediaset e Dj Tv.

Insomma, nell’altro articolo partivo dall’assunto che “un’altra televisione in Italia è impossibile”. Dopo avere approfondito la situazione della televisione sul web, devo dire che rimango convinto che sia così.
Non percepisco un grande scarto, una significativa “alfabetizzazione” del pubblico a livelli più alti di quello a cui è abituato, nè una domanda di qualità o cambiamento.

Quello che però avverto, e che resta comunque un dato importante, è la capacità di molti tra gli autori dietro youtuber e webserie di individuare i desideri del proprio target e fare le scelte più giuste a livello di proposte, contenuti e generi. 
Su youtube funziona la commedia perchè la soglia di concentrazione è ancora più bassa che davanti alla tv, e Mad Men come webserie non funzionerebbe mai.
La sfida sta nel tentare di non livellare tutto verso il basso: nel rinnegare le urla, le smorfie, le parrucche colorate e le vocine in falsetto.

La sfida sta nel non piegarsi alla legge de “I soliti idioti”, non trattare il proprio pubblico come “stupido in partenza”. Il web è un medium incredibilmente democratico, e chiunque azzecchi le sue scelte ha il potenziale per essere visto da milioni. Perfino iPantellas.

Perfino iPantellas.

Davide Mela
@twitTagli

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