L'apparente fallimento dell'Abenomics

L'apparente fallimento dell'Abenomics

Il Giappone è caduto in recessione. Il governo ha annunciato che nel terzo quadrimestre dell’anno il Paese ha registrato un crollo del Pil del 1,6%. Ed è una bella cantonata per gli economisti che avevano previsto una crescita del 2,2%.
Non è avvenuto l’atteso “rimbalzo” dopo la caduta anche peggiore nel quadrimestre precedente, quando il pil registrò un calo del 7,1%.

Ma come? Dopo anni di  stimoli fiscali e monetari come non se n’erano mai visti in cielo e in terra, dopo che ogni economista keynesiano ha lodato il modello giapponese come esempio per l’Europa, ora mi finite in recessione?
L’Abenomics è fallita? 

Una politica monetaria e fiscale talmente innovativa da prendere il nome del primo ministro che l’ha messa in atto: Shinzo Abe. Iniziata nella primavera del 2013, l’intento era quello di trainare il Giappone fuori da una situazione di stagnazione/deflazione che durava da ormai vent’anni. Le due decadi perdute, così viene chiamato il periodo dagli anni 90’ a oggi. 
La particolarità rivoluzionaria fu l’ingente portata economica degli stimoli contemporaneamente monetari e fiscali, mai tentati da nessun’altra nazione al mondo.
E funzionò. Riuscì a stimolare la ripresa del Paese, venendo applaudita dagli economisti come l’alternativa alla folle austerità europea.

Poi, lunedì, la magia si rompe. Il governo annuncia il secondo quadrimestre di crescita negativa, che significa recessione. E, come gli squali attirati dal sangue, ecco arrivare i falchi dell’austerità ad annunciare il fallimento delle politiche di rilancio della domanda. Nel lungo periodo, l’efficacia dell’Abenomics sarebbe crollata alla prova dei fatti.

La realtà è esattamente contraria. Il crollo del Pil di aprile fu la diretta conseguenza di un aumento della tassa sul consumo (la nostra Iva) dal 5 all’8%.
Un’azione economicamente recessiva, che niente ha a che fare con il piano di stimolo dell’Abenomics: questa mossa fu richiesta dal bisogno di abbassare l’enorme debito pubblico giapponese (attorno al 200% del Pil) e dare fiducia ai mercati finanziari. C’è qualcosa di familiare in tutto questo.
Alla fine, invece che prendere noi esempio dal Giappone, sono stati loro a prendere esempio da noi europei. Ed ecco le conseguenze.

Kichi Homada, l’economista architetto delle politiche di stimolo del governo, ha dichiarato che l’aumento delle tasse non è mai stato parte dell’Abenomics. Come riporta il New York Times, questa manovra è stata fortemente voluta dal partito di Abe e dal suo potente ministro delle finanze.
Ciò che hanno ottenuto non è altro che un ulteriore esempio di quanto la retorica della responsabilità fiscale sia dannosa per un paese in depressione.

 

Ecco perché alzare le tasse quando l’economia giapponese era ancora in difficoltà è stato un errore: 

1) Non si può sperare di avere “stabilità fiscale” in una economia in deflazione. La deflazione aumenta il valore della moneta nel tempo, e quindi anche dei debiti denominati in quella valuta.
Una tassa sul consumo non fa altro che aumentare la deflazione.

2) Non si può sperare di perseguire la stabilità quando l’economia è ancora depressa. Questo è un errore che noi europei facciamo fatica a capire. 
Il debito pubblico è espresso in percentuale del Pil, e ogni euro (o yen) che togli dalle tasche dei cittadini per ripagare il debito pubblico è un euro (o yen) in meno di consumo. 
Conseguenza: crollo di domanda aggregata e quindi del Pil. E finché il denominatore cala, il debito non potrà mai scendere.

3) La fiducia dei mercati non è un problema per il Giappone. L’esempio Europeo è ingannevole: le nazioni europee non controllano la propria moneta, non possono acquistare i propri titoli di debito quando il mercato si tira indietro. Il Giappone invece sì.
Come Stati Uniti e Regno Unito, i Giappone non può andare in default nemmeno nel peggiore dei casi. Il massimo che i mercati possono temere è una monetizzazione del debito.
Una parola complicata, che significa soltanto che la Bank of Japan si metterebbe a finanziare direttamente il governo, "stampando moneta" per comprare i titoli di debito pubblico del suo stesso Paese.
Ma come? Si può? E perché non lo fanno tutti? Perché crea inflazione. E in una situazione economica normale, le banche centrali hanno il compito di contenere l'inflazione. Ma il Giappone non è in una situazione normale, è in deflazione: creare aspettative di inflazione è proprio quello che il governo sta cercando di fare per stimolare consumi e investmenti. 

Quello che è successo ne è la prova: avevano ragione tutti quelli che avvertirono il governo giapponese circa il pericolo di alzare le tasse proprio ora. Shinzo Abe è tornato sui suoi passi: ha rimandato il secondo aumento dell’imposta sul consumo, e indetto nuove elezioni come sorta di referendum sulla sua politica economica.
Speriamo che quanto successo convinca una volta per tutte europei e giapponesi: ciò di cui abbiamo bisogno ora non è meno debito, ma più consumo. Ascoltiamo il buon Keynes: “Il momento giusto per l'austerità al Tesoro è l'espansione, non la recessione”.

Luca Gemmi
@LucaGemmi
luca.gemmi2@gmail.com

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