L'ansia da scoop e l'undicenne incinta (per finta): verificare è passato di moda

(ovvero, del modo di lavorare dei grandi quotidiani e del perché su Tagli non troverete mai una mega-anteprima esclusiva)

La prendiamo alla lontana, partiamo da Lou Reed: il 27 ottobre il buon Lou muore con discreto ritardo rispetto alle più ragionevoli previsioni. Come sempre (e come ha descritto qui Matteo Monaco), parte il tam tam sui social network: ma a questo, nel bene e nel male, siamo ormai abituati. Qualcuno però la butta lì: la turba dei cazzeggiatori seriali di Facebook e Twitter sta già rispolverando il Grande Arsenale delle Commemorazioni, ma la notizia non è ancora "confermata". O meglio, è confermata solo per una parte di mondo: tutti i giornali online italiani - esclusa ANSA - hanno già aperto un box nella propria home; Le Monde si comporta allo stesso modo; la Bilde anche.

gettyimages_97401695Inglesi e soprattutto americani, invece, no: per il Washington Post, il New York Times, per l'inglesissimo Times, per l'agenzia Reuters e per il sito della CNN non è ancora successo niente. Devono passare alcune ore perché anche questi colossi della notizia si adeguino e dedichino il dovuto spazio in prima pagina all'autore di Vicious.

Lasciamoli lì: spostiamoci in Italia nella giornata di ieri. La Stampa (per la cronaca, terzo quotidiano per importanza in Italia) lancia in home (taglio basso) una storia di quelle pepate: undicenne incinta nel leccese, il padre è un 17enne. C'è tutto: c'è il sesso, c'è l'inconsueto, c'è una pesante ombra di perversione (i sei anni di distanza tra lui e lei non pesano esattamente quanto quelli di un 50enne che si accompagna a una 44enne). La notizia è pruriginosa: va lanciata, senza se e senza ma.

Lo screenshot della notizia su La Stampa  (clicca per ingrandire) Lo screenshot della notizia su La Stampa
(clicca per ingrandire)

 

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Quasi contemporaneamente, però, La Repubblica (per la cronaca, secondo quotidiano per importanza in Italia) lancia una smentita: tutte balle, non c'è nessuna undicenne incinta e nessun 17enne col testosterone esuberante, che anzi è stato "indicato in un 17enne del posto". In altre parole, scelto a caso. Repubblica descrive con disarmante semplicità il percorso della notizia: esce su un giornale locale, il tam tam della rete la ingigantisce, viene rilanciata sui giornali nazionali.

Lou Reed e l'undicenne allegra hanno un punto in comune: è mancata in entrambi i casi un'operazione fondamentale per chi fa il mestiere del giornalista, ossia la verifica della notizia. Funziona così: uno sente la notizia da una prima fonte, se la fa raccontare con dovizia di particolari, quindi chiude la conversazione. A quel punto prende il telefono e inizia a cercare una seconda, una terza, una quarta versione del fatto. Cerca i diretti interessati, i canali istituzionali, gli amici e i parenti dei soggetti coinvolti, i testimoni, quelli che passavano lì per caso; possibilmente, li cerca tra persone che ragionevolmente non si conoscono. Solo allora inizia a buttare giù il pezzo, dando per assodate solo le parti che coincidono dai vari racconti e - se vuole - trattando il resto come "voci non confermate".

calabresi mario la stampaNei due casi in questione questa operazione non è stata effettuata: la notizia è stata lanciata in fretta, per "dare un buco" al resto del mondo (a meno di non ritenere i giornali italiani dotati di fonti più rapide della CNN su un fatto avvenuto in America). Nella migliore delle ipotesi, ci si è fidati di realtà più piccole. Ci-si-è-fidati. C'è un sostantivo, per questo: approssimazione.

Una realtà piccola, infatti, non è automaticamente una voce affidabile (anzi): non sempre c'è chi ha le competenze o anche solo semplicemente i mezzi e i contatti per gestire una notizia (di calibro nazionale e non). Prendiamo il nostro sito come esempio: noi attendiamo che una notizia sia trattata da un tot di giornali prima di remixarla: non abbiamo i mezzi economici e numerici per fornire un servizio "sulla notizia"; perciò ci siamo organizzati per fornire un prodotto di secondo livello: divulghiamo, diamo chiavi di lettura, ci appoggiamo su letteratura prodotta da altri e su saperi condivisi (come nel caso degli approfondimenti).

Ma se ad astenersi dalla verifica sono giornali del calibro di La Stampa - che per motivi insondabili pubblica una storia senza fare uno straccio di verifica - si mette in discussione tutta la catena informativa, nonché la credibilità del sistema di informazione in generale. La Stampa ha i mezzi per offrire sempre, su ogni pezzo, un'informazione di qualità. Se per altri motivi non ce la fa (sovraccarico di lavoro per il personale, negligenza dell'autore, ansia da scoop dei capiservizio...) è questione grave e preoccupante.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

Commenti

redatagli dice:

La certezza matematica su quale versione sia corretta non c'è, almeno con i nostri mezzi: di certo, La Repubblica cita il tipo di controlli eseguiti (pur non scendendo nel particolare: dunque sta a te credere loro oppure viceversa considerarli dei millantatori - un atto di fede in entrambi i casi) mentre La Stampa racconta solo la storia, nel più tipico stile del "rilancio", senza citare propri controlli eseguiti. Dunque mi è facile supporre che Stampa ed Ansa abbiano semplicemente ribadito una storia fidandosi del lavoro degli altri.

Singolare, poi, che nessuno si degnerà di correggere: la notizia è molto piccola, per quanto scabrosa; dunque non sarà degna di essere ripresa e corretta nei giorni seguenti. Supponendo (come suppongo) che La Stampa abbia preso un granchio, immagino difficilmente una smentita per raccontare ai lettori cosa è davvero successo. Questo è un primo dato grave: il fine muta, dalla corretta informazione del lettore passa alla tutela dell'immagine del giornale a oltranza.

Ma il mio articolo non vuole tanto dare la "colpa" a Stampa o a Repubblica: non a caso parto dalla gestione della notizia di Reed: tu non trovi pazzesco che i media anglosassoni non dicessero niente mentre da noi già si parlava e straparlava senza ancora uno straccio di conferma (conferma diversa dal "lo dicono tutti", intendo)? Lo scopo dell'articolo era evidenziare quanto nell'era del web gran parte delle testate italiane abbia iniziato a fraintendere (non sempre involontariamente) il significato del termine "giornalismo".

UM

Giovanni Galli dice:

Ma... si ha la certezza che sia davvero o meno una bufala?

Stampa (e Ansa) e Repubblica riportano due versioni diametralmente opposte, ma nessuna delle due (tre) dà vere conferme o smentite: i primi aggiungono presunti (e confusi) dati Istat, mentre i secondi avvalorano il tutto con delle dichiarazioni, indiritte, rilasciate da una fantomatica preside (nessun riferimento alla persona, né a scuola, paese ecc...) presumibilmente contattata dai carabinieri locali.

Lungi da me il voler difendere gli uni o l'altro, però non mi pare che nessuno dia ampie garanzie su conferma o smentita della cosa: a mio avviso non ci sono elementi per valutare la veridicità o meno della notizia perchè la frase "La mamma della ragazzina, che l’ha partorita anche lei giovanissima a 13 anni, si è rivolta alla dirigente scolastica per cercare di creare attorno alla figlia una cortina di protezione e far ridurre il chiacchiericcio che ormai circonda la vicenda" e la smentita "Anche la preside della scuola media frequentata dalla ragazza avrebbe riferito, contattata dai carabinieri, che non c'è nessuna gravidanza ma solo voci prive di fondamento che nei giorni scorsi sarebbero circolate su un'alunna dell'istituto" sono entrambe prive di dettagli e potenzialmente credibili (si smentiscono a vicenda, ma nessuna delle due ha più credibilità dell'altra).

Poi, chiaramante, volendo parlare di etica del giornalismo in generale è tutt'un altro paio di maniche!

Alessandro Basile dice:

la cronaca non ha valore, che la ragazzina sia rimasta incinta o meno, che lui abbia 17, 15, 89 anni non mi interessa (nell'ultimo caso dovrebbe interessare le autorità), così come tutta la futile fuffa che gira e che ogni tanto per curiosità mi fa cliccare (e me ne vergogno) qua e là... La cronaca acchiappa like (o che fa vendere) è "merda", così come la promozione indiretta di prodotti commerciali (è uscita la nuova auto così, il nuovo cellulare cosà, il nuovo disco cosò) che sono informazioni di settore (se voglio sapere quale auto nuova sia appena uscita mi compro un giornale di settore o lo cerco in internet e lo leggo perché VOGLIO sapere qualcosa a riguardo), non è notizia. Le notizie sono avvenimenti importanti, di interesse comune, ci sarà sempre (purtroppo) l'incidente mortale sanguinolento, la bambina incinta, lo stupratore pazzo, ma la VERA notizia è l'aumento di incidenti mortali, la percentuale di partorienti minorenni, il profilo tipico dello stupratore pazzo, insomma NUMERI, DATI, riflessioni, studi, ovvero: LAVORO. Il giornalista non è la pettegola del secondo piano.

Wolfgang Achtner dice:

L'ansia da scoop non e' una prerogativa solo italiana - negli Stati Uniti nell'ultimo anno ci sono stati alcuni casi piuttosto gravi di notizie date senza verifica e poi provatesi errate - ma nel mondo dello pseudo-giornalismo all'italiana la verifica - esattamente come il rispetto di tutti gli altri principi etici che regolano il lavoro del buon giornalista - non e' mai stato di casa.

Da oltre vent'anni ho registrato innumerevoli errori gravi e meno gravi ma pur sempre errori importanti come una data di nascita, la scrittura di un nome, dati e quant'altro. Per quanto concerne le seconde, la risposta datomi dalle redazioni e' ssempre stato: "Tanto e' uguale". Ma non lo e' affatto!

Per quanto riguarda gli errori grandi ,anche quando non c'e' in causa necessariamente la fretta, derivano principalmente dal fatto che per pigrizia, sciatteria e incompetenza nessuna effttua mai una semplice verifica su Google che non richiederebbe piu' di 30 secondi di lavoro al massimo. Inoltre, nella maggioranza dei casi, nessuno chiama il diretto interessato di una notizia per avere conferma o per avere la sua versione dei fatti. E' tutti i giornalisti sanno che questa e' una delle regole fondamentali del buon giornalismo.

Infatti, se qualcuno della redazione del TG de La7 avesse chiamato l'ufficio stampa di Mastercard, invece di trasmettere senza verifica un servizio in cui si affermava che in uno spot l'azienda americana aveva iinsultato gli italiani, avrebbe potuto scoprire che il fatto non sussisteva e che il presunto scoop del TG 7 era dovuta ad una erronea traduzione da parte del giornalista che aveva una conoscenza dell'inglese a dir poco approssimativa. Ovviamente questo fatto conferma che anche da Mentana, non e' prassi comune richiedere un intervento del diretto interessato, mentre dovrebbe essere una prassi considerata obbligatoria in ogni redazione che si rispetti.

Per chi avesse interesse ad approdondire i problemi riguardanti il giornalismo italiano e le possibili soluzioni, mi permetto di consigliare la lettura del mio saggio "Democrazia e telegiornali".

Wolfgang Achtner

http://www.morlacchilibri.com/universitypress/Wolfgang%20M.%20Achtner%20...

redatagli dice:

Wolfgang Achtner (quale onore! =D ) pone l'accento su una cosa che nel pezzo ho tralasciato: si deve SEMPRE sentire l'interessato nel momento in cui si dà la notizia. È una regola banale e ovvia, ma non per questo meno fondamentale, che ho omesso perché mi ero focalizzato sui casi particolari in questione (un deceduto ed una bambina ampiamente minorenne). In questi casi, in loro vece, era perlomeno necessario intercettare i parenti.

UM

Daniele Ferrante dice:

"Bene o male, l'importante è che se ne parli", sono i lettori a fare il giornalismo, molto più dei giornalisti. Il tam tam delle notizie è ciò che permette ai giornali di far girare il proprio nome, non ha alcuna importanza il fatto che una notizia sia finta o non comprovata, il popolo dei social network la diffonderà capillarmente comunque.

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