L'Alternativa per la Germania è fuori dall'Europa?

Bernd Lucke (53), leader di Alternative für Deutschland

Probabilmente l'Europa di oggi non può fare a meno della Germania, ma chi ha detto che alla Germania serva ancora l'Europa sbiadita e indebitata del Sud? Nei tristi giorni che a Dresda sono testimoni delle fiaccolate di Pegida, sotto il sole gelido di Berlino si sta raccogliendo una forza alternativa all'establishment (senza essere alternativa ai diritti umani).
L'inverno teutonico deve ancora conoscere il suo apice, e lo stesso si può dire di Alternative für Deutschland, il soggetto politico eurocritico nato nel 2013 che sta catalizzando sempre più consensi all'interno di un panorama elettorale consolidato come quello tedesco. 
Ed è forse un motivo di forma, prima che di sostanza, a spingere l'AfD oltre la soglia di sbarramento del 5%.

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In Germania la norma non scritta è la stessa che vige in altri bacini elettorali del Continente: le grandi formazioni politiche (CDU, SPD, Verdi, Die Linke) situano i confini della propria identità politica all'interno del sistema parlamentare.
In altre parole, per costoro vale una semplice equazione: l'autorevolezza del mega-partito e l'autorevolezza del sistema sono reciprocamente alimentate dalla partecipazione alle regole condivise.
Chi invece è fuori dal meccanismo di solito lì resta, e gli tocca il poco invitante ruolo di chi vuole giocare ad un gioco diverso (per ragioni di sostanziale divergenza politica) ma è costretto a farlo in un modo che è formalmente inaccettabile per la gran parte dell'elettorato.

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Con Alternative für Deutschland, però, la protesta esplode dai gangli dello stesso establishment. Il partito voluto da Bernd Lucke, professore di macroeconomia ad Amburgo e studioso anti-keynesiano formato a Berkeley, con il 7% raccolto durante le elezioni federali (nel primo anno di attività) e con il 9.4% delle Europee del 2014, sembra aver saltato con slancio l'empasse in cui restano impigliate le proposte degli ultimi arrivati.
Alternative für Deutschland, un partito nuovo come sono nuove le istanze liberticide di Pegida - e come lo furono quelle degli anticonformisti Piraten di più di un lustro fa - è lontana anni luce dalle marce popolari che vorrebbero negare i diritti fondamentali, né propone formule per una democrazia internettiana che non interessa alle potenti (e maggioritarie) forze che compongono l'economia tedesca.

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Al contrario: con AfD si parla innanzitutto di una costola della CDU che prende la propria strada sulla base di un percorso politico affine a quello istituzionale, e che è riuscito a reclamare da subito il proprio posto nel Bundestag e nel Parlamento Europeo, sfruttando la moderazione dialettica per forgiare il primo stabile avamposto del populismo teutonico.

Prima delle proposte, allora, vengono i nomi: le vicende di personalità come Alexander Gauland e Gerd Robanus non dicono nulla al lettore italiano, ma in Germania stanno segnando il punto sulla situazione politica domestica.
Entrambi fedelissimi della Cancelliera, hanno abbandonato l'ovile cristiano-democratico per congiungersi ad un progetto che si spinga più a destra e che in sostanza non abbia timore di causare danni all'architettura europea, se è in gioco l'interesse nazionale tedesco.
A chi rivolgersi, allora, se non alla creatura di Lucke, che ha incassato perfino l'endorsement dell'ex presidente della Federazione delle Industrie Tedesche Hans-Olaf Henkel?

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Il cammino costellato di vittorie che sta caratterizzando i primi passi dell'AfD va di pari passo con la credibilità dei volti spendibili al suo interno, grazie ad attori che possano coniugare una politica più aggressiva di quella della CDU mostrando la fedeltà alle regole istituzionali che è particolarmente cara all'elettore tedesco.
Così lo slancio propulsivo - intrinseco a questo tipo novità politica - diventa un fenomeno capace di sconvolgere la routine istituzionale germanica.
In un quadro di opinione costellato di posizioni misurate e di personalità culturalmente poco inclini alle boutade mediterranee, l'immagine dei professori universitari e dei politici di lungo corso che sotto il marchio di un partito affidabile contestano apertamente lo status quo è di impatto estremo.
Lungi dal sembrare una tattica arrivista, quando i papaveri di AfD puntano il dito contro la zavorra dell'Euro e lamentano l'inefficacia delle politiche migratorie sponsorizzate da Bruxelles, l'elettore cristiano-democratico potrebbe sperimentare gli influssi di una rottura vera e propria: abbandonare quella che di colpo appare come un'ipocrisia di massa e riconoscersi in “ciò che nessuno dice ma tutti pensano”.
Del resto, rimanere fedeli alla linea merkeliana non è più così automatico: in qualcuno inizia a serpeggiare, per quanto latente e pudicamente nascosto, il dubbio che il sentimento dominante (e unificante) del regno di Angela Merkel si stia sgretolando. Poco importa se gli obiettivi pratici di AfD restano molto vaghi, celati sotto la superficie delle dichiarazioni televisive in cui si elogia il rigore fiscale, una più severa applicazione delle norme frontaliere e il ritorno al mai sopito “interesse tedesco”. 

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È un colpo alla pancia dell'elettorato, allo stesso modo in cui è uno strappo con il neo-conservatorismo europeista della Cancelliera. Il progetto di governo di Angela Merkel, che ha unito con successo una serie di posizioni centriste con temi tradizionalmente progressisti come la battaglia per la parità di genere e l'impegno ecologico, rischia di crollare a Berlino per colpa di quanto avviene a Bruxelles.
In modo opposto a quanto avviene in Spagna e in Italia ( dove Podemos e M5S conducono una lotta quasi-antropologica contro la “casta” che domina l'arena nazionale - e solo conseguentemente quella europea), in Germania l'accusa è sui problemi procurati dall'eredità di Helmut Kohl.
Il punto della protesta è il nudo costo dell'impegno europeo, il sogno non negoziabile dello statista che riunificò le Germanie, che ora è accusato di limitare le potenzialità di tutti i Paesi coinvolti nel dramma monetario dell'Euro e di ridurre la dialettica della politica tedesca ad uno scontro binario tra i grandi partiti europeisti e tutti quelli che non ci stanno.

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L'AfD, come fuga aventiniana dalla CDU, è un “NO” scritto a lettere capitali contro lo spirito della Große Koalition che rappresenta tutti e non decide per nessuno - in questo più simile ad un governo dell'Europa Unita trapiantato in un Parlamento nazionale, più che a quello di uno Stato-nazione con i propri interessi da perseguire.
Nel crogiolo di polemiche, di ignoranza e di disperazione di massa che segnano il declino apparentemente inarrestabile dell'idea di governo sovranazionale - che secondo i manuali esisterebbe proprio come risposta ai problemi globali, troppo liquidi per essere trattati al tradizionale livello dello Stato - il ritorno a questo tipo di nazionalismo potrebbe essere la tessera decisiva a cadere sul tappeto continentale.
Di certo Bernd Lucke sa che è presto per cantare vittoria: se si vuole giocare sul serio a questo domino europeo, che si presta a più livelli di comprensione (e in cui è difficile distinguere la buone idee dalla disperazione causata da una crisi economica senza fine), bisogna battere l'unica campionessa che non conosce la sconfitta.

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Matteo Monaco
@MatteoMonaco77
@twitTagli

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