L'ABC di Checco Zalone, senza moralismi

L'ABC di Checco Zalone, senza moralismi

Anche se è appena cominciato, il 2016 mi ha già regalato un paio di certezze. La prima è che qui siamo in pieno ventunesimo secolo e non vedo ancora in giro macchine volanti. La seconda è che i film con Checco Zalone potranno piacere o non piacere, ma macinano più soldi di una joint venture composta da Bruce Wayne e Zio Paperone.

Checco Zalone è un personaggio nato per uno sketch di Zelig e diventato, nel giro di qualche anno, un colosso cinematografico i cui risultati trionfali impongono a qualsiasi persona interessata al rapporto tra intrattenimento, cultura e società una riflessione sull’influenza e la “voce” espresse da questo talento. Innanzitutto, quando si parla di Checco Zalone, è opportuno distinguere due momenti diversi della sua carriera.

  • Il primo racconta di una comicità dissacrante ed estremamente “politicizzata”, che mette in ridicolo tanto il “cafone di destra”, cinico ma ottimista, quanto il suo polo opposto, il patetico e ipocrita “militante di sinistra”, che non ha il polso della realtà né le risorse per cavarsela nel mondo.
    Zalone ci offriva così un’ispirata rappresentazione dell’Italia bifronte di metà anni 2000, quando il Berlusconismo aveva raggiunto il suo apice e il massimo del suo impatto culturale.
    Intorno al 2006, e quindi praticamente dieci anni fa, Checco Zalone si comportava di fatto come il 90% dei suoi colleghi: faceva satira sull’Italia berlusconiana, ed era abbastanza divertente e originale da distinguersi dal coro.

Sentir parlare ancora oggi, nel 2016, di scontro culturale e ideologico tra l’Italia ottimista e berlusconiana, che ama la libertà, la fregna e i ristoranti pieni, e quella moralista, borghese e sfigata, suona molto strano.
Anzi, è rappresentativo di un tipo di comicità obsoleta, fuori posto e ormai drammaticamente poco divertente.
Per fare un esempio: “Italiano Medio” di Maccio Capatonda, uscito nella primavera 2015 è interamente basato sulla polarità appena descritta. È un film disastroso sotto tutti i punti di vista: messa in scena, sciatteria generale, penosi spunti comici e narrativi e soprattutto la convinzione che oggi abbia ancora senso parlare di certi temi.

Che sia molto chiaro: chi scrive non è assolutamente convinto che Checco Zalone sia il portavoce della nuova commedia italiana “impegnata” e capace di leggere la realtà.
Non sono nemmeno persuaso che Luca Medici (il suo nome all’anagrafe) sappia davvero in che direzioni possa ancora andare il suo personaggio finché rimane sempre sé stesso e non evolve mai.
Sono però sicuro di una cosa: in confronto a Maccio Capatonda e ai suoi ultimi capolavori, Checco Zalone è il figlio illegittimo di Paolo Villaggio e (bum!) George Carlin.

  • Il secondo momento della carriera del comico pugliese dagli incassi milionari risiede nella vita cinematografica dei suoi personaggi.
    Fino ad oggi, prima che al cinema sbancasse “Quo Vado?”, la filmografia di Zalone è stata sospesa tra l’indubbia capacità di strappare qualche risata e il destino inevitabile a cui sembra sopraggiungere la categoria dei “comici di Zelig prestati al cinema”: magari per 10 minuti alla settimana su Canale 5 il gioco può anche reggere, ma se devi trovare un modo di legare insieme 90 minuti di battute sui terroni e i cliché Nord/Sud Italia, buona fortuna.

 

Il gigantesco problema dei primi due film di Checco Zalone, “Cado dalle nubi” e “Che bella giornata”, sta in un errore fondamentale di narrazione e sviluppo del suo personaggio: Checco (sempre lo stesso in tutti i film) inizia in un modo, a metà resta in quel modo e infine termina allo stesso modo.
Tanto in “Cado dalle nubi” quanto in “Che bella Giornata”, Checco esce vincitore da qualunque situazione; praticamente l’opposto di quello che capitava a Ugo Fantozzi ogni qualvolta il personaggio affrontava un conflitto: perdeva, cambiava, imparava e soffriva come un pollo che sta per essere macellato. Ogni sconfitta era mediocre quanto l’ambizione che lo muoveva, e questo parlava agli spettatori più di quanto potremmo mai sperare di fare in Italia nel 2016: oggi, in Italia, sembra che al cinema l’unico destino possibile sia far finire tutto a tarallucci e vino. 

La terza opera targata Checco Zalone, “Sole a Catinelle”, corregge parzialmente il problema dei primi due. Il protagonista subisce un’evoluzione e le sue esperienze e sconfitte lo trasformano in una persona migliore.
La parabola del personaggio, seppure vaga e all’acqua di rose, è presente lungo tutto il film.
Se devo poi formulare un giudizio su “Sole a Catinelle” (che comunque è il meno peggio dei tre, in attesa di vedere “Quo Vado?”) non posso fare a meno di provare un po’ di amarezza: tra bambini e sviolinate buoniste, quella che doveva essere una parodia grottesca dell’Italia moderna, senza pretese illuminanti ma comunque dotata di potere dissacrante e adeguata cattiveria, diventa una scusa per incollare insieme gag sempre meno ispirate, dai contenuti via via meno graffianti e più ripetitivi. 
Detto questo, "Scusa ti chiamo dopo, sto entrando in massoneria" è una delle battute più belle di sempre. 

In pratica, il percorso di discesa di Checco Zalone verso una qualità standard da “comico di Zelig convertitosi al cinema” è lo stesso che gli ha permesso di sfondare definitivamente e conquistare un bacino di pubblico talmente gigantesco da oscurare pesantemente i cine-panettoni da più di cinque anni a questa parte.
Checco Zalone è il nuovo re della commedia popolare italiana, e questo è un dramma. O almeno, lo è per chi si rende conto di cosa sia davvero la commedia popolare italiana negli ultimi anni.

Precisiamo: non c’è assolutamente niente di male nella becera evasione e nel puro intrattenimento. Chi scrive è un fan di entrambe le categorie, e le mie filippiche contro i comici di Zelig non devono oscurare il fatto che le videocassette dei vecchi film di Aldo, Giovanni e Giacomo sono tra le più consumate della mia collezione.
Sapete invece cosa non amo affatto?
Sentirmi ripetere che “Checco Zalone mette in scena l’Italia di oggi”; che “Checco Zalone è il nuovo Fantozzi”.
Per quanto possa sembrare snobismo o elitarismo sdegnoso delle masse, la verità è che l’Italia è cambiata, e il suo cervello critico non potrebbe trovare un nuovo Fantozzi nemmeno se ci si impegnasse.

E sia ben chiaro, Checco Zalone non ci prova neanche: si limita a provare a far ridere in maniera consistente nell’arco di 90 minuti di film, e in quest’operazione è uno dei migliori.
Grazie anche all’intuito del produttore Pietro Valsecchi e di TaoDue, il “Prodotto Checco Zalone” è in questo momento quello che intercetta in maniera migliore i gusti e la sensibilità del pubblico medio, come quindici anni fa (quindici! Non trenta: sto parlando proprio di Natale sul Nilo & Co., non di Vacanze di Natale del 1983) facevano Boldi e De Sica.

Guardando Checco Zalone, io vedo un talento comico indubbiamente sopra la media rispetto al panorama italiano.
Vedo un team creativo che ha prodotto commedie perlopiù innocue e perfino un po’ paraculo, dove temi come razzismo, omofobia e crisi economica vengono messi sullo sfondo per ammantare l’operazione di “satira” e “commento sociale”.
Intravedo anche qualcosa di potenzialmente più complesso e interessante all’orizzonte: una voglia di dire due o tre cose sull’Italia e gli italiani che però si appiattisce miseramente, in una deludente ricerca del lieto fine concepito per rassicurare il pubblico.
Vedo una commedia di pancia orgogliosamente scorretta, la “specialità” dei più grandi autori comici italiani di sempre, che si sforza ogni tanto di strizzare l’occhio a un pubblico più smaliziato ma finisce con l’avere paura e rintanarsi nel perbenismo. E forse è vero che Checco Zalone non è e non sarai mai Fantozzi, ma il vero problema è dare forfait prima di provarci.

Davide Mela

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