La storia di Albert Woodfox, scarcerato dopo 43 anni in isolamento

La storia di Albert Woodfox, scarcerato dopo 43 anni in isolamento

Il signore nella foto si chiama Albert Woodfox. Sabato scorso, all’età di 69 anni, è stato liberato dalla cella di isolamento in cui era detenuto da 43 anni e 10 mesi. Un record.

Condannato per rapina a mano armata, nel 1972 era stato incarcerato in una delle più grandi prigioni della Louisiana: Angola. Il nome del penitenziario non è casuale. Questa Alcatraz del sud, prima di diventare il più grosso carcere di sicurezza degli Stati Uniti d’America, era una piantagione di cotone dove gli schiavi provenienti dall’Africa lavoravano in catene fino alla morte per sfinimento.

Il passaggio da piantagione a prigione fu quasi una formalità: la situazione dei disgraziati che finivano ad Angola restava infame. Nel 1951 trentuno detenuti si tagliarono i tendini di Achille in segno di protesta per le condizioni di detenzione disumane.
Negli anni ’70 la situazione non era molto cambiata. I detenuti continuavano a raccogliere cotone e zucchero nelle piantagioni, in condizioni disumane. Alcuni di loro, affiliati al movimento antirazzista delle Pantere Nere per l’Autodifesa, cercarono di ribellarsi.
Tra loro Albert Woodfox.

Nel 1972, ad Angola, una guardia penitenziaria bianca venne uccisa. Sulla base delle sole testimonianze degli altri detenuti, Albert e altri due membri attivi delle Pantere Nere furono incriminati per l’omicidio, nonostante si fossero dichiarati innocenti e nonostante l’apparato probatorio fosse lacunoso e contraddittorio.
L’appartenenza al gruppo politico apparve sufficiente a giustificare un processo spedito dall'esito scontato: condanna all’isolamento.

Woodfox si è sempre dichiarato innocente. È stato processato due volte per omicidio volontario, e in entrambi i casi il processo è stato dichiarato illegale, per difetto di rappresentanza legale dell’imputato, violazione dei suoi diritti di difesa e discriminazione razziale durante l’iter della procedura. 
Lo Stato della Louisiana, tuttavia, non ha mai cambiato idea sulla necessità di procedere penalmente nei confronti di Albert, che era pronto ad affrontare, in questi giorni, il terzo processo per il medesimo fatto, questa volta con l’accusa di omicidio colposo, da lui respinta.

È entrato in isolamento a 26 anni. La mia età.
È stato detenuto per 43 anni e dieci mesi in cella di isolamento. Si è sempre proclamato innocente. 
43 anni in una cella di due metri per tre.
Un'ora d'aria al giorno: in manette. Nella civile Louisiana, USA.

Anche Amnesty International si era mobilitata contro le condizioni di detenzione di Woodfox. L'ONU, nel 2011, ha pubblicato una serie di evidenze scientifiche che dimostrano come la detenzione in isolamento  sia devastante per l'individuo, suggerendo agli Stati di non farvi più ricorso se non in condizioni di "estrema necessità".
Gli USA, evidentemente, hanno ritenuto necessario continuare a detenere in isolamento un prigioniero che FORSE ha ucciso un poliziotto nel 1972 e che, dall'età di 26 anni, non ha più contatti con il mondo. La pericolosità del soggetto mi sfugge. Eppure, ogni sei mesi, un giudice penitenziario ha rinnovato il provvedimento con cui è stato disposto l’isolamento.

Ancora nel 2008, durante il secondo processo, il direttore di Angola, Burl Cain, rese una sconcertante dichiarazione, che consente di comprendere il significato politico di questo caso. Il procuratore generale gli chiese se, supponendo che Woodfox non avesse ucciso la guardia penitenziaria, ritenesse giusta la sua detenzione in cella di isolamento. Cain rispose: “Non so se stia ancora praticando l’ideologia delle Pantere nere, e non lo vorrei in giro nella mia prigione perché potrebbe riorganizzare i nuovi giovani detenuti. Potrei avere qualsiasi genere di problemi, più di quelli che sarei in grado di affrontare, e potrei avere altri neri che seguono il loro esempio”.

Sarebbe bello pensare a un caso isolato.
Non è così.

Diversi tentativi di rendere Angola un luogo più pacifico e meno conflittuale sono stati portati avanti negli anni dall’amministrazione del carcere. La realizzazione di un giornale dei detenuti, una radio e altre iniziative culturali mirano al recupero dei detenuti, spesso attraverso la divulgazione del messaggio cristiano, un tema molto caro al direttore del penitenziario, Burl Cain.

Tuttavia parecchi aspetti dell'organizzazione interna di Angola appaiono ancora molto contraddittori (vedi quiqui, qui e qui), a partire dal braccio della morte, in cui i detenuti in attesa dell’esecuzione della condanna a morte sono costretti a vivere 23 ore al giorno in celle prive di aria condizionata, con punte di 42 gradi durante i mesi estivi. 

I detenuti possono giocare a scacchi tra loro, ma senza guardarsi negli occhi.

Il 20 febbraio, Woodfox è stato liberato sulla base di un plea deal, un patteggiamento di natura contrattuale. Lo Stato della Louisiana si impegna a non processare per una terza volta Woodfox: pur avendo formulato un’accusa per omicidio colposo, la pubblica accusa si impegna a non utilizzarla. Nella sostanza, ad archiviarla. Parallelamente Woodfox dichiara di non avere contestazioni circa la legittimità dell’accusa. È una formula che consente a Woodfox di continuare a sostenere la sua innocenza.

Albert, infatti, non è disponibile ad ammettere di aver commesso un crimine che non ha commesso. E non avrebbe accettato patteggiamenti che implicassero un’ammissione di colpa. A costo di restare confinato nei suoi due metri per tre.

Mi ha impressionata l’immagine. 
Albert che stringe il pugno.
Sorride.
Ha vinto.

È riuscito a non impazzire, ha resistito, non si è piegato ai suoi aguzzini ed è ancora fiero di essere stato una Pantera Nera, fiero di aver lottato per i suoi diritti e per quelli degli altri. In quel pugno chiuso, io vedo un uomo che ha commesso degli errori ma ha saputo andare avanti e lottare. Un uomo che non ha mai smesso di avere fiducia nella giustizia: si è sottoposto a tre distinti processi penali per il medesimo fatto. Un uomo che non ha mai smesso di avere fiducia nella verità: 43 anni dopo, continua a sostenere la stessa, identica versione dei fatti. Sa di essere stato incarcerato in isolamento per la propria appartenenza politica a un gruppo politicamente aggressivo.
Nella prima intervista da uomo libero, lo ha ripetuto. Senza esitazioni. 

In queste foto, c’è un uomo che è riuscito a restare vivo.
Non è impazzito.

Nonostante i 43 anni in cella di isolamento, lui è riuscito a sopravvivere. È riuscito a resistere agli attacchi di panico, al silenzio, alla solitudine, alla claustrofobia. Se lo era giurato entrando in cella.
È rimasto incollato alla televisione. Le news e l’informazione lo hanno tenuto in contatto con il mondo. Ed è sopravvissuto.
Gli hanno chiesto quali siano i suoi piani per il futuro. “Credo di poter tornare a far parte della mia famiglia e a essere socialmente attivo”.

Quest’uomo, con un gesto soltanto, mi fa vergognare di tutte le volte in cui, per pigrizia o per paura, non ho il coraggio di combattere per ciò in cui credo. Io credo che dovremmo tutti guardare una foto di quest’uomo. Pensare che potremmo commettere degli sbagli, nella vita. Finire nei giri sbagliati, magari in un momento di debolezza.
A noi, per ora, non è successo. 
A lui sì.

La nostra società può scegliere di trattare chi ha commesso un errore in molti modi. Dovrebbe però esserci un faro, a guidare ogni scelta, ogni provvedimento, ogni regolamento penitenziario. Ogni azione di ciascuna guardia. 

Un metro di misura, che è poi ciò che ci rende diversi dalle bestie: la nostra umanità.

Irene Moccia

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