La schizofrenia sociale del giovane creativo: mossette freak, ambizioni da yuppie postmoderno

La schizofrenia sociale del giovane creativo: mossette freak, ambizioni da yuppie postmoderno

Tra la porta di ingresso e il tavolo del buffet si crea un capannello. Quattro persone, tutti ragazzi. Si parla di lavoro: la gara è a chi si fa pagare di più all’ora.
«Non meno di 50 euro l’ora per fare siti internet».
«Solo? Se vuoi la mia grafica non meno di 70, o preferisco non prendere il lavoro».
«Sono i prezzi che chiedevo tre anni fa, quando la crisi mordeva di più».
«Se il lavoro o il cliente non mi piace, non lo prendo per il doppio di quella cifra».

Il primo che aveva parlato si sente sminuito e cambia discorso. Colgo solo parte del brillante calembour: «…”orrore di rete” invece che “errore di rete"...». La temperatura si abbassa per la freddura; gli altri ridono a denti stretti, con aria di superiorità.
Un altro gruppetto, misto di donne e di uomini, si forma di fronte al buffet. Brandelli di conversazione:

«Mancano opzioni vegane per quanto riguarda la pizza»;
«Peccato che non abbiano preferito piatti riciclabili»;
«Con Vine puoi fare storytelling per la tua azienda, se lo sai usare»;
«Torino è bella, ma è a Milano che capitano le cose che contano. Non che da noi non succedano, ma bisogna saperle andare a cercare nei giri giusti, talvolta negli appartamenti giusti».

Queste righe facevano parte di un più ampio brano più che volli scrivere, alcune settimane fa, dopo aver partecipato a una festa alla quale non mi ero divertito.
Non lo pubblicai perché valeva poco.
Iniziava con le parole “Ieri sera sono stato a una festa hipster”. Termine obsoleto ed errato, ebbi a scoprire più tardi.

Di recente ho sentito l’impulso di andare a cercare e di rileggere quello scritto. Perché negli ultimi due, tre mesi, ho notato diversi status, post di blog e articoli di newsletter del medesimo tenore: un (giovane) professionista che svolge in proprio un lavoro creativo riflette su (leggi: si preoccupa di far sapere) quanto sia selettivo, caro e realizzato nella sua professionalità.
Cioè quanto essa valga.
Il che va benissimo: è un modo di promuoversi lecito ed efficace.

È solo che una volta coloro che desideravano fare impresa con successo non si vergognavano per questo. Le loro cravatte slim svolazzavano con orgoglio al vento della City.
Le loro ventiquattrore in vera pelle non temevano di essere accusate, in piazza San Babila, di non essere “abbastanza green”.
Invece i giovani rampanti dell’ultima generazione devono fare i conti con un nuovo Über-Ich politicamente corretto sorto da chissà quali baratri della loro psiche e nemico giurato del loro ego liberista. Nuovi crucci progressisti, come demoni danteschi, sferzano le coscienze di questi tapini.
Per fare ammenda dei loro peccati di imprenditori (il successo è sterco del demonio), con la compunzione e la bigotteria di un prelato controriformista, ipercompensano sui social e ai party: “spezzando pubblicamente una lancia per un interessante progetto di ecosostenibilità” (ché parlare di “ecologia” non è cool); lamentando “quanta strada ci sia ancora da fare” dopo l’uscita sessista di qualche personaggio pubblico; accusando qualcuno di non essere abbastanza gay-friendly.

Per piacersi, per accettarsi, devono potersi percepire, e farsi percepire, come progressisti.
Tutto in pubblico.
Tutto perché qualcuno veda.
Tutto affinché qualcuno approvi.
Perché alla fine, da quarant’anni a questa parte, è l’immagine l’unica cosa che conta.
Progressisti lo saranno poi davvero? Senz’altro fanno di tutto per sembrarlo.

Pietro Scullino

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