La realtà quotidiana di Foodora secondo i "rider ribelli"

Le dichiarazioni che seguono sono state trascritte da un nostro giornalista presente in occasione della III Commissione (Lavoro e Commercio) presso il Comune di Torino nella giornata di lunedì. Salvo minime modifiche di forma, effettuate per questioni di chiarezza e leggibilità del testo, le parole che seguono rispecchiano fedelmente quanto dichiarato a verbale dai ragazzi. Abbiamo preferito omettere i nomi e i cognomi dei ragazzi che hanno preso la parola in Commissione. Abbiamo chiesto a Foodora se intendesse replicare: l'azienda preferisce, per ora, nulla aggiungere a quanto espresso, nei giorni scorsi, tramite la pubblicazione del comunicato che a nostra volta citiamo in calce al pezzo.

Intervento 1

Lavoro con Foodora da gennaio 2016. Condivido con le altre persone qui presenti l’esigenza di dimostrare all’azienda degli aspetti critici del contratto. La nostra protesta ha preso un percorso che si è strutturato molto lentamente. Ci siamo messi in contatto noi colleghi e siamo stati d’accordo su diversi punti, per esempio che la paga consente al massimo di aggiustare i danni che l’uso costante della bici causa alla bici stessa. L’ambiente urbano non è pensato per essere un ambiente ciclistico. Il nostro impegno nei confronti dell’azienda, tra straordinari e lavoro extra, è sempre cresciuto. Abbiamo dapprima firmato una lettera poi inviata all’azienda (firmata da 90 collaboratori su 120) e poi chiesto un incontro informale, senza risultati. I nuovi contrattuati non hanno più una paga oraria ma una paga a consegna. Con una lettera firmata da un sindacato abbiamo chiesto un incontro più formale. Nessuna risposta da parte di Foodora. Allora abbiamo scelto la via della protesta. Con il contratto vecchio prendiamo 5 euro e 4 centesimi l’ora e 2,70 euro netti a consegna sono la paga prevista dal contratto nuovo. Il tempo di una consegna media è 29 minuti, quindi se ne fanno due ogni ora. Il problema è che i due ordini in un’ora non sono garantiti. Si può stare fermi anche due ore senza effettuare consegne e può accadere che il ristorante ritardi, con conseguente perdita di tempo. I turni sono di due / tre ore, e se lavori in una fascia oraria con poche richieste rischi di stare fermo tra una consegna e l’altra. Questo pesa sui lavoratori e non sull’azienda, contro ogni principio di assunzione del rischio aziendale. Siamo a metà tra il contratto del commercio e il contratto della logistica. Il “lavoro in bici” andrebbe in qualche modo inquadrato, è un settore in espansione. L’azienda sta continuando ad assumere e a fare colloqui. Lavoriamo con due applicazioni: una è un’interfaccia tra clienti, ristoranti e rider e l’altra è la piattaforma tramite la quale diamo le nostre disponibilità. Quando l’azienda vuole “licenziarti” non ha che da cancellare il tuo account. Il sito da qualche tempo ha l’opzione “lascia la mancia”. Ma noi non abbiamo la possibilità di sapere se il cliente, poi, effettivamente “lascia la mancia”. A fine settembre abbiamo visto che sul cedolino c’erano soldi in più ma non possiamo sapere se ci sono stati pagati tutti i soldi delle mance. La mancia è una gentilezza che ci fa il cliente. Vorremmo, banalmente, avere la possibilità di ringraziare chi ci lascia una mancia. Poi, messa così, non ha senso: la mancia dovrebbe essere un ringraziamento per un servizio fatto bene. Quale significato nel darla prima della consegna e non a consegna avvenuta? Da remoto, se volessero, teoricamente dall’azienda potrebbero entrare nel nostro telefono e leggere, per esempio, le nostre conversazioni. Non abbiamo scelta se accettare o meno: senza applicazione non si lavora. I turni sono confermati di solito due o tre giorni prima, ma talvolta anche il giorno stesso. Se ho un imprevisto spetta a me trovare un sostituto e il cambio deve essere approvato dal responsabile. Quindi la flessibilità è solo da parte nostra. In questo modo è difficile fare in contemporanea altri lavori. A Milano, altra città in cui Foodora è attiva, guardano con simpatia alla nostra potenza. Lavoriamo in condizioni difficili. Il rischio non è solo cadere e farsi male, ma anche per esempio, lavorando un giorno o una sera sotto la pioggia, di ammalarsi e perdere il giorno di lavoro successivo, senza prendere un centesimo. Ai nuovi assunti l’azienda dice, durante il primo colloquio, che la nostra azione si ripercuote sul numero di ordini ricevuti a causa cattiva pubblicità e del danno di immagine subito dall’azienda e che quindi a essere penalizzati sono loro per primi.

 

Intervento 2

Anche io aderisco alla protesta dei rider. L’azienda ci ha sempre invitato a incontri informali, quindi senza la presenza di esperti di diritto di lavoro. Il cottimo ci crea dei problemi. Se il numero di rider è eccessivo per una certa fascia oraria stiamo fermi, a casa. Ora i “punti di partenza” [luoghi di raccolta dei rider, n.d.r.] sono stati rimossi per impedire di coinvolgere altri. Ora quindi l’azienda non ha più interesse a ottimizzare il numero di rider rispetto al numero delle consegne. Così noi spesso giriamo a vuoto, senza paga e facendo pubblicità gratis [dal momento che box e abbigliamento sono brandizzati Foodora, n.d.r.]. Abbiamo tempi imposti per le consegne, calcolati dalla app. Siamo in mobilitazione dall’8 ottobre e finora non abbiamo ricevuto nessuna risposta dall’azienda.

 

Intervento 3

Lavoro in Foodora da gennaio. Il contrario è un co.co.co che si presta a prestazioni più o meno occasionali. In realtà molti aspetti del nostro lavoro sono da lavoro subordinato, non coordinato (vedi divisa, mancanza di professionalità particolare da parte nostra, nessuna libertà di scegliere come svolgere la nostra mansione, …). L’azienda ci fa un superficiale corso formativo e ci dota di una app. Quando il cliente ordina tramite app o sul sito l’ordine arriva nel sistema informatico che smista l’ordine al ristorante che il cliente ha scelto e al rider giudicato più idoneo per quell’ordine (il sistema calcola la tua velocità media, tempi di reazione e altri parametri). Siamo sempre monitorati. Questi dati servono per creare delle classifiche, alle quale noi però non abbiamo accesso. Gli ordini con distanze più lunghe sono assegnati ai rider più veloci. Il controllo a distanza del lavoratore è un fattore tipico della subordinazione ed è rigidamente regolamentata. Queste norme sono infrante. Noi lavoriamo con il nostro cellulare privato e la app che dobbiamo utilizzare ci chiede accesso a tutti i dati del dispositivo. In questi casi la legge impone dei cellulari aziendali. Ma noi siamo collaboratori autonomi, non dipendenti! Anche le bici sono nostre. Fino a poco tempo fa la manutenzione era a carico nostro, ora hanno una convenzione con officine per pagare l 50% delle spese. È stata la prima apertura in assoluto da parte dell’azienda. Nel vecchio contratto si veniva pagati al raggiungimento delle 20 ore mensili. Oggi il limite è rappresentato dalle 50 consegne mensili. Capitolo punizioni: nel contratto c’è scritto che non siamo sottoposti a vincoli gerarchici e siamo esenti da sanzioni disciplinari. Invece siamo sottoposti a gerarchia e sanzioni (che nei lavori subordinati sono o dovrebbero essere ben definite da regole e leggi). Invece noi siamo collaboratori e quindi le sanzioni sono pesanti. Noi dobbiamo dare le disponibilità settimana per settimana. L’azienda accetta o meno. Chi è, secondo l’azienda, passibile di punizioni, viene espulso. Una volta avevamo una chat aziendale alla quale partecipavano collaboratori e capi. Ogni volta che qualcuno sollevava questioni “sensibili” scattava il ban punitivo e la sospensione dai turni anche per alcune settimane, “come esempio per gli altri” ci è stato detto. Poi la chat è stata chiusa ufficialmente in quanto “foriera di polemiche”. Le nostre bici, a fronte di una paga bassa di massimo 300 euro al mese, si guastano o rompono spesso. Ora le punizioni si sono aggravate: noi “capi della rivolta” siamo stati sospesi per tre settimane. Formalmente possono farlo, da contratto Foodora può “scegliere se dare un turno oppure no”. Un’azienda come Foodora può sfruttare il rapporto di forza schiacciante nei nostri confronti.

 

Intervento 4

A un certo punto l’azienda ha tolto il dirigente di Torino. Sono rimasti solo due ragazzi a gestire turni e pagamenti. L’addetto ai pagamenti ha preso di sua iniziativa la decisione di sospendere [cita il cognome di un collega], che oltre a fare il rider lavorava anche in ufficio. La sua colpa? Aggiungeva nella chat i nuovi e dava loro una mano nella prima settimana di lavoro. “Perché l’avete sospeso?”, abbiamo chiesto. Ci è stato detto che era una punizione per aver fomentato i fuochi della rivolta. Poi c’è stato un “Infiltrato” nei nostri gruppi chat privati e spesso screenshot delle nostre chat private ci venivano mostrati negli incontri e nelle riunioni. Alcuni hanno perso il lavoro soltanto per il loro appoggio esterno e non attivo alla protesta. Abbiamo un’assicurazione base Inail che ci copre i due terzi della spesa ospedaliera ma non i danni subiti personalmente. Ci sono stati ragazzi che hanno avuto incidenti e sono stati fermi sei mesi. L’azienda ci chiede una cauzione di cinquanta euro per gli oggetti dati in dotazione. Ma io da sette mesi aspetto di ricevere il caschetto. Devo usare il mio. Alcuni ci accusano di “affossare un’azienda che dà lavoro ai giovani per la vostra avidità”. Noi chiediamo soltanto una paga dignitosa. Se questa azienda e le altre di questo tipo vanno avanti lo fanno solo per il fatto che qualcuno fa il servizio, e lo fa in modo veloce. A essere premiati sono coloro che fanno la spia e coloro che hanno accettato incontri face-to-face. L’azienda dice che siamo una minoranza [intende “i ribelli”, n.d.r]: non lo eravamo ma lo stiamo diventando perché l’azienda sta continuando ad assumere nuove persone.

 

Intervento 5 [a integrazione di quanto affermato dal collega in merito all’assicurazione]

In parte siamo coperti dall’Inail e in parte da un’assicurazione privata di Foodora. Non percepiamo nulla per i giorni durante i quali stiamo fermi causa infortunio.

 

Di seguito, pubblichiamo il comunicato stampa di Foodora.

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