La lunga (e inutile) polemica tra ipermercati e negozi di alimentari

La lunga (e inutile) polemica tra ipermercati e negozi di alimentari

"Quando fai acquisti in un piccolo negozio, non stai aiutando un manager a comprare la terza casa al mare. Stai aiutando una bambina a frequentare lezioni di danza, un bambino ad allenarsi a basket, una mamma e un papà a mettere del cibo sul loro tavolo"
(testo nella foto di copertina)

La viralità raggiunta dalla foto qui sopra stride con l’affetto mostrato per la dipartita del patron di Esselunga, Caprotti, ed è il segno evidente che la querelle tra piccola e grande distribuzione, tra ipermercato e negozietto sotto casa, non sia basata su dati e numeri, ma abbia molto a che fare con la nostalgia per un passato che non c'è più.

Partiamo quindi da alcune cifre. Secondo una ricerca della CGIA di Mestre (riassunta qui da Adnkronos), per ogni persona assunta dalla GDO, vengono persi 6 posti di lavoro nel piccolo commercio.
Un dato di questo tipo si può però leggere in maniera ribaltata: a parità di servizio servono sei persone nel piccolo commercio e solo una nella grande distribuzione. Capite che a livello di efficienza sono due realtà imparagonabili.

Possiamo dunque trarre una prima conclusione: negozi di alimentari e grande distribuzione sono due mondi paralleli che non si incontreranno mai. Possono sembrare simili, ma considerarli concorrenti diretti è un errore, e sono i titolari dei piccoli negozi a commetterlo per primi. 
Quanti alimentari del vostro quartiere, negli ultimi 20 anni, si sono rinnovati nella tipologia di prodotti o servizi offerti? Probabilmente pochissimi.
Quale attività commerciale può permettersi di rispondere così pigramente ai cambiamenti? Nessuna.

Secondo corollario: la grande distribuzione è spesso un cannibale senza troppi scrupoli, ma davanti a sè ha trovato una preda convinta di vivere in un mondo fossilizzato. Chi invece ha saputo reinventarsi (vendendo prodotti bio, consegnando a domicilio o creando gruppi di acquisto, ad esempio) fatica come tutte le attività commerciali in questo periodo, certo, ma sopravvive.

Altri dati interessanti sono stati snocciolati da Luigi Zingales in questo articolo, in cui viene citato il caso dello sbarco di Wal Mart (leader americano della grande distribuzione) nel mercato messicano:
“Wal Mart è il nemico numero uno per i piccoli negozianti americani, immaginatevi per quelli messicani […]. Eppure l’apertura del mercato messicano a Wal Mart ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane del 7.5%, più di quanto abbia fatto la crescita economica in Italia negli ultimi 20 anni. Come è possibile?  […] L’efficienza nella distribuzione e le economie di scala permettono a Wal Mart di ridurre i costi e quindi di vendere al 15% meno del prezzo prevalente prima che apparisse sul mercato. Dopo l’entrata di Wal Mart, i concorrenti locali sono stati costretti a ridurre i propri prezzi del 2-3%. Ma anche dopo questo aggiustamento, Wal Mart ha dei prezzi inferiori del 12%. 
Ci perdono i lavoratori? La risposta è no. Non c’è evidenza che nelle aree dove entra Wal Mart i salari dei lavoratori diminuiscano. Gli unici a perderci sono i negozianti preesistenti, che vedono i propri profitti ridursi, in alcuni casi al punto tale da costringerli ad uscire dal mercato.[…] La riduzione dei prezzi al consumo dei prodotti alimentari ha aumentato il reddito reale delle famiglie messicane”.
Senza andare fino in Messico, risulta abbastanza evidente a tutti che fare la spesa in un negozio di alimentari risulta ben più caro che farla in un ipermercato.

La terza e ultima riflessione riguarda la crociata contro i centri commerciali aperti la domenica, che ha recentemente coinvolto anche Gianni Morandi (qui), insultato su Facebook per essere andato al supermercato nell'unico giorno festivo della settimana.
Il fulcro della questione non è tanto il giorno in cui si lavora - sono infatti numerose le categorie professionali attive la domenica (pasticceri, edicolanti, dottori, ferrovieri, forze dell’ordine, ecc.) - ma la qualità del lavoro, come dimostrano le statistiche sulle morti bianche in Italia o il servizio sullo stabilimento Amazon di Piacenza realizzato da La7.
Finché non lo comprenderemo, continueremo a illuderci di proteggere gli interessi dei lavoratori.

Ma noi cosa possiamo fare in tutto ciò? Abbiamo il dovere di essere consumatori informati e di far valere questa nostra posizione. Dobbiamo far percepire ai gestori di piccoli negozi di quartiere che compriamo da loro non per compassione o per anticonformismo, ma perché da loro troviamo e pretendiamo una tipologia di servizio che nella GDO non esiste.

Iniziamo ad apprezzare e valorizzare gli esercenti che hanno saputo rinnovarsi in tempo di crisi, chi riesce a vendere prodotti locali o di qualità superiore che negli ipermercati non si trovano. Chi non si limita a fare il mero negoziante, ma è un vero e proprio consulente culinario in grado di consigliarci in pochi minuti una ricetta con gli ingredienti direttamente reperibili sui suoi scaffali. Chi ha innovato il servizio offerto, rendendo possibile l’ordine attraverso smartphone e la consegna a domicilio o in ufficio.

Apriamo noi stessi, come consumatori, la strada a negozi di alimentari che si distacchino concettualmente dalla GDO. Solo così, forse, questi potranno sopravvivere nella giungla degli ipermercati.

ZetaBlue
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