La fantascienza al cinema: un piacere per il cervello o un bisogno fisiologico?

La fantascienza al cinema: un piacere per il cervello o un bisogno fisiologico?

Recentemente ho visto quattro film di fantascienza che meritano tutti, per motivi diversi, di essere commentati e approfonditi. Due sono ancora al cinema, e si chiamano “Mad Max: Fury Road” e “Jurassic World”. A diversi livelli, sono entrambi “bisogni fisiologici”.
Il terzo film esce in Italia il 1 luglio e si chiama “Predestination”: fantascienza low-budget australiana, è un vero e proprio piacere per il cervello. Infine, il quarto film è disponibile in VOD dall’estero e uscirà nelle sale italiane il 30 luglio, quando pressoché nessuno lo andrà a vedere: si chiama “Ex Machina” ed è fantascienza speculativa intelligente e seria. 

Scritto e diretto da Alex Garland, “Ex Machina” è la storia di un programmatore informatico che viene invitato dal miliardario creatore di una specie di Google a sottoporre la sua intelligenza artificiale, un’androide-femmina di nome Eva, al test di Turing.
Consiste in un’ora e 30 minuti di dialoghi fittissimi sul senso della vita e domande su cosa significhi essere umani.
La componente “macchina” del film è interpretata, con un misto di effetti pratici e digitali, dall’attrice Alicia Vikander, altrimenti conosciuta come la donna che potrebbe insidiare Natalie Portman per la posizione “mia futura moglie”.
La sua Ava si comporta come un essere umano, agisce e reagisce come tale, esibisce senso dell’umorismo e empatia a livelli profondi. Ma è chiaramente artificiale: da questo conflitto emerge il vero tema del film, che si articola attorno alla domanda “Cosa ci rende umani?”. 

Con “Ex Machina”, Alex Garland consegna al cinema una variazione affascinante e profonda sul tema “intelligenza artificiale”, ed esplora territori intellettuali complessi in maniera semplice e diretta. Si prende dei rischi tanto nell’approfondimento dei personaggi artificiali quanto in quello degli umani.
“Ex Machina” è fantascienza di atmosfera e con un eccezionale valore produttivo, ma soprattutto è un film di cui mi sono rapidamente innamorato. 

“Predestination”, un po’ come “Ex Machina”, è un film di fantascienza che nasce, cresce e si sviluppa con due persone che parlano dentro una stanza
Come e più di “Ex Machina”, è scritto divinamente ed è un prodotto di genere concepito da un’intelligenza maledettamente sopra la media. Parla di viaggi nel tempo e paradossi spazio-temporali, ma la cosa più sorprendente di “Predestination” è l’immenso cuore dei suoi personaggi - oltre che una struttura narrativa di scatole cinesi che solo una sceneggiatura fantastica può riprodurre.
Il film è un’ora e 30 minuti di fantascienza di classe, intrattenimento e nutrimento intellettuale. “Predestination” è esattamente come “Ex Machina”: un piacere per il cervello, che in definitiva è quello che la fantascienza dovrebbe sempre essere. 

O forse no? Ad esempio, “Mad Max: Fury Road” è uscito già da un mesetto nelle sale. Il sottoscritto lo ha visto due volte, si è divertito come raramente gli è mai successo in una sala cinematografica.
Questo Mad Max è il quarto capitolo di una saga di fantascienza post-apocalittica, dove nei primi 3 film Mel Gibson girava per l’Outback australiano a bordo di un’automobile potenziata, risolveva problemi, salvava comunità di sopravvissuti e scappava dai cannibali.
Nel quarto capitolo, Tom Hardy interpreta lo stesso personaggio a forza di grugniti e con 4-5 linee di dialogo in totale: il film è un eccezionale ritorno per l’autore George Miller, e si compone di una gigantesca sequenza madre di inseguimento automobilistico che praticamente non si interrompe mai per tutto il film. 

È quasi superfluo parlare della grandezza di “Mad Max: Fury Road”: è già uscito al cinema da un po’ di tempo e sicuramente ne avete già letto lodi sperticate. Mi limito ad aggiungere la mia al mucchio, e a confessare in tutta tranquillità che probabilmente Mad Max è il mio film preferito del 2015, fino a questo momento. 
Ma possiamo davvero dire che Mad Max sia un piacere per il cervello?
Sicuramente è fantascienza scritta e messa in scena ad un livello più lineare e rivolto all’intrattenimento, ma non per questo si tratta di un’opera meno ambiziosa.
Semplicemente, il film non vuole muovere le stesse corde cerebrali ed emotive rispetto agli androidi e ai paradossi temporali degli altri suoi “colleghi di genere”. 

Esiste fantascienza che è un piacere per il cervello, che ci nutre con argomenti, considerazioni, riflessioni, spunti, poetica e messaggi del tutto originali e lontani dalla quotidiana monotonia del cinema contemporaneo. Esistono ancora, nel 2015, punti di vista originali sul tema “intelligenza artificiale” e “viaggi nel tempo”. 

Poi esiste Mad Max. Che è cinema testicolare e futurista: “futurista” perché osa, scommette, stravolge canoni e rivoluziona il moderno film d’azione. “Testicolare”, nel senso che ha due palle così. 
Non è che Mad Max ci vuole educare: semplicemente, esiste per il motivo principale per il quale l’invenzione della “fotografia in movimento” è stata partorita più di un secolo fa. Meravigliarci. Farci restare a bocca aperta mentre vediamo grossi camion lanciati in velocità nel deserto, con squadre di stuntmen prelevati dal Cirque Du Soleil arrampicarsi sui trampoli e saltare di tetto in tetto. 
Mad Max non è un piacere per il cervello, ma piuttosto un bisogno fisiologico.
Non mi è solo piaciuto: ne ho sentito la necessità.

Infine, vorrei dedicare due righe al quarto film di fantascienza che ho visto questo mese: il “Jurassic World” di Colin Trevorrow, recente campione di incassi internazionale e capace di superare il record di più grande successo nel primo weekend di distribuzione nelle sale. 
Come per “Mad Max”, non mi sento tanto di definire il film come piacere per il cervello; allo stesso tempo, non so dirvi se si tratta dello stesso tipo di bisogno fisiologico. 

“Jurassic World” non è esattamente un bicchiere di acqua fresca; non c’è dubbio che mi sia divertito a guardarlo, e che si tratta di un giocattolo ben confezionato dove ci sono mostri giganti che si picchiano. Il terzo atto è altamente spettacolare e c’è un intrinseco senso di magia nel riportare i dinosauri sulla scena.
Il “dinosauro cattivo” è un antagonista spaventoso al punto giusto ed è bellissimo rivivere l’infanzia con le note del tema di John Williams che sprigiona ogni molecola della sua potenza. 

Però, ecco. Jurassic World è un bisogno fisiologico, ma più nel senso che... (tenetevi forte, andiamo nel triviale/freudiano)... che ogni tanto bisogna andare in bagno. Non è che non ti faccia piacere farla. Solo che un po’ ti vergogni ad ammetterlo. 
Ok, l'ho quasi letteralmente fatta fuori dal vaso, adesso la spiego.
Nel 2015, George Miller ha riportato al cinema il senso di meraviglia con il suo Mad Max.
Nel 1993, Steven Spielberg aveva catturato l’idea platonica di senso di meraviglia in pellicola grazie a Jurassic Park. Non posso esattamente dire che il quarto capitolo della saga abbia lontanamente raggiunto simili traguardi. 

“Jurassic World” è fantascienza stupida e ignorante, ma non si vergogna ad ammettere di esserlo. Decide che il suo obiettivo è far divertire la gente con un T-Rex e un Mosasauro che lavorano in tandem per abbattere un dinosauro OGM, e riesce pienamente nel suo intento.

Non c’è nulla di sbagliato nel puntare consapevolmente in basso, se sei onesto e non avanzi mai pretese diverse. Sei tranquillo e meriti il tuo posto nel mondo della fantascienza: alla voce “bisogni fisiologici”.
Non c'è niente di male, perchè probabilmente il mondo ha bisogno anche di questo.
Ovviamente dispiace pensare che l'iconografia dei dinosauri viene trattata per quello che è (mostri giganti che si picchiano) e non come quello che potrebbe essere e che è stata (la personificazione del concetto di uomo che gioca a fare Dio). 

Nella fantascienza c'è spazio per tutto: banchetti per il cervello e per gli occhi, film che fanno staccare la spina mentale e altri che la accendono e la stimolano.
Il mio consiglio personale è di trovare spazio, tra il 1° e il 30 luglio, per due piccoli gioelli del genere come "Ex Machina" e "Predestination", che la programmazione italiana non sta certo aiutando a valorizzare.  

Davide Mela
@twitTagli

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