La dottrina Obama: ecco perché gli Usa non interverranno contro l'Isis

La dottrina Obama: ecco perché gli Usa non interverranno contro l'Isis

Esiste una “dottrina Obama”, una serie di principi ispiratori che guidano l’azione del presidente in politica estera? Il quesito è stato posto qualche settimana fa dal giornalista del New York Times Thomas Friedman allo stesso Obama: di primo acchito, la risposta (prima la diplomazia, poi, in extrema ratio, la guerra) è sembrata eccessivamente succinta e, per di più, conforme a una logica tanto elementare da far dubitare che si potesse addirittura scomodare il concetto altisonante di “dottrina” per definirla.

Sia chiaro, la dottrina Obama, per quanto possa considerarsi corredata di un banalissimo e comunissimo buon senso, anche a una lettura superficiale appare comunque più progredita della dialettica quasi da action movie che il predecessore George W. Bush instaurava con i cosiddetti “Stati-canaglia” (una sorta di “prima sparo e poi faccio le domande”, vedi l’accusa infondata rivolta all’Iraq di possedere armi di distruzione di massa).

Tuttavia, dev’esserci una riflessione molto più articolata alla base delle ultime mosse di Obama in politica estera se lo stesso quotidiano newyorchese, in un articolo a firma di Ross Douthat, è arrivato a parlare di “metodo Metternich” in riferimento alla strategia con cui è stato condotto il negoziato con l’Iran.

Partiamo, però, dal presupposto che negli Stati Uniti l’etichetta di “dottrina” viene abitualmente applicata a ogni presidente eletto sin dagli albori della nazione, a prescindere dal fatto che egli abbia o meno elaborato in maniera compiuta dei criteri orientativi in politica estera.

Il precursore fu James Monroe, che, in una dichiarazione davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, poi passata alla Storia come “dottrina Monroe”, ammonì le potenze europee dall’intromettersi negli affari del continente americano, in cambio della non ingerenza statunitense nel vecchio mondo. In quel discorso era anche presente in nuce l’idea di un “cortile di casa” degli Stati Uniti, comprendente tanto il Nord quanto il Sud America, in cui non era ammessa l’influenza di Paesi stranieri.

Nel corso dei decenni la politica estera americana è sempre oscillata tra due estremi:
- l’isolazionismo, un ripiegamento sugli affari interni a discapito di quelli esteri, culminato nel primo dopoguerra con la scelta di non aderire alla Società delle Nazioni, che venne così condannata all’irrilevanza;
- e l’internazionalismo, la promozione dei valori americani nel mondo, il cui punto più alto è stato probabilmente raggiunto nel corso dell’amministrazione Bush jr. al grido di “esportare la democrazia”.

Entrambi gli atteggiamenti sono comunque figli di uno stesso padre: l’idea che l’America sia superiore al resto del mondo, che sia una nazione eccezionale investita di una missione universale (l’eccezionalismo americano, appunto), e che gli americani siano il popolo benedetto, se non persino eletto da Dio. Vi sarebbe, cioè, un destino manifesto dell’America, che si esprime nella realizzazione delle virtù americane, in primis la libertà e l’autogoverno.

La tendenza isolazionista prevalse fino alla Seconda guerra mondiale, con significative parentesi, come la presidenza Wilson e quella di Theodore Roosevelt, ed era ispirata dal principio che gli Stati Uniti erano diversi dai bellicosi e tirannici imperi europei, disposti a versare sangue pur di imporre la propria visione del mondo.

Con la sconfitta nazista, il ridimensionamento del ruolo dell’Europa e l’emergere dello schema bipolare della Guerra Fredda, riprese vigore la tendenza internazionalista, incalzata dal timore che l’ideologia comunista si imponesse su quella occidentale democratico-capitalista. La frontiera americana si era così spostata al di là dell’Atlantico e del Pacifico e lambiva ogni terra del pianeta in cui l’ordine costituito e gli interessi statunitensi fossero minacciati.

Nel 2003, in un saggio intitolato Paradiso e Potere, scritto dal teorico neoconservatore Robert Kagan, la prospettiva dei primi politici americani, come Monroe, era completamente rovesciata: adesso era l’Europa a venire da Venere, ed era perciò femminea e debole, mentre l’America veniva da Marte ed era quindi l’unica potenza in grado di garantire la stabilità delle relazioni internazionali.

Obama è il primo presidente americano da 70 anni a questa parte a mettere in discussione la visione internazionalista, almeno nella sua forma rozzamente interventista. Negli Stati Uniti la rottura è stata avvertita in maniera nitida. 
Un recente saggio, il cui titolo in italiano suona come L’America in ritirata: il nuovo isolazionismo e l’imminente disordine globale, si schiera apertamente contro questa svolta. L’autore è Bret Stephens, premio Pulitzer ed editorialista del Wall Street Journal.
Secondo Stephens, la dottrina Obama non è altro che una “dottrina della ritirata”: l’America sta abdicando al suo ruolo di gendarme del mondo, aprendo la strada a un pandemonio mondiale in cui i vuoti lasciati dagli Stati Uniti saranno presto colmati dalle dittature. La soluzione non starebbe in un ritorno alla dottrina Bush, impregnata – a suo modo – di un idealismo illusorio, ma in una condotta più pragmatica, fatta di azioni di polizia punitive e calibrate contro chi mette in pericolo la sicurezza dell’America (o la percezione della sua sicurezza, si potrebbe aggiungere).

Lo spettro dell’isolazionismo è particolarmente agitato dalla destra repubblicana, che finora ha sempre accusato Obama di un approccio troppo morbido in politica estera, in Siria e in Iraq contro l’Isis, o verso Iran e Russia. Nel settembre scorso, Marco Rubio, senatore della Florida accreditato come uno dei possibili vincitori delle primarie repubblicane, si è scagliato sulle pagine del Washington Post contro il disimpegno americano dal mondo, affermando che il prezzo da pagare sarà un sacrificio maggiore in seguito: «Il mondo è più connesso di quanto fosse un tempo, e la storia recente ha dimostrato che, senza la leadership americana, l’instabilità globale minaccia non solo la nostra sicurezza nazionale, ma anche la nostra economia e il nostro stesso stile di vita».

L’isolazionismo americano ha ormai assunto dimensioni tali – ha scritto Conrad Black sulla National Review che Obama non si è nemmeno presentato alla marcia contro il terrorismo dell’11 gennaio a Parigi, ma si è limitato a farsi rappresentare dal procuratore generale Holder. Con l’Europa priva di leader forti e di una politica estera unitaria, prosegue Black, l’America non può permettersi una ritirata dal mondo, pena il rafforzamento e l’ascesa dei nemici dell’Occidente.

Le paure di un isolazionismo americano si sono così acuite che, poco dopo la sigla dell’intesa sul nucleare con l’Iran, quarantasette senatori repubblicani, con un atto senza precedenti, hanno inviato una lettera al Paese del Golfo Persico avvisandolo che l’accordo non è affatto definitivo, dato che, in mancanza dell’approvazione del Congresso, potrà essere revocato dal nuovo presidente.

Sarebbe, però, semplicistico bollare come “isolazionista” la politica estera di Obama. Dopo un primo mandato segnato da un “internazionalismo umanitario”, ben esemplificato dal discorso del Cairo del 2009, il presidente ha come acquisito la consapevolezza che più l’America si interpone nelle contese regionali in giro per il mondo, anche in buona fede, e più la sua condotta viene percepita come ostile, ingenerando l’effetto contrario di quello auspicato, ovvero una maggiore vulnerabilità per lei e i suoi alleati.

Di qui la realpolitik della dottrina Obama, o metodo Metternich, fondata su un nuovo equilibrio delle potenze che non escluda nemmeno i nemici storici degli Stati Uniti, come Cuba e Iran, ma li attragga verso una normalizzazione diplomatica e – questo è l’auspicio – un ammorbidimento delle posizioni politiche.

I cardini della dottrina Obama sono contenuti in un discorso tenuto lo scorso anno ai cadetti di West Point e curiosamente snobbato dalla stampa italiana. «È assolutamente vero che nel ventunesimo secolo l’isolazionismo americano non è un’opzione», ha detto, pur precisando che il prerequisito per un’America forte sono gli investimenti nell’economia domestica. Ma i due aspetti non sono in contraddizione, perché «la questione che abbiamo di fronte, e che ognuno di voi avrà di fronte, non è se l’America sarà ancora una guida, ma come lo sarà [...]. L’azione dell’esercito Usa non può essere l’unico – e nemmeno il principale – elemento della nostra leadership in ogni occasione. Solo perché abbiamo a disposizione il miglior martello non significa che ogni problema sia un chiodo».

Nel pensiero di Obama non è necessario ricorrere alla forza per risolvere le controversie internazionali, ma è sufficiente minacciare di farlo. «Il bilancio della Difesa dell’Iran è di 30 miliardi di dollari. Il nostro bilancio della Difesa è di circa 600 miliardi di dollari. L’Iran capisce che non può combattere contro di noi», ha efficacemente spiegato a Friedman.

La soluzione militare, anche unilaterale, è dunque percorribile solo se la vita degli americani, quella dei loro alleati e i mezzi di sostentamento degli Stati Uniti sono messi a rischio. In tutti gli altri casi – ha chiarito Obama a West Point – l’asticella per un intervento armato si alza. E anche qualora tutti gli strumenti diplomatici fallissero, l’azione militare non sarebbe di certo unilaterale, bensì multilaterale. Questo vale anche per la strategia antiterrorismo, dal momento che sarebbe «ingenuo e insostenibile invadere ogni Paese che ospita reti terroristiche».

La dottrina Obama, nella sua apparente semplicità, è forse quanto più di complesso sia stato concepito nella politica estera americana degli ultimi trent’anni, benché si regga su un equilibrio ancora instabile fra isolazionismo e internazionalismo e sia ovviamente troppo prematuro per fornire un giudizio storico al riguardo.

Tuttavia, già nel prossimo futuro, è destinata a essere quasi sicuramente cestinata. Con la sola eccezione di Rand Paul, il repubblicano che esprime un’antica e mai sopita aspirazione isolazionista di una parte della destra Usa, sia i democratici sia i loro avversari propugneranno infatti un’inversione di rotta alla politica estera obamiana.

In quanto segretario di Stato nel corso della prima amministrazione Obama, Hillary Clinton non si è mai pubblicamente esposta contro le scelte del governo. Non è però un mistero che il suo approccio sarebbe meno cauto o, dal suo punto di vista, meno tentennante: «Le grandi nazioni hanno bisogno di principi organizzativi, e “Non fare cose stupide” non è un principio organizzativo», ha dichiarato nel 2014 all’Atlantic criticando nemmeno troppo velatamente la politica estera di Obama.
In passato la Clinton è poi stata tra coloro che hanno sostenuto un incremento delle truppe in Afghanistan e un più deciso sostegno ai ribelli anti-Assad.

Ad ogni modo, durante le primarie non aspettiamoci un dibattito feroce sulla politica estera. In mancanza di una minaccia diretta agli Stati Uniti, l’attenzione dell’elettorato si focalizzerà sull’economia, come si è anche desunto dal video che ha annunciato la candidatura della Clinton, scevro di qualsiasi menzione alle strategie americane sullo scacchiere internazionale. Se Hillary dovesse vincere le primarie, anche i democratici che attualmente appoggiano la dottrina Obama (e sono la maggioranza secondo i sondaggi) con ogni probabilità vireranno senza scossoni nella direzione impressa dal nuovo leader del partito.

Pur essendo verosimilmente avviata a subire una battuta d’arresto e a essere rinnegata dal nuovo inquilino della Casa Bianca, sarebbe però azzardato interpretare la dottrina Obama soltanto come una bizza passeggera, una stanchezza estemporanea dell’opinione pubblica d’oltreoceano nell’appuntarsi sul petto la stella di sceriffo del mondo. In una società, come quella Usa, che ormai si mostra sempre più polarizzata sull’opportunità di ricorrere a truppe di terra in lontani teatri di guerra, la dottrina Obama potrebbe, anzi, essere la spia del nuovo corso che assumerà la politica estera statunitense nei prossimi decenni. 

Jacopo Di Miceli 

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