La bufala della sfortuna come causa del 65% dei casi di tumore

La bufala della sfortuna come causa del 65% dei casi di tumore

Ovvero: come un errore di interpretazione ha generato una controversia scientifica.

Tra i dibattiti che hanno attraversato il mondo scientifico negli ultimi mesi, quello scaturito in seguito all’articolo pubblicato su Science Magazine il 2 gennaio 2015, relativo al ruolo della “sfortuna” nella probabilità di contrarre un tumore è senza dubbio uno di quelli che hanno causato più rumore, anche e soprattutto sui media non di settore.
L’articolo incriminato è stato in effetti diffuso su molti giornali e siti internet con un titolo non solo fuorviante, ma anche preoccupante: quasi due terzi dei casi di tumore verrebbero causati unicamente dalla “sfortuna”. 

Le reazioni della comunità scientifica sono state molto forti: da un lato chi incolpava i giornalisti per il sensazionalismo facile, dall’altro chi accusava gli autori dell’articolo originale di aver utilizzato dei termini impropri per definire il risultato della loro ricerca.
Non che la preoccupazione della comunità medica fosse ingiustificata: la diffusione di una notizia con un titolo del genere, se priva di adeguate spiegazioni al contorno, rischia di delegittimare molte buone abitudini di prevenzione del cancro.

Come a volte capita, tuttavia, il rumore iniziale si è poi rivelato frutto di un errore di interpretazione. Lo studio dei ricercatori Bert Vogelstein (medico) e Cristian Tomasetti (matematico), in effetti, parla di una questione assai più complessa del ruolo del caso nei tumori: tratta della differenza nella probabilità di sviluppo di un tumore tra diversi tessuti del corpo umano.
L’idea iniziale dello studio era essenzialmente quella di rispondere alla domanda “perché alcuni tipi di tumori sono molto comuni e altri molto rari?”.
Secondo quanto emerge dalla ricerca di Vogelstein e Tomasetti, il rischio di tumore a un particolare tessuto è correlato al numero di divisioni cellulari che avvengono all’interno di quel tessuto per mantenerne (circa) costante il numero di cellule.
Quanto più le cellule di un tessuto si rinnovano rapidamente, tanto più è probabile che si sviluppi una mutazione maligna, e quindi un tumore.

Da un punto di vista puramente matematico, si tratta di un risultato non così sorprendente: in effetti, sappiamo che il tumore (semplificando molto) nasce da un “errore” nella riproduzione cellulare.
Il fatto che un tasso di riproduzione più alto sia legato, almeno in parte, a una maggiore probabilità di “errori” segue in maniera quasi intuitiva dalle leggi della statistica. 
Anche dal punto di vista medico il ruolo delle mutazioni casuali nella genesi della malattia è assodato, come dimostra il fatto che un tumore si può sviluppare anche in maniera del tutto imprevedibile e imprevenibile.

Quanto è elevato il grado di correlazione tra il tasso di riproduzione cellulare e la probabilità di una mutazione maligna? I dati della ricerca in questione suggeriscono una correlazione pari al 65%.
In due casi su tre, quindi, gli elementi che fanno sì che alcuni tipi di tumore siano più comuni di altri dipendono dalla “sfortuna”.
In questo dato non c’è assolutamente nulla di controverso, se lo si legge nel modo giusto: la percentuale infatti riguarda le diverse tipologie di tumore che si possono contrarre, e non ha nulla a che vedere con il numero di casi nella popolazione.

Un'eloquente immagine dei tipi di tumori dovuti alle mutazioni e di quelli dovuti a comportamenti e condizioni ambientali.

La differenza è notevole, vale la pena di esemplificarla. Consideriamo quattro tipi di tumore differenti: l’osteosarcoma (tumore delle ossa), il tumore all’esofago, il tumore al pancreas e il cancro al polmone.
L’analisi di Vogelstein e Tomasetti ci suggerisce che il diverso tasso di riproduzione cellulare sia il motivo per cui il tumore al pancreas è più diffuso rispetto a quello all’esofago, ed entrambi sono più comuni dell’osteosarcoma.
Per il tumore al polmone invece, il numero di casi nella popolazione dipende da elementi legati allo stile di stile di vita,  all’inquinamento urbano, e via dicendo (fattori che dal punto di vista medico si definiscono “ambientali”).

È corretto quindi affermare che la variabilità dipende per due terzi dal caso, visto che tra gli esempi che abbiamo citato solo il tumore al polmone è provocato da fattori ambientali; tuttavia l’incidenza del tumore al polmone è enormemente superiore rispetto a quella del tumore all’esofago, al pancreas o alle ossa - come si può vedere in questo grafico, relativo all’Inghilterra, o in queste proiezioni per il 2015, riferite agli Stati Uniti.
Dunque, il fatto che il 65% delle variazioni nel numero di casi sia determinato dalla “sfortuna” non implica che il numero stesso lo sia, in quanto una singola variazione dovuta a fattori ambientali (o di tipo ereditario) può causare molti più casi di tumore di molte piccole variazioni dovute a elementi casuali.
Naturalmente si tratta di un esempio semplicistico, in quanto si prendono in esame solo quattro diverse tipologie di cancro, ma spiega bene l’ambiguità di significato che si è generata attorno alla percentuale 65% legata alla parola “sfortuna”.

Purtroppo, la prima ad interpretare i termini nel modo sbagliato è stata proprio l’autrice dell’articolo divulgativo uscito su Science Magazine in seguito al paper specialistico, Jennifer Couzin-Frankel, la quale si è addirittura sbilanciata a suggerire che lo studio, se confermato, avrebbe dovuto indirizzare le priorità della ricerca medica sulla diagnosi precoce, piuttosto che sulla prevenzione.
La giornalista ha successivamente scritto un secondo articolo di spiegazioni, dove da un lato ammette che avrebbe dovuto essere più chiara nello specificare che lo studio in oggetto non prendeva in esame tutti i tipi di tumori - nello specifico, non considerava i tumori al seno e quelli alla prostata, per carenza di dati sulla riproduzione delle cellule staminali che danno origine a quegli specifici tessuti - e dall’altro ammette di aver inizialmente frainteso il dato conclusivo al momento della stesura dell’articolo.

La controversia nasce quindi a tutti gli effetti da un’interpretazione imprecisa di un risultato che è assolutamente degno di attenzione scientifica (il che ovviamente non vuol dire che non possa essere confutato in futuro), in parte anche alimentata da una scelta di termini ingenua (o forse molto astuta) da parte di Vogelstein e Tomasetti.
Peraltro, sebbene i media non specialistici si siano buttati sul termine “sfortuna” tralasciando ogni ulteriore dettaglio, il fatto che la stessa rivista Science si sia fatta trarre in inganno li assolve, almeno parzialmente.

Sarebbe adesso importante che gli stessi media che hanno dato attenzione a questa notizia nei passati due mesi si prodigassero per fare le dovute precisazioni del caso. Purtroppo alcune tipologie di tumore sono dovute in larga parte a mutazioni cellulari casuali, ma è importante ribadire il messaggio che invece le tipologie con la più forte incidenza sulla popolazione possono essere prevenute con uno stile di vita adeguato.

Luca Romano
@twitTagli

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