La BBBC, Allegri e il pressing: come deve giocare a Monaco la Juventus?

La BBBC, Allegri e il pressing: come deve giocare a Monaco la Juventus?

Non che servisse l’ennesimo clean sheet a certificarne il valore, ma la partita contro il Sassuolo di venerdì sera ripropone uno degli interrogativi più stringenti di questo campionato: siamo di fronte alla miglior retroguardia italiana di sempre? Parliamo naturalmente della BBB(C), Buffon, Barzagli, Bonucci (e Chiellini) la linea Maginot juventina.
Istituire un confronto con le grandi difese del passato – dalla difesa bianconera degli anni Ottanta a quella rossonera degli anni Novanta – è arduo innanzitutto perché non vi certezza nel valore da attribuire alla fase difensiva realizzata dai 3-4 difensori e a quella realizzata da tutta la squadra – si difende in undici, no?
In aggiunta, se si considerano i cambi di regolamento – sul retropassaggio, sui 3 punti a vittoria – e ciò che questi hanno comportato in termini di schemi e filosofie di gioco, si capisce come il paragone sia magari fattibile ma di difficile lettura.

La mia risposta si propone qualcosa di diverso, e cioè di analizzare la difesa juventina di oggi per carpirne pregi e difetti.
Alcune delle ultime partite dei bianconeri offrono uno spaccato perfetto per la comprensione della qualità difensiva messa in campo dagli uomini di Allegri e possono dare un’idea di cosa Buffon e soci debbano modificare in vista del ritorno di mercoledì con il Bayern.
In particolar modo intendo soffermarmi sulla sfida di campionato tra Juventus e Inter e sull’andata degli ottavi di finale dello Juventus Stadium tra bianconeri e Bayern Monaco. 
Due avversari il cui valore, nonostante le evidenti differenze, non può essere negato: sia l’Inter, sia (a maggior ragione) il Bayern sono squadre dal potenziale offensivo ragguardevole e se in qualche modo non è stato loro possibile sprigionarlo al 100% questo è dovuto in prima battuta alle qualità della fase difensiva juventina.
Allo stesso modo, credo sia opportuno verificare quali pecche presenti il sistema juventino, se ve ne sono.

Partiamo dalla vittoria casalinga contro i nerazzurri dello scorso 28 febbraio. L’Inter si presenta a Torino con Icardi e Palacio di punta e un’idea folta e muscolare di centrocampo con Melo, Kondogbia e Medel spalleggiati da Telles e D’Ambrosio. Handanovic e la retroguardia a tre composta da Murillo, Miranda e Juan Jesus completano l’undici di Mancini. La Juventus si schiera con la difesa a tre e il centrocampo a cinque.
Allegri chiede ai suoi – e questo è un fatto inconsueto, come vedremo – una certa pressione iniziale e difatti arrivano la traversa di Hernanes, un’occasione sui piedi di Dybala e una su quelli di Mandzukic. La Juve parte con il piede sull’acceleratore; dell’Inter, invece, nessuna notizia e Buffon è in campo per onor di firma.
Ciò che allarma maggiormente nel lato di campo interista è l’atteggiamento, non tanto da provinciale – giacché questo non è per forza un male nello sport – quanto da vittima sacrificale; sembra che Mancini abbia mandato in campo i suoi con l’unico compito di evitare la cosiddetta imbarcata. È significativo che, nonostante la Juventus appaia meno brillante rispetto alla versione dei primi due mesi del 2016, l’Inter aspetti soltanto il 2-0 per abbozzare una reazione.
I bianconeri segnano su un obbrobrio difensivo di D’Ambrosio e con il rigore di Morata, e qualcosa in merito alla prestazione questo dato lo dice. La Juve, come molto spesso le succede in campionato, si è limitata a fare densità, a coprire le linee di passaggio e a non subire le situazioni di gioco avversario; tanto è bastato a inceppare i già farraginosi meccanismi interisti. In Italia tutto ciò è sufficiente; è questa la grande forza di questa squadra.

Dicevamo dell’atteggiamento interista – inquietante nel match dello Stadium. Oltreché inquietante, più di qualcuno deve aver pensato che fosse anche incomprensibile, soprattutto se alla luce di quanto visto soltanto pochi giorni prima nella sfida di Champions tra gli stessi bianconeri e i tedeschi del Bayern.
Contro il Bayern, Allegri non ha Chiellini e Alex Sandro e sceglie la difesa (con Lichsteiner e Evra ai lati) e centrocampo a quattro con Pogba e Cuadrado sulle fasce, mentre davanti riforma la coppia d’attacco Dybala- Mandzukic.
Sorvoliamo sullo schieramento del Bayern perché le formazioni di Guardiola sono difficili da bloccare in numeri; concentriamoci piuttosto sull’atteggiamento con il quale l’ex tecnico del Barcelona imposta la partita.
Dopo – diciamo – cinque minuti di pressing, i tedeschi incominciano un lungo assedio alla metà campo juventina. I bianconeri sembrano incapaci di proporre una qualsiasi trama offensiva e vedono ridurre il proprio raggio d’azione entro la propria trequarti campo. Il possesso palla è in mano ai tedeschi. Il predominio territoriale non porta paradossalmente molti più pericoli di quanti ne produrrà la rinuncia calcistica a cui si consacrerà l’Inter qualche giorno dopo: il Bayern gestisce il gioco agilmente fino a 25-30 metri dalla porta di Buffon, ma a ben vedere non si avvicina così tanto alla rete.
Müller ha un’occasione gigantesca nei primi minuti, ma il morbo Guardiola – quello che ti impedisce di fare un tiro in porta da più di un metro di distanza in una sorta di deformazione rugbistica del calcio in cui il gol diventa una meta – lo costringe a un goffo stop di fronte alla linea di porta, poi spazzato da Bonucci. C’è poi un bel tiro di Vidal da fuori area, ma nessuna difesa può impedire questo genere di azioni.
I due gol del Bayern decretano sì una prevalenza statistico-stilistica, ma sono irregolari. E come lo stesso Allegri sottolineerà qualche giorno dopo, la rete di Müller giunge non soltanto con Lewandowski in fuorigioco a ostacolare la visuale di Buffon, ma dopo un maldestro rinvio di Barzagli che consegna al tedesco la palla del vantaggio.

Attenzione: non sostengo che la Juventus avrebbe dovuto vincere la partita 3-0 (contando magari anche un rigore per gli juventini sul un braccio volontario di Vidal in area Bayern); piuttosto, credo che la campagna stampa post Bayern, che ha sintetizzato la partita di Torino in una specie di horror in cui la Juventus sembrava meritare o addirittura aver perso con un passivo di quattro o cinque reti, fosse leggermente fuori luogo.
Il piano di gioco di Allegri era riuscito a imbrigliare, forse non del tutto, la giocoleria di Guardiola e da un certo punto di vista il risultato parziale dopo un’ora di gioco lo stava penalizzando eccessivamente. Come?

La forza della Juventus consiste in un’evoluzione strategica dell’italianissimo primo non prenderle. La Juventus declina questo concetto attraverso l’accorciamento, che in certi casi diventa annullamento, degli spazi oltre la linea della palla e, soprattutto, dietro la propria linea difensiva.
Posto che sia l’Inter che il Bayern hanno gli uomini giusti per affondare in situazioni di campo aperto, l’obiettivo di Allegri è stato impedire che questa si verificasse adottando una linea difensiva molto bassa e chiedendo densità nelle zone di maggior transito del pallone. Per l’Inter, che non ha abili palleggiatori in mezzo al campo, questa scelta si è rivelata di fatto un k.o. tecnico. Senza palloni giocabili, Icardi e Palacio hanno vissuto una partita di pura attesa.
Come già sapevamo e come del resto abbiamo potuto sperimentare, il Bayern sa risolvere questo tipo di problematica. Ed è qui che la solidità della difesa juventina è diventata un limite.

Nel commentare l’andata con i bavaresi, molti hanno indugiato sul dato del possesso palla e sul fatto che se il Bayern tiene di più la palla è perché i suoi giocatori (i suoi centrocampisti, in particolare) sono più bravi tecnicamente e migliori.
In ultima analisi, per spiegare il recupero juventino negli ultimi 20’-25’ di gioco si è fatto riferimento al cuore, alla condizione atletica e, perché no?, anche a un po’ di fortuna.
Questi elementi non bastano a spiegare tatticamente cosa è successo e non danno i sufficienti meriti ad Allegri e al suo staff – calciatori e collaboratori. La parola chiave per comprendere quanto avvenuto dopo il 2-0 di Robben è pressing.

Il Bayern, similmente al Barcelona, approccia la partita fin dalle sue fasi iniziali a ritmi molto elevati per aggredire la gestione di palla avversaria. Gli uno-contro-uno, i raddoppi e le triplicazioni che Guardiola insegna ai suoi sortiscono un duplice effetto. Sul breve periodo consentono, azione per azione, un rapido recupero della palla in posizioni vantaggiose; sul medio-lungo periodo sfiancano atleticamente e psicologicamente la squadra avversaria che, nell’impossibilità di svolgere la propria manovra in avanti, si vede costretta a rinculare nei pressi della propria area di rigore.
È una trappola ed è quasi perfetta: stringendo la propria morsa attorno ai giocatori avversari, il Bayern si garantisce sicurezza difensiva e una posizione ottimale per la realizzazione della fase offensiva.
La partita contro la Juventus, per un’ora circa, è stata fondamentalmente questa. Chiaramente la Juventus, per merito della qualità dei suoi uomini, qualche pericolo l’ha creato, anche perché il contropiede è uno dei lati deboli a cui il gioco di Guardiola si espone e Allegri in questo è un maestro. E qui torniamo all’argomento iniziale: il tecnico livornese aveva preparato la sfida esattamente in questo modo, accettando il baricentro basso e annullando gli spazi tra difesa e area di rigore. Concessione del possesso palla ma chiusura di ogni linea di passaggio.
L’obiettivo era sfruttare le ripartenze griffate dagli uomini migliori: Pogba, Cuadrado e Dybala.

Il giochino ad Allegri è riuscito a metà: è vero che il Bayern non ha avuto quella decina di palle gol che i dati statistici su possesso e tiri potrebbero far credere, ed è vero che i due gol erano fondamentalmente irregolari, ma è altrettanto vero che alla Juventus per un’ora è mancata quasi del tutto la possibilità di far offendere.
Perché?
Allo stratega Allegri è mancato qualcosa. La volontà di non concedere spazi ha contratto la squadra nella propria metà campo. L’assenza di pressing si deve leggere con le stesse lenti con cui si legge il pressing attuato da Guardiola: la riconquista troppo bassa della palla ha impedito uno sviluppo rapido dell’azione offensiva e ha concesso metri su metri ai giocatori bavaresi.
Il raddoppio di Robben ha allo stesso tempo sancito questa situazione e scombinato le carte in tavola. Una volta che la difesa dei “retrospazi” non era più la strategia adeguata, la Juventus è passata al contrattacco sviluppando aggressività e pressione. A ben vedere, più che il gol di Dybala, scaturito da un errato posizionamento di Kimmich, sono stati il pareggio di Sturaro e le occasioni di Cuadrado e Bonucci a nascere dal mutato atteggiamento tattico juventino.
Non è una questione di condizione fisica o di cuore, quanto di mentalità e di coraggio. La difesa juventina è probabilmente nella top 2 mondiale (l’altra è quella dell’Atletico Madrid) quando è schierata – indipendentemente che giochi a tre o a quattro –, e per questo naturalmente vanno elogiati tutti i giocatori e in particolar modo Allegri, l’uomo che pare aver risolto l’annoso dibattito del
è meglio difendere a tre” o “a quattro” con un bel chisseneimporta.

Ma in Italia, dove quasi nessuno porta un pressing sistematico, la fisicità e l’abilità nel palleggio juventina nelle ripartenze fanno sì che, anche quando i bianconeri giocano in condizioni di inferiorità statistica – in condizioni di possesso palla sotto al 50%: contro Fiorentina e Napoli, principalmente –, rischino pochissimo e abbiano quelle tre o quattro occasioni da gol che trasformano il pareggio in vittoria.
Non che questo atteggiamento sia del tutto improduttivo in Europa: quando, tra settembre e la metà di novembre, Allegri aveva tra le mani una squadra senza nerbo e senza logica, questa strategia difensiva fruttava più in coppa che in campionato. Ma giocare di rimessa è estremamente complesso se affronti qualcuno in grado di pressarti quel tanto che basta da farti sinistramente capire che basterà un tuo minimo errore per essere infilato barbaramente. Il tasso di rischio di ogni giocata in ripartenza si innalza parecchio.
Se poi il tuo sfidante è un invasato che fa del pressing totale il cavallo di troia per occupare il cerchio di centrocampo e impostare una partita a una porta e che punta prima di tutto a non farti avere la palla, la missione diventa ancora più difficile.
Questo Bayern, meno talentuoso del Barcelona di Guardiola, applica la teoria del possesso palla con ancor più foga di quella squadra, proprio perché laddove non arriva la qualità arriva l’abnegazione. Consapevole del minor pregio della stoffa a disposizione, Guardiola chiede ai suoi ancor più dittatura in campo.
La squadra avversaria non deve giocare.
Questa forma di totalitarismo calcistico, instillato dai movimenti in pressione del Bayern, ha causato il blocco juventino a cui si è assistito per oltre un’ora nel match dello Stadium. E allora l’abile strategia difensiva di Allegri si è parzialmente ritorta contro la sua stessa squadra.

Come evitare che tutto ciò si ripeta? Non c’è bisogno che il tecnico bianconero chieda ai suoi una partita completamente votata all’attacco. Snaturare il proprio credo non è mai una buona soluzione nei momenti decisivi dove la base di partenza è sempre costituita dallo storico, da ciò che già si sa fare.
La Juventus deve ripartire dai suoi fondamentali: la sua proverbiale solidità difensiva. Il modo in cui attuarla, però, dovrà essere leggermente diverso.
Al termine dell’andata Allegri ha sottolineato come i suoi abbiano bisogno, nell’ottica di un passaggio del turno, di maggior qualità nel palleggio. Vero e al tempo stesso falso.

  • Vero, nel senso che se ipoteticamente Marchisio, Pogba, Khedira e Cuadrado riuscissero a saltare costantemente l’uomo in pressione la partita non avrebbe storia.
  • Falso perché ciò è impossibile.

La Gegendruck  bavarese è studiata per creare situazioni simili: ci sarà un momento – un passaggio sbagliato, un movimento letto male, un intuizione non compresa da un compagno – all’interno della partita che metterà il Bayern nella condizione di segnare un gol. L’unica via percorribile per sopravvivere alla partita dell’Allianz Arena non è lottare per evitare che questo non accada; è ripagare il Bayern con la stessa moneta, giocare con le sue stesse regole e al suo stesso gioco.

La Juventus deve impedire che il Bayern prenda possesso del centrocampo e che svolga lì quel reticolo di passaggi che, una volta imposto, diventa quasi impossibile da arrestare – un po’ per la qualità dei giocatori del Bayern, un po’ perché il reticolo è pensato per dare a ogni possesso diverse soluzioni di scarico palla, così che il pressing sarebbe da portare contemporaneamente su 4-5 uomini.
La Juventus deve fare ciò che nel Sistema Guardiola non è previsto: che l’altra squadra ribatta mossa su mossa, che faccia resistenza attiva e contesti il possesso palla fin quando questa è nei piedi dei difensori.
Solo un pressing sistematico, sulla falsa riga di quanto la Juventus ha messo in mostra nell’ultima mezz’ora all’andata, può mandare in confusione i tedeschi. La Juventus non deve mirare al 50% di possesso palla: sarebbe inutile oltreché impossibile.
Deve però costringere il Bayern a una partita vera, normale, caotica e incerta, in cui due squadre si affrontano senza che una cancelli dal campo l’altra. Troppo spesso, contro le squadre allenate da Guardiola, questo non avviene – per loro merito, intendiamoci. Ed è un peccato, perché se il suo Barcelona era davvero una macchina perfetta, questo Bayern, per quanto forte, fortissimo, è una squadra battibile. La Juventus l’ha già fondamentalmente dimostrato con l’ultima mezz’ora della partita d’andata.

La Juventus ha tutte le possibilità di passare il turno, ma deve chiudere lo step che ancora la separa dalle grandi potenze europee. E deve farlo entro mercoledì sera. D’altronde vale lo stesso per il calcio italiano, la cui carenza più profonda e strutturale è da individuarsi proprio nel pressing e nella volontà di contrastare l’avversario in una zona di campo che non sia quella prospiciente all’area di rigore.
Allegri ha gli uomini per farlo: deve avere il coraggio di chieder loro una partita non soltanto attenta, ma volitiva e in qualche modo meno situazionista. Limitarsi al compitino, per quanto solitamente efficace, questa volta non basterà.

Maurizio Riguzzi

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