L’umiliazione della Grecia e il fantasma di Versailles

L’umiliazione della Grecia e il fantasma di Versailles

«L’Allemagne paiera», “la Germania pagherà” era il grido di vendetta che si levava in tutta la Francia nel 1919. I negoziati che avevano sancito la fine della Prima guerra mondiale si erano appena conclusi a Parigi, con la firma del Trattato di Versailles nella sfarzosa sala degli specchi della reggia dei re francesi.
Era un luogo altamente simbolico: proprio lì, nel 1871 la Germania aveva proclamato la nascita del Secondo Reich tedesco, dopo aver spazzato via le armate di Napoleone III a Sedan.

Quarantotto anni dopo quella umiliazione, la Francia appagava così il suo desiderio di revanche contro le orde germaniche. Alla conferenza di pace, il falco delle trattative era il primo ministro francese Georges Clemenceau, che ottenne tutto quello che si era prefisso per rendere inoffensiva la Germania e salvaguardare l’incolumità del suo Paese:

  • la restituzione dell’Alsazia e della Lorena; 
  • la criminalizzazione del Kaiser Gugliemo, cui venne interamente addossata la responsabilità di aver provocato la guerra; 
  • la riduzione dell’esercito tedesco ad appena 100mila unità; 
  • l’abolizione della coscrizione obbligatoria; 
  • la smilitarizzazione di 50 km di confine al di là del Reno; 
  • l’assegnazione in gestione della zona mineraria della Saar per quindici anni, scaduti i quali un plebiscito avrebbe stabilito il destino della regione; 
  • e soprattutto il pagamento di un’indennità di guerra stabilita nel 1921 a 132 miliardi di franchi-oro, una cifra talmente mostruosa che la Germania sarebbe stata in grado di restituirla solo nel 1988.

Ma «la Germania pagherà», ripeteva Clemenceau alla comprensibilmente inferocita e ferita opinione pubblica francese, che, anzi, giudicava i termini del Trattato persino troppo morbidi. Il generale Foch, ad esempio, non perdonò mai a Clemenceau di non essere stato così caparbio da separare la Renania dal resto della Germania e trasformarla in uno Stato cuscinetto.
Il Presidente americano Woodrow Wilson, però, che per la verità si era mostrato fin troppo malleabile nei confronti di Clemenceau, si oppose a questa richiesta e appoggiò la linea soft dei britannici, preoccupati di non rafforzare eccessivamente il ruolo della Francia nel continente.

In questi giorni, a chiamare in causa il Trattato di Versailles è stato il ministro francese dell’economia, Emmanuel Macron. Lo ha fatto il 5 luglio, il giorno del referendum in Grecia, ammonendo gli europei dal mettere in scena «un Trattato di Versailles dell’eurozona».

Le sue parole sono rimaste inascoltate. All’alba di lunedì 13 luglio il governo Tsipras ha di fatto firmato la resa incondizionata della Grecia ai creditori. Con l’economia prostrata come se la nazione avesse attraversato una guerra, il leader di Syriza non se l’è sentita di far affrontare al suo popolo il salto nel buio del Grexit. Ad Atene è stato così imposto un nuovo Trattato di Versailles, una capitolazione umiliante che per diversi aspetti ricorda le condizioni punitive ingiunte quasi un secolo fa dalla Francia alla Germania (ah, la memoria storica!).

Una delle analogie più inquietanti è il fondo di garanzia fino a 50 miliardi in asset pubblici da privatizzare che la Grecia dovrà creare come contropartita per il piano di finanziamenti. L’idea, purtroppo, non è nuova.

Nel 1923 la Germania, dopo aver rischiato una guerra civile e aver subito diversi tentativi di colpi di Stato, arrancava nella più grave crisi inflattiva della storia moderna. Per sostenere il pagamento degli ingenti debiti di guerra, il marco tedesco era stato pesantemente svalutato, con l’esito tuttavia increscioso di causare una miseria di massa.

Fino ad allora, infatti, sulla questione del debito il governo tedesco aveva tenuto la cosiddetta Erfüllungspolitik, la politica di adempimento, che consisteva nel pagare le riparazioni ai creditori per guadagnare la loro fiducia (primo deja vu) e, successivamente, una volta che questa fosse stata ottenuta, ridiscutere il debito per riceverne una riduzione (secondo deja vu).

Nel 1923, però, con l’inflazione galoppante era chiaro che il debito era ormai divenuto insostenibile (terzo deja vu). Francesi e belgi decisero allora di intraprendere un’azione militare e di occupare il ricco bacino industriale e carbonifero della Ruhr per far rispettare il pagamento delle riparazioni. Le produzione industriale della Ruhr diventava perciò il pegno, la garanzia che in un modo o nell’altro, con rimborsi in denaro o con pagamenti in natura, la Germania avrebbe restituito i debiti contratti (quarto deja vu). 
Che i costi dell'occupazione, durata fino al 1925, si rivelassero presto più onerosi dei benefici importava poco al primo ministro francese Poincaré. Lo scopo non era mai stato economico, ma politico: far capire alla Germania che le regole di Versailles non potevano essere messe in discussione (quinto deja vu).


Il governo tedesco guidato dal moderato Wilhelm Cuno esortò i lavoratori della regione a scioperare e a resistere passivamente contro l’occupazione francese, finché l’economia del Paese non iniziò a collassare. Alla fine dell’estate del 1923 l’esecutivo cadde e si formò un governo di grande coalizione che interdì la resistenza passiva e riprese il dialogo con i creditori (sesto deja vu).

A rinsaldare le fragili basi dell’economia tedesca non bastarono però né l’emissione di un nuovo marco né l’approvazione di una ristrutturazione del debito grazie al Piano Dawes. L’intransigenza dei creditori suscitò il ritorno di un diffuso sentimento nazionalista in Germania.
Nel novembre del 1923, a Monaco Adolf Hitler tentò, senza riuscirvi, un colpo di Stato. Dieci anni dopo, durante una crisi economica persino più grave della precedente, stavolta generata da una deflazione dei prezzi (settimo deja vu), salì al potere.

Eppure non era difficile prevedere tutto ciò se già nel 1918 il deputato francese André Lebon diceva: «Bisogna essere veramente all’oscuro di ogni criterio di gestione aziendale, per poter pensare che, nei prossimi cinquanta o sessant’anni, si possa obbligare al lavoro un popolo di 70 milioni di abitanti, con la sola prospettiva, come ricompensa della sua fatica, che tutto il suo guadagno serva a pagare i debiti contratti dalle generazioni precedenti. Eppure sono proprio idee assurde questa che si ammanniscono all’opinione pubblica in Francia».

Non posso, quindi, che pensare a due possibili risposte per venire a capo della cecità dei vertici europei, e della Germania in particolare, di fronte alla crudele imposizione di una versione aggiornata del Trattato di Versailles alla Grecia.
La prima è che non conoscano la Storia e che, ignorandola, siano perciò destinati a ripercorrerne gli errori, elemento tanto più tragico e paradossale visto che la Germania dovrebbe essere la prima a subodorare gli effetti catastrofici arrecati da una spirale infinita del debito. 

La seconda è che sostanzialmente non interessi a nessuno che fine farà la Grecia, perché semplicemente la Grecia non è e non sarà mai la Germania, e non avrà mai la forza di scatenare una guerra mondiale per vendicarsi.

Jacopo Di Miceli 

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Commenti

Sul perché delle posizioni dei capi di stato

A mio modesto parere, la leadership europea è di livello infimo di questi tempi, e questa mia opinione è stata dal fatto che ho l'impressione che ogni leader sia lo specchio della volontà del popolo che rappresenta; come a dire che è il popolo a spingere il proprio leader piuttosto che il leader a guidarlo, e tutto in funzione di un meschino discorso di attaccamento alla poltrona, persino in paesi di tradizione meno populista.

Infimo

Infimo è un superlativo, vuol dire che ritieni che la leadership europea sia la più bassa della storia moderna.
Beh, insomma, può essere, però anche quella del 1° dopoguerra citata nell'articolo non brillò per lungimiranza, come non erano particolarmente illuminati i governi che in buona misura stettero a guardare i massacri del Kosovo....

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