L’apologia della carota: in difesa della sanità mentale degli erbivori

L’apologia della carota: in difesa della sanità mentale degli erbivori

Io vi avverto fin dalla prima riga: sto per commettere due gravi errori. 

Il primo consiste nel parlare di scelta vegetariana e alimentazione sostenibile su internet: un argomento, o forse una categoria, frequentemente sbeffeggiato e spesso discusso in maniera troppo poco oggettiva, troppo arbitraria e in modo clamorosamente poco razionale.
Comunque la si voglia pensare, sarete d’accordo che il tono generale del dibattito (anche senza tirare in ballo i pietosi siparietti con Cruciani) è spesso ridotto al rumoroso eco di un branco di “tifosi" che rappresentano fazioni opposte piuttosto che un punto di vista strutturato e frutto di esami di coscienza e documentazione personale. E sto parlando di entrambe le facce della medaglia: tanto il “Clan degli erbivori” quanto quello dei fan delle costolette. 

Il mio secondo errore è scrivere in risposta ad un articolo di Luca Romano su Tagli: chi ha letto i suoi pezzi sa benissimo che sto andando incontro al mio destino come un lemming sul ciglio di un burrone, e che praticamente vado a fare polemica con la stessa credibilità con cui andrei a fare un 1-contro-1 con Stephen Curry. 
Ma Tagli è un magazine pluralista e bipartisan, e sono convinto che mi sosterrà nella mia scelta.
Nel peggiore dei casi, non sarò più invitato alle grigliate aziendali; nel frattempo, rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di onorare la maglia per non darla vinta troppo facilmente a Romano. 

Forza carote, è il vostro turno di dimostrare chi siete

La sfida di un vegetariano nell’esprimere il proprio punto di vista in modo sereno e tollerante risiede soprattutto nel fatto che, ora come ora, le verdure hanno un problema di PR.
Diciamolo chiaramente: l’insalata deve cominciare a giocarsela meglio, altrimenti qui non si va da nessuna parte. Il bacino d’utenza e il target di una zucchina grigliata non si avvicinano lontanamente al reach di cui è capace un salame.
Questo è e sarà sempre un problema, ed è il genere di problema che rende tollerabile, se non invitante, un punto di vista che riduce la scelta vegetariana ad un disturbo neurologico. 

Sono molti i motivi per cui potrei argomentare a favore della dieta vegetariana. In verità, sono troppi. Sto meditando di scriverci un libro un giorno, ma il problema è che non lo comprerebbe nessuno.
I vegetariani (o peggio, i vegani) stanno sulle balle a tutti perché l’argomento tocca corde irrimediabilmente intime e private della sfera delle abitudini personali. Se c’è una cosa su cui sono d’accordo con il pezzo di Luca è che noi vegetariani siamo ossessionati dal cibo. 
Ma non solo noi. La verità è che tutti siamo ossessionati dal cibo.
É talmente importante e radicato che diventa scontato pensarci; il solo considerare l’alimentazione un concetto da analizzare criticamente, soppesando principi logici ed etici di ogni posizione che si assume, è poco digeribile perché si sta parlando di una colonna portante dell’esistenza e della socialità umana. 

Il dibattito sull’alimentazione vegetariana è come la faccia di Andrea Scanzi. Ti fa schifo a prescindere da qualunque contenuto esca fuori.
Quindi come faccio ad argomentare il mio pensiero?  

Primo, vi distraggo con immagini buffe. 

(PS: ho cercato "immagini buffe" su Google) 

Secondo, cerco di raccogliere le idee e rubacchio qua e là da gente più in gamba di me. 

Il primo motivo per cui i vegetariani e vegani non sono pazzi è che l’agricoltura animale è la prima responsabile al mondo dell’emissione di gas serra (51% secondo un recente report di Worldwatch), che a sua volta è considerata la più grande minaccia ambientale esistente al mondo ad oggi.
Il dato più impressionante che si può citare sull’argomento riguarda la previsione secondo cui se smettessimo immediatamente di utilizzare qualsiasi mezzo di trasporto (automobili, aerei ecc.) e non cambiassimo le nostre abitudini alimentari, produrremmo comunque danni ambientali irreversibili al pianeta. 
Altre previsioni, anche più conservative di quella di Worldwatch, indicano comunque l’industria alimentare collegata alla produzione di carne e latticini come irrimediabilmente prima tra le cause di riscaldamento globale.
Fatevi un giro qui per leggere le proiezioni dell’UNEP - Global Environmental Alert Service. 

Il secondo motivo per cui i vegetariani e vegani non sono pazzi è che la produzione di alimenti basati su frutta e verdura è significativamente meno inquinante e gravosa sulle risorse del pianeta che la produzione di alimenti data dall’allevamento animale. 
Esiste una roba chiamata IPCC, o Intergovernmental Panel on Climate Change, che ha riunito la comunità scientifica per dimostrare in modo definitivo che se la popolazione globale alterasse la propria dieta in modo da diminuire il consumo di carne, pesce e latticini (come tra l’altro è raccomandato da praticamente tutti gli istituti per la sanità globale), questo risulterebbe in una riduzione pari a 4.3 gigatoni di diossido di carbonio ogni anno. 

Ho detto gigatoni, non rigatoni. Maledetta amatriciana

 

In termini di sfruttamento di terreni e risorse idriche, è ben documentato come la produzione di alimenti di origine animale richieda una quantità incredibilmente più alta di risorse rispetto all’agricoltura vegetale, arrivando ad una necessità che va dalle 5 alle 20 volte più terra e acqua per grammo.
E questo potrebbe essere una terza ragione per cui i vegetariani e vegani non sono pazzi. 

Questi sono 3 argomenti abbastanza noiosi, ma sono anche fra i miei preferiti quando mi trovo a presentare le mie convinzioni in materia.
Mi permettono di restare su un piano puramente scientifico e obiettivo, ed è ciò di cui il dibattito avrebbe disperatamente bisogno: meno stadio, da una parte e dall’altra, e più divulgazione scientifica.
Da nessuna parte, all’interno dell’esposizione di questi argomenti, sentirete parlare qualcuno in termini di “povere mucche”. 

La cantilena sermoneggiante di una certa comunità vegana è quanto di più dannoso si possa fare per la causa, ed è esattamente ciò che conduce a pericolose generalizzazioni sul “vegano come disturbato”.
Scegliere di essere vegetariani non è imperativo e non ti trasforma automaticamente in una persona migliore; semplicemente, essere vegetariani e vegani è una questione di buon senso e di spirito di cittadinanza responsabile e consapevole. Un po’ come fare la differenziata. 
Che poi a me, a pensarci bene, fare la differenziata sta sulle balle.
E qui torniamo al punto di prima: la frutta e la verdura hanno bisogno di essere più simpatici, perché per adesso non siamo sulla buona strada.
Le uniche che hanno fatto qualche progresso sono le banane. Le banane sono molto simpatiche. 

 

Smettere di mangiare carne è difficile, ma sapete cos’altro è difficilissimo? Smettere di liquidare come puerile e futile il dibattito sull’alimentazione vegetariana.
E la domanda decisiva, quando ci si trova di fronte a qualcosa di difficile, è se ne valga la pena. 
Sappiamo per certo che, perlomeno, questa scelta aiuterà a prevenire la deforestazione, a contenere il riscaldamento globale, ridurre l’inquinamento, preservare le riserve petrolifere, attenuare la devastazione di habitat e climi sia sulla terra che negli oceani, diminuire gli abusi sui diritti umani, migliorare la salute pubblica e contribuire ad eliminare i maltrattamenti sugli animali più sistematici della storia del pianeta. 

Penso dall'altra parte che sia preciso dovere di ogni vegetariano oggi allontanarsi il più possibile dal suo stereotipo, e che le cazzate di Cruciani e le macchiette di Crozza siano un campanello d’allarme di fronte al quale non indignarsi, ma da accogliere come lo specchio parzialmente deforme di una verità: se il mondo ti percepisce come un proto-hippie fuori di testa che vaneggia di pizze alla quinoa, forse stai sbagliando qualcosa sul piano della comunicazione. 
E una causa sarà sempre vincente tanto quanto è competitiva la sua campagna di marketing. 

Davide Mela

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