Klopp, attento: Liverpool non è Lourdes (e tu non farai miracoli)

Klopp, attento: Liverpool non è Lourdes (e tu non farai miracoli)

È notizia di ieri l’arrivo sulla panchina del Liverpool di Jurgen Klopp dopo l’esonero di Brendan Rodgers, avvenuto al termine del derby della Mersey con l’Everton, conclusosi per 1-1.

Qualche mese fa su queste pagine scrivevamo delle possibili difficoltà che i Reds avrebbero potuto incontrare nel corso della stagione, a causa di una scriteriata conduzione del mercato estivo che aveva portato i 18 volte campioni d’Inghilterra a spendere una novantina di milioni per Benteke e Firmino, attaccanti che da promesse potevano facilmente tramutarsi in pistole puntate alla tempia.
Dicevamo anche che il tecnico nordirlandese, maestro nel coltivare talenti in squadre da medio-alta classifica, era l’unico in grado di trarre qualcosa di buono da questa situazione. Il suo esonero segna la fine delle sue possibilità sulla panchina del Liverpool.

Jurgen Klopp, già entusiasticamente rinominato Jurgen Kop, è uno dei grandi allenatori dell’ultimo decennio, messosi in mostra in Germania alla guida del Mainz e, soprattutto, del Borussia Dortmund. Con i gialloneri, che arrivavano da un misero 13° posto in Bundesliga, imposta un gioco aggressivo, rapido ed estremamente efficace. I primi due anni di warm up, con un sesto e un quinto posto, buoni a far crescere quella nidiata di talenti che corrisponde ai nomi di Götze, Lewandoski, Reus, Kagawa, Hummels, Błaszczykowski, Grosskreutz, Sahin. Una generazione di calciatori che fanno le fortune dei vestfaliani sia in termini sportivi – il Dortmund ottiene due titoli consecutivi in Bundesliga – sia in termini finanziari – centravanti polacco a parte, le loro cessioni hanno portato (o porteranno) vagonate di milioni.
Sempre in termini sportivi, la finale di Champions League 2012-’13, persa contro il Bayern di Heynckes, ha rappresentato il culmine per la carriera di Klopp al Borussia Dortmund.

Al termine dell’ultima stagione, disastrosa per via degli infortuni e di una freschezza psico-atletica ormai perduta, Klopp si dimette dalla guida dei tedeschi e si prende l’anno sabbatico, salvo poi accettare la guida del Liverpool a ottobre 2015.

E qui giungiamo alla domanda fondamentale: ha fatto bene, Klopp, ad accettare l’offerta della dirigenza dei Reds? Ve lo dico subito. No.
Klopp viene, come detto, da 4 stagioni esaltanti (due campionati, due secondi posti, una finale di Champions) e da una debacle abbastanza clamorosa nell’ultima; la sua fortuna è che gli ottimi risultati precedenti gli forniscono un ottimo alibi per quest’ultimo anno in cui il Dortmund è stato a lungo a rischio retrocessione.

Che tipo di allenatore è Klopp? Uno che sa lavorare con i giovani e con le promesse. La Generazione-Dortmund non sarebbe sbocciata così intensamente senza il suo apporto. Certamente è capace di infonde gioco e mentalità ai suoi uomini, che riescono a replicare fedelmente quanto provato in allenamento.
Il Dortmund di Klopp – quello vero, non quello dell’ultima stagione – dava la sensazione di essere una specie di flipper in cui, non appena iniziata l’azione, la palla si muoveva freneticamente e in maniera studiata e collaudata.
Il Dortmund di Klopp era una squadra bellissima.

Se c’è qualcuno che non deve più dimostrare nulla nel mondo del calcio, quello, signori e signore, è Jurgen Klopp. Vinte le sue scommesse e messo il suo nome su alcune delle imprese più sorprendenti del football degli anni Duemila – scippare due titoli consecutivi al Bayern Monaco è faccenda per pochi eletti -, non ha bisogno di mettersi ulteriormente alla prova.
Ecco perché la scelta di allenare il Liverpool è un rischio clamoroso per la sua carriera. Da molti anni il Liverpool vive una crisi tecnica nella quale le colonne della squadra che ha portato il club sul tetto del mondo soltanto 10 anni fa vengono rimpiazzate da giovani che non rendono quasi mai secondo quanto prospettato. Le campagne acquisti degli ultimi due anni, farcite di promesse ancora inevase, rappresentano bene la situazione in casa Liverpool.

Il punto è che primeggiare nel calcio inglese è diventato economicamente insostenibile se non ti chiami Mancheter United, Manchester City o Chelsea. L’Arsenal, che pure ogni anno agguanta il quarto posto valido per i playoff di Champions League, non vince il titolo da un decennio. Il Tottenham, che con le cessioni multimilionarie ha incassato una fortuna, non fa nemmeno testo. L’unica speranza è chiamarsi Southampton, Aston Villa, Everton o Swansea, non avere aspettative e pressioni di alcun genere, e affrontare la stagione sapendo che tutto quello che verrà – salvezza a parte – sarà un di più.

Il Liverpool, chiaramente, non può permettersi di ragionare in questi termini. Non può dire ai propri tifosi che le ambizioni della squadra 18 volte campione d’Inghliterra sono da 5°-6° posto. D’altra parte, non ha la forza economica – e con gli acquisti fatti negli ultimi anni, anche la competenza societaria – per sfidare le nuove big d’Inghilterra. I risultati degli ultimi anni certificano questo dato di fatto.

Klopp si è messo nella condizione, quindi, di operare un nuovo miracolo. Se dovesse riuscire a riportare il titolo a Liverpool compirebbe qualcosa che nel calcio moderno nessuno ha mai fatto. Sappiamo tutti come siano arrivati i primi due titoli della pur grande Inter di Mancini, e se state pensando a quel paragone, vi prego, smettetela.

Starete anche pensando che, in fondo, Klopp ha già fatto qualcosa del genere: nessuno si aspettava i due titoli a Dortmund, e invece. Non dimentichiamoci, però, che il modello Premier League è radicalmente diverso da quello Bundesliga. In Germania c’è una sola squadra al comando, mentre le altre grandi squadre si alternano ai primi posti della classifica. Squadre come Bayer Leverkusen, Wolfsburg e Schalke 04 difficilmente ripetono i grandi risultati con continuità.
In Inghilterra, le tre grandi vincono da una decina d’anni, e quand’anche una delle tre vada in crisi, le altre due schiacciano la concorrenza senza troppi problemi. Scendendo di un gradino nella scala sociale dei club inglesi, troviamo Everton, Tottenham, Arsenal e le due o tre sorprese dell’anno. Il Liverpool si gioca quasi sempre il campionato con loro e capite bene che finire sesti o settimi è un attimo e non può essere sempre un disonore.

Klopp si è messo davvero nei guai. Se non riuscirà a combinare qualcosa di buono in Inghilterra la sua carriera rischia, e qui il paragone sembrerà ingeneroso, di seguire le orme di Mazzarri, oggi allenatore deriso per i suoi ultimi trascorsi interisti, ma allenatore di talento a Napoli, Genova e Reggio Calabria. Qual è stato l’errore del tecnico toscano? Accettare, dopo la grande esperienza a Napoli, la panchina dell’Inter, una squadra in ricostruzione e nel pieno di una smobilitazione societaria. Concluso il ciclo napoletano, Mazzarri avrebbe dovuto aspettare la chiamata di una vera big, Juventus o Roma, per dare sostanza a una carriera che lo ha visto protagonista con club e trofei minori. Ingolosito dal maxi ingaggio, ha scelto la strada di Milano e ora è fuori dal giro che conta – e chi sa se vi rientrerà mai.

Klopp rischia la stessa fine. Aspettare la fine di questa stagione non gli sarebbe costato nulla. Aspettare che le panchine di Bayern Monaco, Real Madrid, Juventus, Paris Saint Germain, United e City si liberassero – ho citato soltanto le più a rischio tra le big d’Europa – gli avrebbe dato la grande chance, perché a fine carriera si contano i titoli e a Liverpool non ne vedono da tanti anni. Buona fortuna Jurgen, che la Kop sia con te.  

Maurizio Riguzzi
@twitTagli 

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