Keynes e il Fondo Monetario Internazionale

Keynes e il Fondo Monetario Internazionale

Alla fine anche il più agguerrito e convinto sostenitore dell’austerity ha dovuto soccombere: il Fondo Monetario Internazionale si è scoperto keynesiano. Proprio quel Fmi che, assieme a Bce e Commissione Europa, ha introdotto nei paesi europei l’austerità fiscale (cioè tagli alla spesa pubblica) in cambio degli aiuti finanziari richiesti per combattere la crisi. Proprio quel Fmi che fino ad oggi ha bacchettato i governi responsabili di deviare dal sacro cammino del pareggio in bilancio. Oggi quel Fmi lancia un chiaro messaggio: “Basta tagli, è ora di spendere”. 

Il monito arriva dalla pubblicazione più prestigiosa dell’organizzazione, il World Economic Outlook. Nell’ultimo numero, gli economisti di Washington evidenziano come l’aumento di investimenti in infrastrutture stimoli la crescita sia nel breve che nel lungo periodo, “in particolare durante periodi di stagnazione economica”. Quel che si legge dopo è degno della più estrema sinistra greca di Syrizia: “I progetti finanziati a debito potrebbero avere ampi effetti sull’output senza aumentare il rapporto debito/PIL”. 

In sostanza, un invito a indebitarsi per investire. L’effetto degli investimenti sulla domanda e sul Pil compenserebbe l’aumento del debito. Alla faccia del pareggio in bilancio. Praticamente quello che gli economisti keynesiani chiedono dall’inizio della crisi europea (e anche noi). Un importante passo indietro rispetto alla santissima fede dell’austerity, che solo due anni fa sembrava l’unica cura possibile ai mali europei.
Cos’è cambiato da allora?  Abbiamo visto gli effetti dell’austerità. L’Europa è in stagnazione e cammina pericolosamente sul ciglio di una terza recessione. La cura non ha funzionato, ha peggiorato impaziente.

In realtà segnali di cambiamento all’interno del Fmi ci furono già mesi fa, quando il capo economista Olivier Blanchard ammise di aver sottostimato gli effetti recessivi dell’austerità.
L’Fmi non è il primo soggetto a mettere in discussione la dottrina dell’austerity: prima di loro anche Mario Draghi, governatore della Bce, nel suo discorso a Jackson Hole riconobbe l’eccessiva debolezza della domanda aggregata in Europa e il bisogno di stimolo attraverso l’aumento i salari.

A loro si aggiunge una rivista tradizionalmente non proprio di sinistra: l’Economist. Nel numero di questa settimana, il settimanale inglese parla della debolezza dell’eurozona, e la ricetta per uscirne è la stessa: investimenti. 
“La promessa di azzerare il deficit nel 2015 era al centro della campagna elettorale della Merkel”, scrive l’Economist.

“Rimanere su questa idea è popolare, perché gli elettori tedeschi vedono il deficit come dannoso
, inefficace e probabilmente immorale”. Tuttavia, “ossessionarsi con il pareggio in bilancio nonostante la recessione è rischioso. Uno stimolo fiscale, incentrato sugli investimenti in infrastrutture, lascerebbe il paese più sicuro nel breve periodo e capace di crescere nel lungo.”

Insomma, l’evidente fallimento dell’austerity sta portando a un ripensamento della politica economica europea. “Siamo tutti keynesiani ora”, sosteneva Friedman.
Tutti tranne la Germania.
Purtroppo.

Luca Gemmi
@twiTagli

Commenti

il rovescio della medaglia

Io non sono un grande esperto di economia, ma la mia impressione è che la politica di austerity non è così malvagia come la si voglia dipingere, ma che il principale fautore della stagnazione che stiamo vivendo sia stata l'incapacità dei governi europei di ridimensionare la spesa pubblica per poter investire in riforme senza dover ricorrere all'immissione di moneta.
Forse il mio sarà un ragionamento utopico, ma una "cosa pubblica" efficiente e senza sprechi non ha bisogno di politiche keynesiane, perchè è in grado di trovare le risorse ottimizzando sè stessa e non attingendo a prestiti: però allora non è altrettanto utopico (se non di più) pensare che la stessa "cosa pubblica" sia in grado di ridimensionare i propri sprechi in un momento di crescita senza il fiato sul collo dei cittadini stremati?
La mia più grossa preoccupazione riguardo alle politiche espansive è proprio questa, ovvero che con l'aumentare della crescita e il diminuire della crisi, vengano meno anche tutti i discorsi di razionalizzazione, perchè non più all'ordine del giorno.
In questo senso credo che più che parlare dei fallimenti dell'austerity o del quanto fosse necessaria una virata drastica verso i dettami di Keynes, sarebbe più necessario sottolineare quanto il fallimento sia dovuto all'incapacità politica dei governi (e di chi li ha votati) di mettere in atto le riforme necessarie: alla fine se io spendo più di quanto guadagno e qualcuno mi presta dei soldi, ritarderò solo il momento in cui andrò in bancarotta, ma rimarrà comunque la mia fine certa.

Saluti,
Carlo Alberto

La ragione della stagnazione

La ragione della stagnazione è il crollo della domanda aggregata. La domanda diminuisce ulteriormente se si taglia la spesa (e parliamo di spesa, non di sprechi). Le cosiddette "riforme strutturali" sono un concetto vago e generale. Le riforme strutturali veramente utili, come la firma della giustizia, sono certamente utili alla crescita, ma solo nel medio-lungo termine. Nel breve ci serve il caro e vecchio stimolo fiscale, anche indebitandosi.

L'economia è una scienza sociale, non è una questione morale. La crisi non è stata causata dai debiti troppo alti, i debiti sono stati la miccia che ha fatto saltare il sistema. Ma anche se fossero proprio loro la causa, ora come ora il metodo migliore per avere meno debito in futuro e aumentare il defict oggi. Non scordiamoci che sia debito che deficit sono espressi in percentuale del Pil, e se il Pil crolla, non c'è politica di pareggio di bilancio che tenga.

La ragione del fallimento

La ragione del fallimento della austerity risiede nella sua applicazione concreta (specialmente, ma non solo nel nostro paese). I soldi ci sono e ci sono sempre stati solo che le nostre classi dirigenti perseverano a vivere nel lusso più sfrenato non volendo rinunciare a nessun tipo di sfizio. Se analizziamo attentamente dove hanno tagliato i governi Monti e Letta rabbrividiamo. Non un solo Euro dalle pensioni d'oro ad esempio o dagli stipendi di parlamentari e senatori. Potevamo creare le condizioni per il vero e proprio socialismo reale, che si sarebbe concretizzato nel rendere più sobrie le nostre classi dirigenti, invece abbiamo posto le condizioni per una, ahimè, spietata oligarchia bancaria.

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