Jeunesse brisèe: di mezzi pubblici, piccoli tamarri e sigarette elettroniche

Jeunesse brisèe: di mezzi pubblici, piccoli tamarri e sigarette elettroniche

Pochi giorni fa salgo sul pullman (che può definirsi, dopo tanti anni di frequentazioni, un fidato compagno di vita). Tra me e i mezzi è sempre stato un rapporto di convivenza obbligata ma quieta, un po’ come il rapporto che si ha con quella ragazza che non ti piace neanche poi tanto ma che - in nome della tempesta ormonale tipica del periodo medie-liceo - finisci per farti andare bene al fine di variegare la dieta del Tremorz impazzito che nascondi a quell’età nei boxer.

Non ho mai gradito completamente il fatto di dovermi accompagnare su un mezzo vecchio, poco spazioso e scomodo, ma sono arrivato col tempo ad apprezzarne il fascino hipster che conferisce.
E poi sticazzi, col caro benzina l’altro mezzo vecchio, poco spazioso e scomodo conviene tenerlo in caldo e centellinarlo sapientemente per le occasioni speciali.
Non voglio comunque divagare: il pullman lo prendo sempre alla stessa ora, da un po’ di mesi sempre con lo stesso autista, e (visto che salgo vicino al capolinea) perfino sedendomi sempre allo stesso posto. Il mio posto, ormai.

Due_TruzziStavolta ci trovo seduto lui: uno degli indizi che hanno convinto don Livio Fanzaga che forse forse l’evoluzionismo non è che sia tutta sta stronzata; una di quelle prove che potrebbe offrire Roberto Giacobbo per convincerci che i suoi discorsi sugli alieni non sono solo troiate scritte da un fan a caso di George Lucas. 
Presumibilmente undici, dodici anni, alto un metro e una palla di sputi, cappellino rosso appoggiato sulla nuca, felpa blu con zip e pelo bianco nel corrispondente cappuccio, pantaloni neri della tuta tenuti sotto la linea del culo (giusto per far intravedere degli elegantissimi boxer giallo fluo) e scarpe alte bianche in cui infilare tutto quell’avanzo di pantalone.
Non fosse per l’età fin troppo tenera avrei proposto un test di paternità incrociato con Oscar Giannino, perché cannare cinque abbinamenti con cinque capi implica un talento non indifferente. Da laurea alla Chicago Booth quasi.

Scelgo dunque un posto alternativo e, colto da un interesse misto tra lo zoologico e il sociologico, inizio ad osservare i suoi gesti attentamente, mentre cerco di capire perché il Signore abbia ancora una volta deciso di mettere sul mio cammino un simile aborto cromatico: non sono mica ancora sul posto di lavoro, in fondo.
Parte il pullman e, rompendo la mia aria disinteressata (finta come una moneta da 3 euro, ma amen) vedo un gesto che mi fa accaponare persino i peli dei piedi: estrae da un sacchetto che si porta appresso una sigaretta elettronica ancora parzialmente inscatolata.

L’ha chiaramente appena comprata, sicché comincia a rigirarsela in mano, ci soffia, ci tira, ci guarda dentro, la annusa. Io dal canto mio, vedendo la scena, provo il forte desiderio, alternativamente, o di forarmi il cranio e iniettarmici dentro litri di piscio caldo e fumante per morire lentamente e con la schiuma alla bocca oppure di schiacciarmi i testicoli tra un blocco di ghiaccio e una griglia accesa.
Non sapendo poi bene ancora che farci la tiene in mano a mo’ di telecomando del decoder, dando di tanto in tanto dei tiri (a vuoto) e guardando con viso truce tutti coloro che passano dalla porta.

La miseria umana disciolta nell’aria raggiunge livelli record. Perché per prendere in mano uno di quei dildi che sputano vapore devi almeno avere avuto dei trascorsi di media o lunga entità con la variante analogica, non prendiamoci in giro, cribbio: ciucciare H2O prima ancora di inalare il monossido (e assai prima di restare colpiti dalle immagini shock dei polmoni cimiti che tanto piacciono ai Ministeri della Salute all around the world) non solo è un po’ come pulirsi prima di andare al cesso, ma è anche profondamente da stronzi.

La mia infanzia/pubertà ha avuto delle date critiche che mi hanno aiutato a fissare dei serissimi standard: i primi videogiochi, i primi fumetti, il primo bacio (con quella gran bastarda con l’apparecchio), le prime botte date e prese (con quel cretino di Roma che salì a Torino solo per fare il gradasso e tornò a casetta col naso rotto e l’onore offeso), la prima sigaretta (ma sì, per provare) e le prime timide bevute, ma tutto graduale e cadenzato.
Me la vedo proprio la sua scena: il frugoletto si è scoperto tabagista mentre rimetteva a posto i lego tra un succo di frutta alla pesca e una crostatina Mulino Bianco, e visto che due settimane fa ha rantolato una palla di catarro grossa come un robot da cucina ha deciso di passare alla salutare (anche no) alternativa chimica. 
Perché così presto, piccolo Lucio (era identico, lo garantisco)? Perché non hai seguito l’istinto e non hai continuato la via dell’obesità infantile anziché lanciarti in questa ricerca di attenzioni così disperata?

Abitualmente mi sarei fatto i sacrosanti cazzi miei, come è d’uso nominare il proprio business dalle parti della Linguadoca, ma stavolta no: sento di avere una missione umanitaria da compiere, lo voglio riportare sulla retta via. 
Sicché gli vado vicino e, con tono ben udibile da ogni passeggero, gli lascio una massima direttamente ispiratami dall’intervento congiunto di Lao Tsu e Confucio.

“Va bene la povertà, ché vedo che i soldi per vestirti da cristiano non li hai ancora pianti; però se non butti qualche euro per comprarti pure il liquido la vedo dura continuare a tirare in quel flauto”

Lui, viola in faccia, scende appena si ferma il pullman sicuramente maledicendomi e sicuramente ritenendomi responsabile per tutti gli efferati omicidi a cui si dedicherà in futuro - per risanare il suo onore impunemente stuprato dal perfetto sconosciuto (che per lui sono e resto). 
Mi ringrazierà quando sarà grande. Magari inviandomi l’orecchio della sua 666esima vittima per posta celere, che so io?, tanto alla fine l’importante è il pensiero.

Riccardo “Cook” Cardone
@twitTagli

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