ITALICA NOIR - Il regno delle mosche

ITALICA NOIR - Il regno delle mosche

5 luglio 1955 – 5 luglio 2015: un macabro enigma che dura da 60 anni. È un mistero irrisolto, un giallo il cui capitolo finale, quello della risoluzione del caso e sull’identità svelata dell’assassino, non è mai stato scritto. Le ultime pagine di questo thriller sono strappate via e gettate nel vento dell’ignoto; la storia s’interrompe e annega nelle ipotesi, sprofonda in un vortice di punti interrogativi insoddisfatti.
Non sapremo mai.

Il lago Albano è un ovale d’acqua di origine vulcanica, sulla sponda occidentale è dominato da Castel Gandolfo, borgo scelto dai papi come residenza estiva fin dal XVII secolo. La sabbia è nera, le acque sono scure.
Una barca a remi procede vicino alla riva. Due gitanti, Antonio Solazzi, meccanico, e Luigi Barboni, sacrestano, cercano un luogo appartato, perché il meccanico deve andare di corpo. Sbarca di gran carriera il Solazzi, sulla spiaggia limacciosa, corre verso il bosco, già si sta tirando giù le brache tra i cespugli quando...

Un passo indietro, tre passi indietro. S’inciampa tra le pietre, retrocedendo. Mosche, a milioni. Il ronzio è baccano. C’è un odore che penetra nelle narici ed entra dentro la testa, un gas malefico che attecchisce nella zona della mente destinata ad immagazzinare i ricordi.
Una puzza che non scorderà, l’olfatto rimane scioccato.
C’è un cadavere di donna, senza vestiti, adagiato sulla terra, coperto in parte da un sudario di fogli di giornale. È in avanzato stato di decomposizione.
Fa caldo, l’estate imputridisce la carne morta. La donna non ha la testa.

Scappano i due gitanti, imprecando in romanesco, remano via veloci, terrorizzati, manco avessero un motore fuoribordo al posto delle braccia.
Denunciano il fatto ai carabinieri soltanto due giorni dopo, quando la morsa del panico si affievolisce un poco.

“Non potei muovermi per qualche minuto, e mi aggrappai ad una pianta; mi sembrava che tutto intorno a me girasse vorticosamente. Quel tempo mi è sembrato un secolo. Infine, quando ho trovato la forza di allontanarmi, mi sono dovuto trascinare, perché le gambe mi si piegavano”.

Tocca ai carabinieri scendere là sotto, seguendo la nausebonda scia di un corpo che marcisce al sole, coi fazzoletti sul naso e la bocca, povero rimedio a quella puzza che fa svenire. Sono nella radura indicata dal giovane, di fronte alla decapitata del lago, nel regno delle mosche di Albano.

Il lenzuolo di giornali macchiato di sangue che reca la data del 5 luglio 1955, è del Messaggero di Roma.
Notizie del 5 luglio 1955:

  • Raggiunto l’accordo sui vari punti del programma di governo in un’interminabile riunione nella notte, tra i partiti di centro. Democristiani, liberali, socialdemocratici e repubblicani hanno siglato il patto.
    L’indomani Antonio Segni salirà al Quirinale dal Presidente Giovanni Gronchi per assumere la carica di Presidente del Consiglio dell’undicesimo governo della Repubblica Italiana.
  • Un fatto senza precedenti nella storia dell’URSS. Tutto il governo sovietico è ospite dell’ambasciata americana di Mosca, in occasione delle celebrazioni per la festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti, nella bella residenza dell’ambasciatore, lo “Spasso Dom.”
    Clima disteso, amichevole, alcolico.
    Il bourbon incontra la vodka.
  • Torino. In Via Saluzzo  una donna dalle larghe spalle s’imbatte in una pattuglia in borghese della polizia e attacca loro bottone. Insospettiti dalla voce baritonale e dalla barba della brutta donna, gli agenti le intimano di favorire i documenti.
    La signora tenta una fuga maldestra con i tacchi ai piedi ma subito è acciuffata.
    Sotto le vesti rubate alla  moglie, busto e giarrettiere incluse, si cela un ex-commerciante di 65 anni, non nuovo a tali episodi di grave squilibrio.
    L’uomo, totalmente folle, è internato in un istituto per alienati.

Ma chi è quella donna senza testa? Gli investigatori, vincendo il ribrezzo, si chinano sul cadavere. Larghe chiazze di sudore si disegnano sulle schiene in divisa beige estiva. Un appuntato fotografa la decapitata.
Un tenente parla, gli altri lo ascoltano, zitti:

“Per ora si sa solo che è alta 1,58 circa. Il circa è per via della testa mancante. Ha la carnagione scura e, presumibilmente, ha i capelli mori.
È stata decapitata di netto, forse con un unico colpo preciso, l’assassino potrebbe aver utilizzato una scure.
Riteniamo che l’assassino o gli assassini le abbiano mozzato la testa in questo stesso punto dove hanno abbandonato la donna: il terreno sotto l’amputazione è più scuro, intriso di sangue in profondità.
Alcuni pugni di terra sono prelevati per le analisi per confermare questo fatto. 
Le mani sono curate, ha lo smalto rosso ben messo sulle unghie, così come sulle dita dei piedi.
Ferite da taglio, di una lama che l’ha pugnalata con furia, sono distribuite sull’addome e sul ventre. Giratela a pancia in giù.”

Due carabinieri con i guanti, girano il corpo senza testa, con delicatezza. Zaffata che si alza da terra. Un militare si solleva di scatto dalle ginocchia con le mani sulla bocca, scappa distante per vomitare tra le frasche.
Larve e vermi strisciano nelle membra che marciscono, parassiti striscianti dell’immondo. Le mosche, carnivore, ingrassate, mai sazie, ronzano padrone della radura, a stormi molesti.
I carabinieri mollano schiaffi in aria.

“Altre ferite, molte e profonde sono state inferte alla vittima sulla schiena.”

L’appuntato fotografa la schiena bucata, il sangue raffermo, la pelle che si sta squagliando, sporca di terriccio e invasa dagli insetti in piccoli eserciti di avvoltoi voraci.

“L’avanzato stato di decomposizione del corpo ci fa procedere con difficoltà nella prima ricostruzione di quello che è successo.
I polpastrelli sono consumati dalla putrefazione, non riusciamo a prendere chiare impronte digitali alla vittima.
Le ricerche di stamane volte a ritrovare la testa, non hanno dato esito positivo, nemmeno con l’aiuto dei cani.
La testa non si trova, è stata portata via, non è in zona.
Fino a questo momento, abbiamo rinvenuto, oltre alle pagine del Messaggero di una settimana fa, un portachiavi, un orecchino con pendaglio triangolare, il frammento di una foto che ritrae un uomo e una donna a braccetto.
Inoltre al polso sinistro era allacciato un piccolo orologio di marca Zeus, con le lancette ferme alle ore 3.36. Che sia l’ora dell’omicidio?”

Nessun documento o ulteriore indizio viene ritrovato in quel sottobosco di putrefazione e sciami di mosche, l’identità della giovane rimane oscura. Un furgone nero dell’obitorio si allontana con i resti avvolti nella plastica, verso l’istituto di medicina legale di Roma.
L’autopsia rivela che la vittima ha subito un’operazione di appendicite in passato, e in epoca più recente un intervento di asportazione dell’utero, un’iserectomia.
Non poteva più avere figli.
Potrebbe trattarsi di un aborto.
Il professore termina la perizia necroscopica sul tavolo anatomico, si sfila i guanti di lattice chiazzati di materia organica per gettarli nel cestino e afferma:

“È sicuramente opera di mani esperte, di chi sa usare strumenti chirugici con precisione. La tecnica usata per l’asportazione degli organi uterini e per l’amputazione della testa è da anatomisti competenti. Sì, non ho dubbi, è il lavoro di un medico.”

Non solo quella romana, ma tutte le questure d’Italia lavorano per dare un’identità alla ragazza. I giornali fanno clamore, è il caso dell’estate ’55. Dodici fanciulle scomparse in quei giorni, allarmate dalle radio e dai titoli delle testate, si fanno ritrovare.
Un americano che guida una spider inglese targata K.R.W. desta sospetti. Bighellona nei pressi del luogo del delitto, ha una sguardo allucinato, strano.
Sotto le foglie di un cespuglio nel regno delle mosche di Albano spunta un pezzo di un pettine di marca americana.
Tombola!
Ma che tombola e tombola, neppure un ambo. Lo yankee sbigottito, interrogato per ore, non c’entra nulla con questa storia.

Un medico italo-francese è scomparso assieme alla moglie dalla sua abitazione nel quartiere di Monte Mario. La lampadina s’accende nella testa degli investigatori. Quel dottore, che esercitava la professione a Lione, s’è trasferito a Roma dopo che è stato radiato dall’ordine dei medici, e cosa più intrigante, la fisionomia della moglie coincide con quella della decapitata del lago.
Falso allarme, è solo un altro miraggio.
La lampadina si spegne.

I sommozzatori si tuffano in lunghe apnee giù a setacciare i fondali limacciosi. Non trovano nulla sotto la superficie dell’acqua torbida, ma qualcosa sopra sì.
Una piccola barca a remi, è alla deriva tra i canneti. Manca un remo.
È una barca abbandonata, fantasma.

Viene ascoltato a lungo l’oste Primo Petriconi, proprietario dei bagni-ristorante Paradiso, che distano duecento metri dal posto del fattaccio.
Quell’imbarcazione è di sua proprietà, è una di quelle che affitta ai gitanti del lago. Petriconi si sforza a scandagliare la memoria e ricorda vago che la mattina del 5 luglio aveva affittato la barca numero 3 ad una coppia, ma di quelle due persone può fornire solo un’immagine sfocata, già dimenticata, una descrizione in due parole.
L’altezza e la carnagione della donna potrebbero essere le stessa della vittima, elementi che combaciano tra loro, anche se deboli; ma è più che plausibile ritenere che l’assassinata, assolutamente all’oscuro del suo destino, abbia seguito il suo boia volontariamente, magari con la promessa di un giro romantico e che poi dopo il delitto, il maniaco abbia scelto di fuggire a piedi, risalendo il crinale boschivo verso la strada, lasciando la sua preda in pasto alle mosche.

In una stanza della questura, è in corso una riunione. Le finestre sono spalancate sul cortile, fa un caldo boia, la stanza è affollata di uomini che sudano, un ventilatore di prima della guerra fa male il suo mestiere da un angolo dell’ufficio.
Tutti fumano, l’odore del tabacco nazionale si mischia a quelle di ascelle da strizzare. Presenti il dottor Magliozzi capo della Squadra Mobile, il dottor Macera capo della Squadra Omicidi, il tenente Fiasconaro della caserma dei carabinieri di Albano, tre specialisti della scientifica, tre ispettori, due funzionari di polizia con la funzione di agenti di collegamento con l’Interpol.
Parla Magliozzi.

“Signori, questo caso è da risolvere.
L’attenzione mediatica di tutto il Paese sulla vicenda ce lo impone, c’è in gioco la nostra professionalità come poliziotti.
Ieri sera ho ricevuto una telefonata dal Viminale a cui avrei preferito non rispondere. La voce perentoria dal ministro degli Interni Tambroni non solo chiede, ma intima che si faccia luce sul delitto al più presto.
L’onorevole ha deciso di mettere una ricompensa di due milioni per chi dia informazioni utili alle indagini. Aspettatevi dunque di essere sommersi da segnalazioni di matti e sciacalli.
La cosa più importante adesso, come ho ripetuto e non sono stanco di ripetere, è di concentrare tutti gli sforzi delle forze dell’ordine coinvolte nelle indagini per svelare finalmente l’identità della vittima.
Date un nome a quel corpo, Cristo Santo! Date una faccia alla decapitata, per Dio!”

Pugni sul tavolo.

“Troviamo l’identità della donna e troveremo l’assassino, ne sono convinto. Il fatto che l’abbia decapitata, che abbia occultato la sua borsetta, fa parte del suo piano per evitare il riconoscimento della vittima.
Non vuole che si sappia chi ha ucciso perché l’identità della decapitata deve essere strettamente collegata con quella del suo assassino, deve essere così!
Dunque una volta che daremo un nome e un cognome alla decapitata potremo ricostruire la sua storia, e soprattutto sapremo chi la conosceva.
Tra le sue conoscenze c’è anche il suo assassino con il movente. Un marito, un amante, un pretendente. È così.
Il caso ha ormai assunto un clamore tale da avere la priorità su tutto. E non dico solo qua a Roma e nel Lazio ma in tutta Italia, e anche oltre, perché abbiamo deciso di coinvolgere le polizie straniere, l’Interpol è qua per questo.”

Cenno con la testa dei due funzionari dell’Interpol.

“Già in queste ore i colleghi di Scotland Yard stanno vagliando alcune possibilità. Sono a lavorare su casi di donne scomparse, in particolare su alcune turiste britanniche in vacanze all’estero di cui si è perso traccia nelle ultime settimane.
Insomma, nulla rimarrà intentato.
Vediamo ora al nostro misero indizio dell’orologio di marca Zeus. È un oggettino di poco valore, lo si trova per poche lire nelle gioiellerie economiche di periferia.
È stato prodotto in appena 150 esemplari. Ecco le foto con l’ingrandimento dell’oggetto.”

Il dottor Magliozzi solleva dal tavolo una grossa fotografia in bianco e nero.

“La foto verrà mostrata questa sera stessa sugli apparecchi televisivi durante l’edizione del telegiornale delle 21 sul Primo Programma.
Ecco, notate il numero di fabbricazione 858, l’incisione del nome “Ines”, e questo strano marchio con la lettera P.
L’orologio che un tempo era dorato, ha subito una cromatura completa; tradotto vuol dire che non dobbiamo solo fare domande a chi può averlo venduto ma anche a tutti gli orologiai che l’hanno riparato.
Metteremo al setaccio tutto gli orologiai di Roma e provincia che avevano in vendita questo particolare modello o che l’abbiano potuto aggiustare e chiederemo al produttore tutta la lista dei negozi che l’hanno acquistato.
Zeus: ricordate questo marchio. E ora, tutti al lavoro!”

Gli investigatori stilano una lista con i nomi delle scomparse. Ogni ora che passa la lista si affievolisce, i nomi da escludere dalle ricerche sono depennati, via via che si ritrovano le giovani o che le caratteristiche fisiche del cadavere non combaciano con le descrizioni delle donne.
Ce n’è una che non risponde all’appello.
Di mestiere fa la domestica, ed è originaria di Mascalucia, paese vicino a Catania.
Lavora a Roma presso la casa di un funzionario del Ministero dell’Agricoltura, il dottor Gasparri, un distinto signore che ha un elegante appartamento in Via Poggio Catino 23, nella parte Nord della zona Trieste, il quartiere Africano - così chiamato per la topomastica di gusto coloniale.
È stata vista l’ultima volta alle 22.30 del primo luglio 1955, mentre lasciava l’abitazione dove prestava servizio come cameriera da sei anni.
Scomparsa, da un mese ormai.
Volatilizzata.
Il nome nella lista viene cerchiato da una matita rossa. Antonietta Longo (foto).

I poliziotti dicono ai cronisti di nera, anch’essi mosconi bipedi e senza ali, che ronzano e assediano la questura molto curiosi:

“Calma ragazzi, non siate impulsivi, la Longo è per ora solo un’ipotesi.
Sappiamo che la donna ha subito in passato un’operazione di appendicite, ma dalle informazioni in nostro possesso, possiamo escludere l’altra operazione, quella alle ovaie.
Ora filate che abbiamo da fare!”

Hanno da fare soprattutto con l’orologio Zeus. Un nipote di Antonietta, Orazio Reina, dichiara ai carabinieri che anni prima aveva regalato un orologino quadrato alla zia. Gli pare di ricordare fosse di quella particolare marca diventata in quei giorni famosa sui giornali.
Gli inquirenti capiscono di essere sulla pista giusta.
Le due sorelle della scomparsa partono dalla Sicilia per Roma.
Il 9 di agosto il datore di lavoro della Longo viene accompagnato all’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale. I passi degli uomini rimbombano per le scale, mentre scendono verso le celle frigorifere.
Corridoi freddi, neon di ghiaccio, piastrelle bianche, odore di disinfettante. È il limbo dei corpi in attesa della sepoltura, dove i cadaveri per morte violenta attendono il cimitero.
Fa freddo, i fiati si fanno vapore. Su un tavolo d’acciaio, che emana gelo, un lenzuolo viene sollevato.
Una donna con al posto della testa un ceppo di collo dal color carbone, la pelle in parte raggrinzita e in parte gonfia e grigia. Profonde incisioni la cui vista dà il voltastomaco, sono state fatte all’altezza del pube.
Quest’ultime ferite sono il risultato delle invadenti ma necessarie autopsie del luglio scorso.
C’è da vomitare e da svenire.

“Sì è lei” , dice Cesare Gasparri con una smorfia di disgusto girandosi verso il capo dela Squadra Omicidi.

“Ne sono quasi certo ... Dio mio, ma cosa le hanno fatto???
Dicevo, sì è lei, la domestica alle dipendenze mie e di mia moglie.
Quello smalto sulle unghie è della stessa tonalità che usava sempre Antonietta Longo.
L’altezza, la fisinomia ... le stesse. Poi quell’orologio che mi avete fatto vedere, è lo stesso che portava, glielo vedevo al polso ogni giorno.”

Accompagnano il dottor Gasparri al commissariato per una deposizione. Confida tutto quello che sa e che può essere utile alle indagini.

“Era una brava ragazza, Antonietta. Non bella, ma brava, semplice, umile e ottima lavoratrice.
In casa non diede mai una noia.
Ricordo che a metà giugno chiese venti giorni di permesso, per tornare dai parenti in Sicilia. Voleva fare ferie dal primo di luglio in poi.
Le comprai io il biglietto del treno. Ma il cinque di luglio ricevemmo una telefonata angosciata dai parenti, in cui si disperavano perché Antonietta non si era presentata da loro, e che inoltre li aveva spedito una lettera in cui diceva che presto si sarebbe sposata.
A proposito di quella operazione all’utero... è un intervento invasivo, mia moglie ed io ce ne saremmo accorti, e poi avrebbe dovuto passare alcune settimane di convalescenza.
No, non subì mai durante i sei anni in cui lavorò a casa mia un’operazione del genere, ne sono certissimo, commissario.” 

Sbigottimento degli investigatori, dei giornalisti, del pubblico appassionato. Urge una seconda autopsia, che sia più precisa. La seconda necroscopia smentisce la prima.
Non è stata un’operazione condotta da un chirurgo, è stato piuttosto un lavoro brutale da macellaio. Le ovaie non le sono state asportate, le ovaie le sono state strappate.
Nel ventre cresceva una vita indesiderata?
Orrore.
Jack lo squartatore in vacanze romane.

Alla stazione Termini, due donne scendono da un vagone di seconda classe di un treno provenente dal profondo Sud. Ad attendere alcuni agenti di polizia in borghese. Grazia e Concetta Longo, le sorelle di Antonietta, salgono su un’auto della questura.
Vanno all’obitorio.
Le donne rimangono in silenzio, mano nella mano, immobili per minuti che paiono ore, a fissare i resti della sorella. Grazia scoppia in lacrime, si sente male, la fanno uscire.

“Potrebbero essere le sue mani, potrebbero essere i suoi piedi ... Antonietta aveva effettivamente quel dito del piede destro, leggermente storto. Le usciva dai sandali.”

Sulla scrivania del magistrato c’è la lettera del 5 di luglio inviata alla famiglia. Il magistrato inforca gli occhiali da lettura.

 

A questo punto della storia, si è quasi sicuri che la decapitata del lago di Albano sia la servetta Antonietta Longo, fuggita per una fuga d’amore con chi la illuse con una promessa di matrimonio, in realtà una trappola fatale, e che poi la massacrò senza pietà, con spietata freddezza.
Ulteriore conferma arriva dalle indagini sull’orologio Zeus, diventato un ossessione, un feticcio che attira l’attenzione di tutta l’opinione pubblica. Le ipnotiche lancette di Zeus.
L’orologio è stato venduto nel 1952 da un negoziante di Camerino, nelle Marche, e acquistato dal nipote della Longo, che glielo donò. Un’amica della scomparsa, domestica pure lei a Roma, dichiara che un giorno accompagnò Antonietta da un orologiaio per cambiare il cinturino, che si era rotto.
Il nuovo cinturino è uguale a quello al polso del cadavere. L’orologiaio di Piazza Sant'Emerenziana che ha eseguito la riparazione conferma tutto.

In un ultimo, disperato, tentativo di ritrovare la donna viva si lancia un drammatico appello radiofonico. Il giorno di ferragosto di quel 1955, le principali stazioni italiane diffondono un messaggio, ripetuto a diverse ore.
Ferragosto d’Italia 1955, il nuovo benessere è alle porte, le fabbriche son chiuse, tutti al mare!
Gli apparecchi radio dei chioschi lungo le strade congestionate verso le spiagge, nelle case di villeggiatura fuori città, nelle spider Alfa Romeo interrompono le canzonette e diffondono seri:

“Attenzione, messaggio delle forze di polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri.
Attenzione.
Antonietta Longo, catanese, è invitata, ovunque si trovi, a presentarsi immediatamente al più vicino posto di polizia o tenenza dei carabinieri.
Chiunque abbia notizia di Antonietta Longo ha il dovere di informare prontamente le autorità di polizia e quindi il luogo in cui si trova”.

Non segue risposta, nessuno risponde all’appello. Non v’è ulteriore dubbio su chi possa essere la decapitata del lago. Si scopre che il giorno prima del delitto aveva ritirato tutti i suoi risparmi: 230.000 lire (neppure 4.000 euro di oggi).
È questo il movente dell’omicidio? Un tale scempio per ‘sti quattro spicci?
È anche possibile, visto quanto è avido e miserabile l’animale uomo.
Alla stazione di Roma, nel deposito bagagli, vengono trovate due valigie, una grande ed una piccina.
All’interno, le ingenue e incaute speranze della servetta trentenne. Camicie da notte, biancheria in seta, vestitini nuovi: Antonietta era pronta per un viaggio di nozze, per la sua fuga d’amore, conclusa con un atroce sorpresa, tra gli alberi di Albano, dove le mosche avrebbero eretto il loro regno di putrefazione e di larve bianche.
Il suo fidanzato, il suo amato boia, l’ha ingannata con una promessa di matrimonio, per circuirla, per rubarle il denaro, per approfittarsi di lei, per depredarle l’innocenza, per scoparsela.

Il 5 di luglio la coppietta felice affitta una barca a remi per una gita romantica. S’appartano nel bosco. Sono soli, loro e le cicale. Succede qualcosa. Litigano.
Lui si mostra per quel che è.
Non la vuole più sposare, vuole invece i suoi soldi. Lei si ribella, gli urla il suo odio e disprezzo. C’è una lama.
Le cicale non cantano più, perché le grida di terrore di Antonietta le spaventano.
Nessun altro essere umano ode quella disperazione, non ci sono altre persone nei paraggi.
Soli, sono soli.
L’innamorato si trasforma in pochi istanti. Il fidanzato compie la sua metamorfosi. L’espressione del volto si fa bestiale. Il principe azzurro diviene mostro.
È il lupo cattivo che la sventra.

Non è un raptus di follia, l’uomo agisce con lucidità, ha un piano perverso che aveva da tempo nella sua testa. In una borsa nella barca alla riva, s’è portato dietro alcuni attrezzi.
Un’accetta e altre lame più lunghe e seghettate.
In solitaria, dispone di tutto il tempo che vuole. La decapita con un colpo secco, mettendoci tutta la forza possibile.
Ben fatto, pensa, tranciata in un colpo solo.
Afferra la testa per i capelli, la solleva per guardarle gli occhi dilatati, quasi fuori dalle orbite dal panico di pochi minuti prima, ma ora vuoti.

“Addio, Medusa, non mi avrai mai all’altare.”

Recita, il mostro del lago: una macabra auto-celebrazione nella radura, e scoppia a ridere, sentendosi una depravata caricatura di Perseo.
Il maniaco infila la testa in un sacco di plastica nera, che ripone nella sua borsa da macellaio.
Le taglia via il vestito e la biancheria, la lascia nuda, trascura l’orologio Zeus al polso, perché non gli dà alcuna importanza.
Le divarica le gambe e con un coltello seghettato, traffica nel ventre del cadavere.
Il sangue, ad ettolitri, impregna la terra in profondità.

Stanco, l’assassino si riposa seduto in terra per ammirare l’opera compiuta e si accende una sigaretta. Le cicale sono scappate, arrivano altre creature.
Una grossa mosca, con il dorso verde bottiglia acceso, metallizzato, si posa su una ferita al fianco. L’assassino la guarda rapito per alcuni minuti.
Uccide l’insetto con il tizzone della sigaretta.
BZZZZZZZZ” si contorce la mosca sulla ferita, agonizzante ed ustionata.
Giungono altre sue compari, attirate da quel corpo che diverrà il loro palazzo reale, da mangiare come se fosse marzapane, da colonizzare con nidi per migliaia di larve, da abitare.
È il loro regno.

Seguono mesi e anni d’ indagini, in più direzioni, a prendere una cantonata dopo l’altra. La polizia non trova le risposte, i carabinieri non risolvono l’enigma.
I vecchi amici, i conoscenti con cui aveva passato del tempo nelle sale da ballo per camerieri, l’ex fidanzato, certi pretendenti: vengono ascoltati e riascoltati dai detective, ma risultano essere tutti estranei al delitto.
I fogli mensili del calendario vengono strappati, uno dopo l’altro, anno dopo anno, 1955 – 1971.

Colpo di scena sedici anni dopo! Clamoroso! Una lettera anonima arriva alla magistratura. Il nome dell’assassino è lì scritto, chiaramente.
Un compaesano della vittima accusa un uomo facoltoso.
Secondo l’accusatore misterioso, gli investigatori già nel 1955 stavano per stringere le manette ai polsi del mostro, ma la giustizia fu guastata da inquietanti manovre dall’alto, e un ordine bloccò qualsiasi iniziativa.
L’assassino fu lasciato a piede libero perché parente di qualcuno molto influente a Roma.
Il massacro della donna non sarebbe avvenuto nella radura, bensì in un appartemento di Via Livorno, abitato dall’individuo Y, l’amico di X, l’assassino.
X e Y erano ambedue invischiati in loschi traffici, cioè contrabbandieri.
I due uomini se ne approfittavano dell’ingenua cameriera, e se ne servivano per i loro sporchi affari, essendo lei un’assoluta insospettabile, per tenere collegamenti con altri soci del giro.

Racconta l’anonimo che Antonietta si concedeva disinvolta a letto con questi personaggi, e che sarebbe rimasta incinta. X l’avrebbe convinta ad abortire.
La sala operatoria sarebbe stata poi improvvisata nella cantina dello stabile in Via Livorno 41. Ma durante l’operazione casalinga qualcosa andò storto, una grave emorragia sembrava essere inarginabile.
X allora, piuttosto che portare la donna in ospedale e finire in galera con Y, scelse di dare un taglio netto alla faccenda e la uccise in cantina, decapitandola.
Alla lettera, a differenza di tante altre segnalazioni senza firma buone solo per il cestino, viene dedicata una certa attenzione dal magistrato competente.
Ci sono dei punti d’interesse.
Proprio in quel condominio, il custode, ora deceduto, aveva trovato sedici anni prima delle tracce di sangue in cantina. Non aveva dubbi che fosse la scena di un delitto il cui complice era l’inquilino dell’appartamento numero 4, il signor Y.
Parrebbe essere una rivisitazione italiana e moderna della storia di Jack lo squartatore, non più Londra tra fuliggine industriale e bassifondi vittoriani avvolti dalla nebbia, ma Roma l’eterna con il sole d’estate.

C’è anche l’elemento del contrabbando che desta considerazione. Tra chi faceva la corte alla domestica c’era un tipo che si era presentato come “spia dei contrabbandieri”, mestiere intrigante e cinematografico alle orecchie di Antonietta.
Ma probabilmente era solo una spacconata d’un bullo, un trucco cialtronesco e millantatore per sedurre incaute servette.
Anche la lettera anonima con i signori X e Y viene accartocciata e cestinata con un canestro da basket d’ufficio.
Solo un altro vicolo cieco, l’ennesimo mitomane.

Passano altre stagioni, veloci, tanti altri fatti di cronaca nera sfamano la curiosità del pubblico, 1955 – 1987. Colpo di scena trentadue anni dopo! Notizia bomba!
Un sub, durante un’immersione nel lago di Albano, non lontano dalla rive dove fu ritrovato il cadevere senza testa, pesca un teschio.
I cronisti si agitano, gli appassionati di nera anche.
I carabinieri no, dicono di non fare congetture, prima sono necessari approfonditi esami scientifici all’Istituto di medicina legale. Che smentiscono i sospetti, quel teschio è di un uomo e non si sa più nulla a riguardo.

Non conosciamo l’assassino, è un giallo senza happy ending, giustizia non è stata fatta per Antonietta. Nessun Hercule Poirot, Miss Murple o Tenente Colombo ha smascherato il mostro di Castel Gandolfo.
Lui, il maniaco, l’ha fatta franca. Il cattivo ha vinto.
Ma noi adesso immaginiamo.
Con un puerile antitodo contro l’ingiustizia e l’uomo malvagio noi immaginiamo.
Noi creiamo un altro finale, ci ribelliamo alle leggi terrene, alla scienza, alla ragione, alla realtà, alla Storia.
Noi vogliamo assistere alla vendetta di Antonietta Longo.
Storici, rompete le righe!

Dall’Enciclopledia Britannica, edizione del 1955:
La Lucilia sericata, volgarmente conosciuta anche come mosca verde, appartiene alla famiglia Calliphoridae.
L’insetto si contraddistingue per la tipica colorazione verde metallizzata.
La Lucilia sericata può deporre le uova in diversi ambienti, anche se preferisce le carcasse animali, specialmente se esse sono esposte al sole in spazi aperti.
La mosca verde è la prima specie della cosiddetta entomofauna cadaverica  a comparire su un corpo in decomposizione, grazie al proprio olfatto particolarmente sviluppato nel riconoscere i composti chimici tipici della carcassa.
Per l’ovoposizione, concentrata in ammassi di uova dalla forma a grappolo, l’insetto sceglie zone particolari del cadavere, come orifizi o cavità, per esempio sono ideali per la deposizione le narici, gli occhi, le orecchie, le ferite, la bocca, le ascelle, sotto il seno. Dalle uova nascono larve vermiformi, biancastre e necrofaghe.

Cinque luglio 1956. Un anno dopo, estate, una finestra aperta su un giardino di notte.
I grilli cantano, ma un attimo dopo, non cantano più.
Se ne vanno, lasciano il posto ad altre creature. Su un letto un uomo dorme profondamente, senza sogni.
Dodici mesi prima quell’uomo si è macchiato di un crimine orrendo.
Ha barbaramente fatto a pezzi una donna per denaro, perché era incinta di lui, perché si era intestardita di sposarlo.
L’ha decapitata e ha seppellito la testa lontano dal luogo del delitto, in un campo sperduto.
Nessuno la troverà mai, quella testa.
Non si è mai pentito.

Qualcosa gli disturba il sonno. Delle minuscole zampe gli fanno il solletico sul labbro. Si gira sul cuscino, le zampe volano via. È solo l’inizio.
L’istante dopo altre cose animate gli danno fastidio, camminano sulla sua faccia, gli fanno il solletico sulla pelle, atterrano sulle sue braccia.
Apre gli occhi, vede solo buio, ma sente un ronzio anormale, esagerato, è chiasso di ali che sbattono.
Come se la sua stanza da letto si fosse trasformata in un alveare.
Dal quieto sonno all’incubo reale in una battito di ali.
L’uomo si solleva di scatto, nell’angoscia. Avverte che l’aria nella stanza è invasa da una moltitudine di esseri. Con le dita arriva al comodino, cerca l’interruttore dell’abat jour, che accende.

Ancor prima che i suoi occhi registrino la visione di uno sciame impazzito di mosche nella sua stanza, nell’unità di misura temporale di un nanosecondo, l’uomo guarda il comodino. Vede cosa c’è sul comodino. La bizzarra e terrificante vista di un esercito di mosche deste e concentrate in quei pochi metri quadri è nulla in confronto a cosa c’è accanto all’abat jour.
L’orrore supera l’angoscia.
La testa mozzata di Antonietta Longo è lì appoggiata.
I capelli crespi e neri e induriti da sangue vecchio e al posto degli occhi due buchi neri, tane di larve bianche così come la bocca da dove cadono vermi bianchi, a dozzine.
Non è possibile; invece sì, nella nostra fantasia è possibile.

Non capisce in quegli attimi, i suoi pensieri, scossi dal torpore del sonno con una scarica nervosa, vagano veloci come saette dentro la mente, senza incontrarsi, non c’è raziocinio.
Forse bastano due o tre secondi di shock estremo per condurre un uomo alla follia improvvisa e definitiva, che frantuma la ragione in mille pezzi.
Si ritrae all’indietro, cade dal letto e rotola sul pavimento. Da un lato della stanza, il corpo che ha saccheggiato un anno fa è in piedi, squarciato, decomposto, purulento, decapitato.
Il cadavere senza testa solleva il braccio e indica il suo assassino.
Il dito contro il colpevole.
È stato lui.

Migliaia di mosche in nero-verde si stringono all’uomo. La paura è troppa, il cuore si spacca. Arresto cardiaco, dirà il medico quando verrà ritrovato il corpo esanime dell’assassino, solo dopo diversi giorni, perché i vicini di casa, nauseati da un fetore insopportabile, avvisano i carabinieri.
Quando entrano nella stanza, trovano l’uomo in avanzato stato di putrefazione, riverso a terra, avvolto da un manto di mosche.
Giustizia sommaria, giustizia immaginaria.

Federico Mosso
@twitTagli

 

Per approfondire:

La decapitata di Castelgandolfo – Antonietta Longo”. Breve documentario sulla vicenda.

Il caso di Antonietta Longo”. Articolo del 6 aprile 1994 apparso sul Corriere della Sera.

Il cadavere della donna decapitata riconosciuto da un medico romano”. Articolo del 9 agosto 1955 apparso su La Stampa.

 

Note Musicali:

Renato Rascel – Arrivederci Roma – hit del 1955

Nick Cave & The Bad Seeds – The Carny 

Talking Heads – Psycho Killer 

David Lynch - Stone's gone Up

Aggiungi un commento

I commenti su Tagli non sono soggetti a moderazione preventiva. La Redazione declina ogni responsabilità circa il loro contenuto, e si riserva il diritto di rimuoverli a propria assoluta e totale discrezione.
Tagli ribadisce pertanto che ogni opinione, accusa o illazione inviata nei commenti è sotto la responsabilità civile e penale dell'autore. La Redazione si riserva di fornire gli estremi dell'autore di ciascun commento ritenuto lesivo all'autorità giudiziaria.
Per maggiori informazioni, consulta la sezione Termini e condizioni di utilizzo.

Plain text

  • No HTML tags allowed.
  • Web page addresses and e-mail addresses turn into links automatically.
  • Lines and paragraphs break automatically.
CAPTCHA
This question is for testing whether or not you are a human visitor and to prevent automated spam submissions.