ITALICA NOIR - Cianciulli Soap Opera

ITALICA NOIR - Cianciulli Soap Opera

La leggenda nera distorce la realtà con un incipit che sconvolge. Qualche penna cattiva romanza l’inizio della biografia di Leonarda Cianciulli, serial killer in tempi di guerra, nella più fosca delle ipotesi: con uno stupro.
Una nuova vita viene concepita con la violenza, un uomo rompe l’innocenza di una ragazzina di 14 anni, abbandonando in lei un seme non voluto, velenoso, e che sarà odiato.
Nell’emotività del clamore mediatico dell’epoca e nel gioco guardone della gogna nazionalpopolare, scrivono di una carrozza che viaggia da Firenze verso il Meridione, in un’estate di fine ottocento. Una giovanissima collegiale sta rientrando verso casa, a Montella, in Irpinia, per le vacanze dalla scuola di suore.
Invenzione per invenzione, se scrivessi un racconto di fantasia e non un resoconto di storia criminale, allora apparirebbe una diligenza di fine ottocento che procede nella polvere di vie antiche, traballando verso Sud in ore interminabili di caldo e sudore. E sull’omnibus trainato da cavalli, tra gli altri viaggiatori intorpiditi dal moto cullante e dall’afa soporifera, un uomo fissa Serafina Marano, la ragazzina del collegio.
Lei abbassa lo sguardo, a disagio, impaurita, si stringe nonostante il calore nella sua divisa collegiale con la gonna lunga nera da brava fanciulla timorata. Lui si eccita i pensieri, la spoglia con gli occhi, la brama, ha un’erezione. Durante una sosta nel Lazio, Serafina si apparta in un canneto per fare pipì sfilandosi la biancheria.
L’orco con la bava alla bocca la segue, scosta le canne la guarda chinata, si sbottona la patta delle braghe. Prima che la ragazza possa gridare l’orco l’assale e le tappa la bocca con una grossa mano che puzza di sigaro. La schiaccia con il suo peso, le dà colpi con il bacino, fa quello che vuole, e alla fine della razzia sessuale le lascia in pancia un ricordo indelebile.
Il maiale le grugnisce dentro. Serafina ha una bimba in grembo, Leonarda, figlia indesiderata nata da un abuso.
La follia avrebbe così una sua giustificazione da romanzo, un’eredità lombrosiana, il seme sporco che mette radice e cresce bacato, perverso, malato.

Non è andata così. In questa storia macabra la verità si mescola con la bugia, la realtà viene diliuita dalla fantasia. Non sono solo giornalisti e scrittori postumi a dare colore e fare fiction ma è la protagonista stessa a mentire ed esagerare, quando scrive le sue memorie nel manicomio criminale di Aversa, dove è internata.
“Quaderno di un'anima amareggiata. Criminale o ammalata? Quale?”: è il titolo della sua autobiografia, un volume di oltre 700 pagine sulla cui autenticità ci sono seri dubbi, visto che Leonarda Cianciulli è donna ignorante arrivata solo fino alla terza elementare. C’è lo zampino di avvocati che s’arrovellano per alleggerire la posizione poco difendibile della loro assistita.
La versione dei fatti del Quaderno è una sua personale ricetta i cui ingredienti sono il melodramma, un romanticismo ingenuo, passioni travolgenti, aneddoti zuccherosi, una prosa ottocentesca e stucchevole, esagerazioni, teatralità, millanterie.
È difficile riconoscere e separare quello che c’è di vero da quello che è falso; buona parte delle cose che scrive la Cianciulli non può essere provata, lei è l’unica testimone della sua vita e della sua follia.

Leonarda è l’ultima di sei figli della coppia Mariano Cianciulli, allevatore, e Serafina Marano. La famiglia vive nel paese irpino di Montella, in provincia di Avellino. Anche se non conduce un’infazia infelice, la bimbetta è strana, soffre di epilessia e si sente esclusa.
Tenta suicidi. S’appende per il collo due volte, fallendo. Ingoia - fachira! - due stecche del busto della madre e pure dei cocci di vetro, fallisce di nuovo.
Ragazza allegra, disinvolta, curiosa delle cose proibite dei grandi, imbarazza la famiglia facendo la peste con ragazzi del borgo.
Spara anche balle, Leonarda, una dietro l’altra, talvolta giganti; è una bugiarda patologica con una particolare predisposizione a fantasticare sulle persone e cose intorno a lei.
Si sposa con un impiegato del catasto, Raffaele Pansardi. La madre Serafina non vuole, si oppone. È nel momento di rottura con il genitore che entrano in gioco le fantasiose confessioni di Leonarda, scritte nel periodo del manicomio (il che, come detto, fa sollevare pesanti dubbi sulla veridicità delle ammissioni).
Questa volta ci siamo invischiati in un’indagine paludosa, arranchiamo in una melma dove l’autenticità e la fandonia si sono amalgamate tra loro, assumendo un unico colore: il nero.
È il pozzo nero della saponificatrice di Correggio.
Se è la fantasia lugubre che fa da padrona nella storia... e allora che sia essa a guidarci in questa prima parte del racconto.

 

LA LEGGENDA NERA DELLA SAPONIFICATRICE
L’ingresso principale non sembra quella di un manicomio criminale. La facciata ottocentesca è pulita, tinteggiata di fresco, il viale percorso dal taxi è alberato, una fontana di fronte alla rampa di scala funge da elemento tranquillante per la vista.
Questo è solo il primo sguardo. Un trompe-l'œil, inganno per gli occhi. 
Il secondo e al terzo sguardo, invece, fanno vedere la natura reale dell’edificio. Ci sono alte mura, le torrette, le sagome di guardie con i fucili a tracolla, le sbarre ai finestroni.
Prima di scendere dal taxi-traghetto per gli inferi, e di pagare il tassista-Caronte, il cronista di nera scribacchia sul block notes:  

25/01/1949
Manicomio Giudiziario di Aversa (Caserta) – fondato nel 1876. Uno dei manicomi criminali più grandi d’Europa.
Struttura ricavata dall’antico castello aragonese.
Sezione femminile + sezione maschile. 750 rinchiusi, un direttore, due medici, una ventina di robusti infermieri, un corpo di guardia di trenta uomini della polizia penitenziaria.
Due tipologie di detenuti: folli rei = i pazzi che commettono un delitto a piede libero e i rei folli = i detenuti che impazziscono dietro le sbarre.
Leonarda Cianciulli appartiene alla prima categoria.

All’ingresso gli viene incontro un giovane medico in camice bianco immacolato. Atrio: silenzio, non vola una mosca. Quiete, pulizia, busti di medici illustri del secolo precedente.
La casa dei matti di Aversa sembra essere immersa nella pace. Ma è vera pace o illusione? Una suora trafelata taglia la strada e s’infila in un corridoio sbarrato da una grata tenuta aperta da una guardia armata.
C’è poca luce, è mattina d’inverno. Un ritratto è posto sopra le scale che portano agli uffici del direttore e dell’amministrazione. Il dottore nota che il giornalista si è fermato a guardarlo.

“È il Professor Filippo Saporito, il direttore dell’istituto e creatore di tutto questo che vede. I suoi studi di psichiatria sono letti in tutto il mondo. La perizia sulla Cianciulli, il caso per cui lei è qua, l’ha redatta lui”.

Già, pensa il giornalista, quella perizia che dichiarava la totale infermità di mente dell’assassina, a cui si è opposto il tribunale di Reggio Emilia con una controperizia di infermità parziale, e che ha condannato la donna a trent’anni di manicomio.
Ha già 55 anni la paziente detenuta, morirà qui, tra queste mura tristi.

Nella gita all’inferno, il cronista è un piccolo Dante anonimo e il medico che lo accompagna è il Virgilio per l’occasione. Si aprono i cancelli interni. Si cammina in lunghi corridoi; sezioni in lettere e numeri; rassegna di celle chiuse.
L’odore del disinfettante penetra nelle narici, quasi fa lacrimare gli occhi. Non c’è più il silenzio, ora sono lamenti, grida improvvise raccapriccianti, versi brutti, una risata solitaria e agghiacciante. Un individuo rapato a zero, basso e tozzo, in pigiama azzurro, fissa il cronista di cronaca nera al suo passaggio. I suoi occhi: non più umani, se mai umani lo sono stati.
Il rumore secco del chiavistello tirato e di pesanti serrature in azione male oliate segna l’apertura della pesante porta che conduce alla sezione femminile.
L’inviato intravede in fondo al corridoio una donna escandescente, grassa, nuda e orribile, trascinata via da due bisonti in camice bianco, guardiani di un mondo diverso, di anime in pena incapaci di regole e di stare al mondo dei civili, di noi “normali”.

“Per di qua.” Lo trascina via il medico.

Il "per di qua" è la sala parlatorio, da dove proviene musica di pianoforte. Le pareti sono tinte di fresco con un azzurro molto tenue, una serie di finestre porta molta luce nella stanza, quadri raffiguranti paesaggi naturali idilliaci danno il loro contributo alla calma studiata dell’ambiente.
Il parlatorio della sezione femminile del manicomio di Aversa è usato anche come zona “relax” per le recluse. Non ci sono parenti in visita.
Tre donne di età indefinibile, ventenni o cinquantenni, chine sui ferri da uncinetto, lavorano a maglia sedute in cerchio.
Un’altra detenuta è al pianoforte, suona Beethoven, un motivo della sinfonia numero 3, l’ “Eroica”. È brava con le mani sui tasti. Discreto, quasi una statua, un infermiere fa la sentinella da un angolo, e poi ecco lei.
La saponificatrice di Correggio se ne sta su una poltroncina facendo finta di leggere un libro, vestita con una casacca color prugna e uno scialle bianco sulle spalle.
Ha un libro aperto, ma non scorre le parole, gli occhi si alzano in scatti rapidi a scrutare cosa capita intorno, incuriositi da quella visita. Sul volto largo e apparentemente sornione si disegna un sorriso storto, una smorfia di disgusto sulla mandibola squadrata.
È lei, l’assassina, la serial killer, la strega, il mostro in gonna, la psicopatica, la cuoca di carne umana, la cannibale.
Una donnetta bassa e larga, dall’aspetto innocuo e per questo così inquietante per chi sa cosa ha commesso.
Lei, la madre folle, che ha ucciso tre volte.

Il medico sussurra all’ospite:

“Se si vuol guadagnare la sua simpatia, dica che le piacciono le poesie e non la chiami Leonarda Cianciulli, ma Norina Pansardi, l’unico nome a cui ora risponde”.

La strega di Correggio ha cambiato identità nella sua testa. Leonarda Cianciulli, la saponificatrice, causa di tutti i mali di Norina Pansardi, è morta anni fa, ammazzata da un nuovo alter-ego, ora innocente, pura, timida.
Leonarda ha ucciso anche il suo passato.
Il giornalista le si avvicina. Alza la voce per farsi udire al di sopra della musica del pianoforte, che si accorge essere sempre lo stesso motivo. Un disco rotto.

“Buongiorno Signora”.

“Buongiorno dottore. Ma lei con chi vuol parlare? Con Leonarda Cianciulli o Norina Pansardi?”

“Vorrei parlare con la Signora Pansardi. Non so chi sia Leonarda Cianciulli. Sarei onorato di ascoltare i versi per cui lei è famosa” Le dice l’uomo, cercando di conquistarne la fiducia.

E la conquista. Il volto della matta si apre, eccitata, raggiante. Gli occhi piccoli e vispi, sono quelli di una bambina intrappolata nel corpo di una sessantenne. Si alza in uno scatto, si avvicina al pianoforte dove l’amica continua a battere i tasti, sempre gli stessi, senza sosta. Norina declama:

“Se vi fiorisse all’improvviso
La Terra sotto i piedi
Dite: cosa fareste?
E se vi trovaste
Nel Grande Paradiso
Dite: come stareste?
Certo bacereste il bel viso
Certo in cuor vostro chiedereste
Della felicità il sorriso
Che un giorno tutto perdereste.”

L’unico spettatore della poetessa applaude. Norina sorride in estasi, fa una riverenza come farebbe una brava bambina il giorno del suo compleanno dopo che ha recitato di fronte ad una platea di adulti, e riattacca con la stessa poesiola:

“Se vi fiorisse all’improvviso
La Terra sotto i piedi ...

Altro sorriso, altra riverenza, altro giro, mentra la vecchia al piano continua imperterrita a suonare sempre il solito motivo, di continuo.
Un girotondo di note e parole che stordisce, stessi gesti, stessa enfasi, come se la poetessa e la pianista fossero automi meccanici e lo scorrere del tempo si fosse rotto in una psicotica scena in play e rewind protratta all’infinito, su una giostra ipnotica che non si ferma mai.

Per cinque volte tocca al cronista di nera sorbirsi quei versi smielati e stralunati. Con la scusa di farle delle fotografie, riesce a fermare la giostra. Si siede vicino alla donna, ora di nuovo quieta sulla poltroncina.
La vecchia pianista interrompe il suo unico brano, viene accompagnata alla sua cella da una suora. Adesso si può parlare.
Con tatto, delicatezza, gentilezze, fa breccia nella riservatezza della Cianciulli–Pansardi.
Le chiede dunque, di raccontare la storia di Leonarda.

“Signora Norina, lei prima mi ha chiesto se volevo parlare con una certa Leonarda Cianciulli. Chi è questa donna?”

“Un anima molto sfortunata, dottore. Molto, molto sfortunata. Tutto quello che ha compiuto, lo ha fatto per l’amore per i propri figli”.

 "Vuole raccontarmi la sua storia?”

 La donna si avvicina con la testa al suo visitatore e inizia il racconto dell’orrore.

“Povera Leonarda, era una bimbetta tanto triste, sa dottore?
Pensi che tentò di togliersi la vita per due volte. Ma il Signore non ha voluto prendersela con sé.
Ha voluto metterla alla prova in questa vita. Trovò l’amore in un bel giovanotto che faceva l’impiegato a Montella, ma i suoi genitori non volevano che si sposasse con lui.
Sua madre, Serafina, in punto di morte le lanciò una terribile maledizione. Le disse al capezzale che tutti i suoi figli sarebbero morti.
Che cosa orribile, dottore! Detta da una madre alla propria figlia, al sangue del suo sangue, poi!

 

Un giorno, incontrò una zingara che le predisse la stessa sventura: “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi.” Diceva l’infausta profezia.
Che sciagure! Lei non s’immagina nemmeno! Leonarda fu incinta tredici volte e per tredici volte le creature nacquero morte. Tredici! Non una o sei, ma tredici! Modonnina bella, che povera donna!

 

Era disperata, la maledizione della madre si era avverata. E quando andava a dormire faceva sempre lo stesso incubo. Sognava tante piccole bare bianche, una in fila all’altra, appoggiate su una terra nera.
La terra all’improvviso le inghiottiva, le faceva sparire. La terra nera divorava le bare bianche.
Le appariva anche la madre con gli occhi rossi iniettati di sangue e le gridava dall’aldilà tutto il suo odio e che non sarebbe mai riuscita ad avere un bambino. Mai.

 

Così si decise ad andare da quella fattucchiera. La maga le insegnò tutto quello che sapeva. Fecero un rito assieme. Prese anche delle pozioni magiche.
Finalmente Leonarda Cianciulli riuscì ad avere figli: quattro bellissimi bambini.
Il preferito era senza dubbio Giuseppe, un bimbo buono, intelligente, studioso e molto devoto a sua mamma.
Stavano sempre insieme, legatissimi. Tra di loro non c’erano segreti.
Leonarda e Giuseppe erano la stessa cosa in due corpi separati.

L'aria è quita eppure sospesa, l'atmosfera irreale. L'inverno campano, in questa Italia del dopoguerra, è uno di quei tempi morti della Storia in cui ci si prepara ad un nuovo atto della pantomima umana. Norina-Leonarda, a tutto questo, non fa il minimo caso; e continua.

Poi nel ’30 ci fu il terribile terremoto del Vulture e la coppia emigrò al Nord, in Emilia Romagna, a Correggio.
All’inizio la gente del paese era diffidente, sa, la provincia ... ma poi Leonarda si fece ben volere dalle persone del posto.
Era gentile e buona, ed era una bravissima cuoca. Preparava dolcetti e li offriva ai vicini.
Abitava in un appartamento molto dignitoso al terzo piano di una palazzina in Corso Cavour, al numero 11.

Il marito lavorava e sodo, e lei contribuiva mettendo su un piccolo giro di prestiti tramite cambiali, comprava e vendeva oggetti usati, usava le sue abilità nel fare ciambelle e biscotti per avere merce di scambio nelle spese quotidiane.
Quella donna era proprio intraprendente!
La sua famiglia non era di certo ricca, ma si era rimboccata le maniche guadagnandosi una posizione di tutto rispetto a Correggio, tant’è che si poterono permettere persino una domestica.
Nella casa di Corso Cavour c’era negli anni ‘30 vera gioia. Anni felici.

 

Quella guerra maledetta rovinò tutto. Ruppe l’incantesimo.
Il figlio Giuseppe sarebbe potuto partire per il fronte, e morire. No! Nessun altra sua creatura figlio doveva finire al cimitero con lei ancora in vita, aveva già pagato il suo tributo di sangue per la maledizione della madre cattiva.
La notte fu nuovamente funestata da incubi inquietanti.
Le apparve la Madonna. La Madonna aveva tra le braccia un fagottino, da dove veniva un pianto di neonato.
La Madonna mostrava a Leonarda quel bambino, non era bianco, ma tutto nero.
La Madonna le disse che se voleva salvare le sue quattro creature, allora avrebbe dovuto commettere un numero uguale di sacrifici umani.
La Madonna le ordinò le morti di quattro esseri umani.
Ogni uccisione avrebbe salvato un suo figlio.

 

Leonarda quasi impazzì di paura, temeva di perdere da lì a poco l’amato Giuseppe, e poi, uno dopo l’altro gli altri figli, Bernardo, Biagio e Norma, i suoi gioielli.
Decise di agire, per salvare quello che più di caro aveva.
Non ebbe scelta.
Il suo fu un gesto amoroso di madre.

 

Si mise a leggere testi di magia. Apprese della Ninfa Teti, madre di Achille, che dedicò la propria esistenza a proteggerlo e che lo immerse nel fiume Stige per renderlo invulnerabile.
Vede, dottore? Anche le divinità proteggono la propria prole senza riserve, con amore. Nulla conta come i figli! La propria carne! Leonarda è come Teti! Voleva proteggere il suo Giuseppe ad ogni costo, il suo Achille!
Passò ai fatti.
Scelse le vittime del suo sacrificio umano.

Ci siamo, pensa il giornalista: inizia il catalogo di morte.

Faustina Setti (foto) aveva settantrè anni nel dicembre del ’39. La conoscevano tutti a Correggio perché vendeva lumini e santini su di un banchetto di fronte alla chiesa di San Quirino.
Era buona ma ingenua, non sapeva né leggere né scrivere. Un’anima innocente.
Poverina, il suo unico figlio, Arrigo, avuto da ragazza madre, le era morto di cancro l’anno prima.
Era sola, vecchia, e triste. La morte per lei deve essere stata una liberazione dalle tristezze della vita.

Erano amiche da tempo, Faustina e Leonarda, si facevano spesso visita a vicenda e la Cianciulli le preparava sempre arrosti e torte.
Un giorno Leonarda le disse che le aveva trovato un marito a Pola, in Istria.
La convinse a vendere tutti i suoi beni, casa e mobilio inclusi; sa dottore, mise su proprio un bel gruzzoletto la Faustina ... La pregò poi di non fare parola con nessuno in paese sulla sua partenza imminente.
Correggio è pieno di pettegoli, di maldicenze, di gelosie, di occhi che scrutano da persiane socchiuse. Meglio essere discreti nelle faccende di cuore.
Prima di partire Faustina si fece bella.

Norina-Leonarda fa una pausa. Guarda un punto inesistente sulla parete. Poi le sue guance fanno un movimento strano, accompagnate dagli occhi che... che sorridono! Norina-Leonarda sta ridendo.

Ahahahah.
Mi perdoni dottore, se rido. Ma avrebbe dovuto vederla quella poverina. Tutta truccata, profumata, coi capelli tinti a settantatré anni suonati.
Ahahahah.
Sembrava un’arlecchina.

 

Faustina Setti passò in corso Cavour per un ultimo saluto a Leonarda, che tanto aveva fatto per lei con quell’inaspettata avventura d’amore.
In cucina, Leonarda servì il caffè all’ospite.
Mentre Faustina alzava la tazzina verso la bocca, Leonarda impugnò l’ascia.
Da dietro, calò il suo colpo, spaccando il cranio all’arlecchina come se fosse un ceppo di legno.
Non fu facile estrarre la lama dalla testa, era entrata in profondità, quasi aprendola in due parti esatte.

 

Trascinò il corpo vicino al lavandino e qua cominciò lavorare di braccia. Con una sega e un coltellaccio sezionò il corpo in nove pezzi e raccolse tutto quel sangue in un grosso catino.
Avesse visto dottore, quanto sangue! Un lago.
Fu una faticaccia per quella donna, quasi da rompersi la schiena.
Sul fuoco c’era un grosso pentolone dove mise tutti i pezzi di Faustina, a bollire. Aggiunse sette chili di soda caustica e mescolò e mescolò e mescolò.
Venne fuori una poltiglia scura dal cattivo odore. Avrebbe voluto farci del sapone, ma Faustina non era adatta alla scopo.
Quella brutta materia fu gettata nel gabinetto, a secchiate. Invece il sangue poté essere usato.
Aspettò che si coagulasse per farne paste secche. Guardi dottore, ho ancora la ricetta che mi confidò la Leonarda.

Allora, ecco la ricetta dei pasticcini di Faustina: aspettare che il sangue si raggrumi, farlo ben seccare al forno. Macinarlo. Mescolare con farina, zucchero, latte, uova, cacao e un poco di margarina. Dall’impasto fare delle paste a varie forme: ometti, stelline, cuoricini.
Erano buonissimi, così croccanti, io li ho assaggiati!
Anche Giuseppe ne ha mangiati di gusto, come tante altre signore di Correggio. Ma loro... loro erano ignare dell’ingrediente segreto.

Il primo sacrificio fu compiuto in nome di Giuseppe, che ora non sarebbe mai partito per il fronte. Adesso toccava provvedere per gli altri.

Francesca Soavi (foto) era una maestrina d’asilo a cui la Cianciulli aveva promesso un nuovo impiego come direttrice in un collegio femminile di Piacenza: era un impiego prestigioso, che poteva migliorare, e di tanto, l’umile vita dell’insegnante d’asilo.
Quella Francesca, aveva spergiurato a Leonarda che non avrebbe aperto bocca con nessuno sulla sua destinazione, invece quella sciocchina si confidò con quella pettegola della vicina.
Ad ogni buon conto, anche lei comunque si disfò dei suoi beni di cui ne affidò la gestione all’amica Leonarda.
Prima di partire le fece scrivere lettere e cartoline, che il bravo Giuseppe le avrebbe poi spedite ai conoscenti e famigliari in un secondo momento, per tranquillizzarli.

Con la Soavi il lavoro di bollitura fu più difficile rispetto a quanto fatto con la Setti, quella Francesca era piuttosto cicciottella, non voleva proprio entrarci nel pentolone.
Fu costretta a decapitarla, e a chiedere a Giuseppe di nascondere la testa.
La serva Nella dovette darci dentro con olio di gomito per pulire i fornelli: tutto quel grasso colato era molto difficile da grattare via.

 

Tre mesi più tardi, il 30 novembre del 1940, ci fu il terzo sacrificio. Virginia Cacioppo (foto), un tempo fu una cantante lirica, una soprano di successo. Pensi che si era maritata tardi, a quarantadue anni, con un violinista di fama, conosciuto in tournée a Buenos Aires.
Poveretta, il marito le era spirato solo due anni dopo e così divenne vedova infelice.
Malinconica e nostalgica di tempi d’oro in teatri e concerti in giro per il mondo.
Si comportava da dama, ma signora, povera lei, non lo era più, chiusa nel ricordo di passato che non sarebbe mai più tornato.

 

Leonarda stuzzicò la sua illusione, le fece credere che nuovi anni di gloria potevano presentarsi. La convinse che c’era un impresario teatrale di Firenze che la voleva come assistente, e poi chissà, magari un ingaggio sul palco.
La voce di Virginia sarebbe di nuovo risuonata a teatro, di fronte a platee eleganti. Un sogno!
Leonarda era buona. Leonarda aveva sempre molte premure per lei. Leonarda le offriva dolcetti e bicchierini di liquore.
Usò di nuovo l’accetta, la sega, il coltellaccio.

 

Aveva una carne diversa la Cacioppo rispetto le altre due. Più tenera, più raffinata. Era una carne grassa, morbida e bianca. Quando la sciolse nel pentolone provò a fare un esperimento: aggiunse al composto un flacone di acqua di colonia molto profumata.
Oh!
Vennero fuori tantissime saponette.
Sapesse che crema delicata! Una meraviglia per la pelle, sa dottore?
E non solo ... anche i pasticcini furono più buoni del solito, così dolci ... quella donna era veramente dolce.

 

Pausa. Il cronista si toglie gli occhiali e si massaggia le palpebre. Sa già che quanto ha udito gli rovinerà il sonno dei prossimi mesi. La Cianciulli, nei panni di Norina Pansardi, beve un bicchiere d’acqua per schiarirsi la voce e riattacca la sua storia di sangue e follia.

“Correggio! Tana di serpi! Villaggio di lingue lunghe che non sanno stare zitte.
Mormoravano, come al solito ... Gli occhi che spiavano da dietro le tende. Gli sguardi in piazza.
Gentucola incapace di farsi gli affari propri, maledetti. Quella Albertina Fanti, la cognata della Cacioppo ... è stata lei a lanciare la prima pietra. In casa la chiamavano “la poliziotta”, ed è tutto detto.
E che dire di quei bugiardi patentati di Abelardo Spinabelli e di quel pretaccio, Don Adelmo Frattini, che si sono fatti i soldi grazie all’intraprendenza di Leonarda.
E di quelle due servette ingrate di Ardilia Diacci e Nella Barigazzi, sgualdrinelle traditrici.
E della vicina ed ex-amica Delia Gioia, che s’era accaparrata per due soldi il mobilio di Faustina Setti.
E poi di tutte le donnacce di Correggio, una più impicciona dell’altra, che il diavolo se le pigli.

 

Ah, ma caro lei, se esiste una giustizia divina, arriverà anche per loro il  momento di pagare il conto!
Povera Leonarda Cianciulli, di quante cose orribili fu accusata.
Quante nefandezze scrissero sui giornali.
La gettarono in prigione, insieme ad assassine e ladre della peggior risma. Se la presero anche con il povero Peppuccio.
Giuseppe non meritava di essere arrestato.
Il suo bambino ... lui voleva solo proteggere la sua mamma.

 

Al tribunale mostrò al signore giudice che era perfettamente in grado di agire da sola, nonostante fosse una donna piccina alta un metro e cinquanta e di cinquanta chili di peso.
Convinse il signore giudice ad andare tutti all’obitorio e le assegnarono un corpo fresco di un barbone. Nello stupore e meraviglia di tutti i presenti, rimboccandosi le maniche e usando una sega e un coltello simile agli attrezzi di corso Cavour, fece a pezzi il cadavere del disgraziato in quattro e quattr’otto e ne ripose i pezzi dentro un pentolone.
Un carabiniere aveva cronometrato la prova di rara abilità: dodici minuti, in tutto. Pensi, l’applaudirono persino!

 

Lei quindi si prese tutta la colpa, perché se è una colpa per una madre disperata fare tutto il possibile per proteggere quanto c’è più di sacro a questo mondo, cioè la vita dei propri figli, ebbene sì, allora la Cianciulli era colpevole.
Lo scriva dottore nel suo giornale, tutto quel che fece Leonarda Cianciulli, fu per i suoi bambini.
E adesso l’hanno rinchiusa nella casa dei matti.

 

Norina Pansardi alias Leonarda Cianciulli, guarda fisso negli occhi il suo intervistatore, sbigottito. Per un lunghissimo minuto non ci sono più parole, le pupille nere della pazza sono immobili e mirano fisso. Due pozzi neri, che conducono verso abissi profondi e raggelanti.
All’improvviso la saponificatrice di Correggio si desta come da un torpore di chissà quali pensieri malati.
Sorride storta, sembra una smorfia di disprezzo.
Da sotto la poltroncina afferra con la mano piccola ma robusta, una scatola di latta. La apre, ne offre il suo contenuto all’ospite in visita:

“Prenda dottore, sono dei biscotti che ho fatto ieri sera. Assaggi, sono dolcissimi.”

 

LA VERITA’ (O QUEL CHE SI SA) SULLA CUCINA DEGLI ORRORI
Nel paragrafo precedente abbiamo viaggiato con la fantasia, immaginandoci assieme ad un cronista in visita al manicomio criminale di Aversa.
In questa storia molti dei fatti assodati sono stati sporcati da miti, esagerazioni, leggende.
Dopotutto, la maggior parte di quello che si sa sulla Cianciulli, è frutto della parola stessa della donna: parola di una squilibrata, da prendere con le pinze.

Innanzitutto, Leonarda non nasce da una violenza carnale, come giornalisti e scrittori hanno riportato in seguito: l’abbiamo già spiegato.
In tutta la vicenda stupisce l’assoluta marginalità di colui il quale avrebbe dovuto essere il capofamiglia.
Il marito e impiegato statale Raffaele Pansardi è uomo poco importante a casa. Un riproduttore seriale: a quello serviva, a mettere incinta Leonarda a ripetizione, e a poco altro.
Non v’è dubbio su chi portasse i pantaloni a casa Pansardi.
Raffaele è marito poco presente, padre menefreghista, avvinazzato, presumibilmente non troppo intelligente.

Le indagini hanno inizio grazie ai sospetti di Albertina Fanti, cognata di Virginia Cacioppo, ex soprano e terza vittima della saponificatrice. In famiglia l’hanno soprannominata “la poliziotta”, perché ficca il becco nella faccenda della sparizione della parente con cocciuta perserveranza.
All’inizio, il pigro maresciallo dei Regi Carabinieri di Correggio, liquida le congetture come noiosi pettegolezzi, come chiacchiere di donnette, e torna beato alla placida carriera di gendarme di provincia, a grattarsi la panza.

La poliziotta, tenace, non s’arrende, raccoglie le testimonianze di altri compaesani, e si rivolge alla questura di Reggio Emilia. È un segugio l’Albertina, la sparizione di Virginia è il suo pallino, e c’è un nome che ritorna sempre in tutte le sue indagini private: Leonarda Cianciulli Pansardi.
Tutte le strade portano all’alloggio al numero 11 di corso Cavour.
Ora i gendarmi l’ascoltano. Soprattutto quando la Fanti mostra agli investigatori una lista di titoli di stato di proprietà di Virginia Cacioppo, con relativi numeri di serie. Chi troverà il nuovo o la nuova proprietaria di quei titoli conoscerà il colpevole della scomparsa della Cacioppo.

I poliziotti, quelli veri, studiano anche nuovi elementi, legati ad un’altra sparizione di una donna alla fine del 1939. Scoprono che i mobili che appartenevano a Faustina Setti sono stati venduti dalla Cianciulli, che si è tenuta il ricavato.
Ora il paese di Correggio, dopo che le acque si sono smosse, ambisce anch’esso a diventare protagonista, cerca di attirare l’attenzione su di sé.
La questura di Reggio viene visitata da più persone e presunti testimoni, una fitta corrispondenza anonima è imbucata al suo indirizzo. Correggio, sembra essere uscita da un romanzo di Piero Chiara, con le sue storie di provincia e provinciali, di vizi in microcosmi italiani, di occhi indiscreti e dicerie a bassa voce.
Accuse, spiate, segreti svelati, piste suggerite: ma tra tanti chiacchiericci su carta da lettera, qualcosa di buono c’è.
Leonarda Cianciulli è sospettata da tutti, anche dagli investigatori, la pista non può che essere quella per risolvere l’enigma di una cantante svanita nel nulla.

Scatta il fermo per l’indiziata, nel marzo del 1941. Le autorità la rinchiudono in carcere, per farla crollare. Nel frattempo le indagini proseguono leste e si arricchiscono di nuovi indizi, che presto diverranno prove.
La Banca d’Italia ricostruisce gli ultimi passaggi di mano dei titoli di stato. Don Adelmo Frattini, parroco di Villa San Prospero di Correggio, nonché econonomo della Curia di Reggio Emilia, ha incassato uno dei titoli presso uno sportello di città.
Interrogano il prete. Don Adelmo si discolpa subito. Il titolo l’ha sì incassato lui, ma mica per sé, è stato solo un favore al suo amico Abelardo Spinabelli, professione casaro: ora è il suo turno nella stanza degli interrogatori.
Lo torchiano, ma pure lui scarica il barile.
È stata la Cianciulli a chiedergli la cortesia di provvedere alla riscossione del valore di quel titolo, appartenuto un tempo a Virginia Cacioppo. Insomma, qua si passano la proprietà di quel maledetto buono del tesoro manco fosse avvelenato.
Hanno paura, il prete e il casaro, di esser messi in mezzo ad una brutta storia. Da quei due, gli ispettori capiscono che non ricaveranno nulla e allora fermano il figlio della Cianciulli, Giuseppe Pansardi, perché ritenuto sospetto.
Mamma e ragazzo ora condividono il medesimo destino dietro le sbarre.
Non ci sono prove certe, ma tanti indizi e voci di paese. D’altronde meglio tenerli dentro, in attesa di nuovi sviluppi, che non tardano a venire.

Il 6 aprile 1941, gli agenti di polizia entrano in corso Cavour 11 per una perquisizione. Dedicano la loro attenzione in special modo al solaio. Ohibò, ma cosa salta fuori?!?
Che ci fanno lassù, tra travi, ragnatele e vecchie sedie sfondate, quegli attrezzi?
Alcuni dovrebbero stare in una legnaia, altri in una cucina, non di certo in una soffitta.
Qualcuno li ha nascosti.
Ci sono due scuri, una piccola e una grande, una mannaia da macelleria, una sega di mezzo metro, un martello, un paiolo e una pagina della Gazzetta dello Sport, del 2 di dicembre 1940, ma che non ha più il suo tipico colore rosa, bensì è di rosso scuro, come se fosse impregnata di vernice, o di sangue incrostato.

I poliziotti, ormai su di giri e sguinzagliati per Correggio, perquisiscono anche l’abitazione della serva Nella Barigazzi. Perbacco, la domestica tiene nascoste in casa borse e indumenti delle vittime.
Vittime, al plurale, non solo una: il caso si è ingigantito, si cerca la soluzione al mistero di Virginia Cacioppo, ma anche ai casi di Faustina Setti e Francesca Soavi, scomparse nel nulla nei due anni precedenti, come inghiottite dalla spessa nebbia della pianura reggiana.
Nella stanza della questura, sguardi severi inchiodano la ragazza, a testa china tra le braccia conserte, piagnucolante e rimpicciolita sulla sedia di fronte alla scrivania del commissario capo.
Ma la servetta non ha timore delle divise e dell’interrogatorio.
Lei è terrorizzata da altre persone. Ha una paura folla e incontrollabile di Leonarda Cianciulli e suo figlio Giuseppe.
Ora che sono ambedue sotto chiave, trova il coraggio di dire quel che sa. Di quando ha visto entrare la Cacioppo in casa della sua padrona, e che poi è stata allontanata bruscamente da casa, con l’ordine di andare a fare il bucato fuori dai piedi.

Al rientro, il pentolone bolle sul fuoco e la Cacioppo sparita. Continua la cameriera nel suo racconto singhiozzante. Qualche giorno dopo avverte una puzza mefitica venire dal bagno. Un’odore che stordisce. Una scia di putrefazione sale dal pozzo nero in fondo al buco della latrina.
Là sotto, nel mezzo dello schifo, della carne marcisce.
Intravede la sua padrona, scendere lesta e tesa le scale del solaio, che da quei giorni in poi rimane chiuso con un lucchetto, e portare giù un secchio carico, per svuotarlo in fretta nel buco della latrina.
E di nuovo, zaffate di putridume salgono dal basso.

La verità, poco alla volta, viene a galla. I pezzi del piano criminale si svelano e se incastrati assieme rendono la vicenda una tela di orrore e omicidi seriali. Da due scatole di latta saltano fuori gioielli con tracce di sangue.
Appartenevano a Virginia Cacioppo.
Quelle gioie le ha occultate quell’infingardo di Abelardo Spinabelli, il casaro, l’amico molto intimo.

Leonarda Cianciulli, la strega del reggiano, comincia a crollare. Tenta di alleggerire la posizione, trascina nelle sue confessioni confuse e ancora bugiarde Spinabelli, tenta di afferrarlo per la giacca mentre precipita nella colpevolezza. Accusa la vicina Delia Gioia di favoreggiamento, il suo è rancore rabbioso.
Ispezione al pozzo nero, 06/06/1941.
Investigatori e periti alzano il tombino del giardino sul retro.
Scoperchiano una fossa comune casalinga.
Pazienti e professionali, vincono il ribrezzo, separano dalla melma schifosa i resti.
Trovano capelli.
Ripuliscono una cosa moliccia: è un pezzo di cranio.
C’è un altra cosa bianca: è una dentiera.
E ancora, altre cose, dal buco di immondizia e putrefazione: frammenti di ossa.

Non ci sono più dubbi,  la saponificatrice di Correggio ha ucciso e fatto a pezzi Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Cacioppo.
A guerra conclusa, nel giugno 1946, si apre il processo a Reggio Emilia.
L’accusa, razionalizzando la scia di omicidi, sostiene la tesi più palese; il logico movente di quella strage di anziane è naturalmente il denaro.
Questo è il mondo degli uomini, e gli uomini sono avidi, sono disposti a qualsiasi nefandezza per i soldi.
Con freddezza e premeditazione l’imputata ha scelto non a caso le sue vittime: tre donne sole, in età avanzata, e con risparmi da trafugare.
Quindi un disegno criminale mascherato da follia ben recitata.

Leonarda Cianciulli invece, che non nega più di essere l’autrice del massacro, difende il suo di movente: tutto questo scempio di vecchiette è stato fatto per amore di madre. È uno scambio con le tenebre sue personali e intime, un atroce baratto con il suo lato oscuro.
Consegnare vite all’aldilà per ricevere in cambio la salvezza dei suoi cuccioli nell’aldiquà.
Gli unici ad essere interessati al denaro erano semmai gli altri, il casaro e il prete per primi, difatti anche se estranei ai fatti, sono due ricettatori secondo la legge.
Il male è qui ben più profondo della bramosia di soldi, bisogna scavare dentro la testa malata dell’assassina, e non è di certo facile.
Quindi una follia autentica che sembra un disegno criminale solo in apparenza.

Secondo la perizia del baronissimo professorone Filippo Saporito, figura di cui già si è accennato nel fantasioso (meglio ribadirlo) paragrafo precedente, la donna è completamente pazza.
Alla perizia si oppone il tribunale, la donna è pazza per metà, deve pagare con tre anni di manicomio criminale e con successivi trent’anni di reclusione. Una volta entrata nella casa dei matti violenti, non ci uscirà più. 
Durante il processo, l’accusa tenta di far venire fuori le responsabilità dell’amatissimo Giuseppe Pansardi.
Il figlio, il bravo Peppuccio, lo studente che dà ripetizioni per mantenersi da solo, è stato suo complice, ha aiutato sua madre nell’occultare i delitti e nello sviare le indagini, per difenderla.

La Ninfa Teti ha portato avanti il suo progetto di morte per proteggere la vita di Peppuccio, il suo Achille, immergendolo nella sua visione maniaca dello Stige, cioè pagando tributi al male che è in lei e che si manifesta sotto forma di incubi. Lo Stige che scorre tra le piastrelle della cucina al terzo piano della palazzina di corso Cavour è un altare sacrificale di mannaie, asce, soda caustica.
Si proteggono a vicenda, mamma e pargolo, lei con i sacrifici per salvargli la vita dalla guerra, lui assecondandola e aiutandola a nascondere le colpe.
Si sorreggono tra loro due, amorevolmente, Leonarda e Giuseppe sono una cosa sola.
Questa storia sarebbe potuta essere benissimo una fonte d’ispirazione per una delle pellicole di Alfred Hitchcock. Una trama da Psycho: al posto di una ambientazione americana, ecco Correggio e la provincia reggiana.

Proteggere il figlio ad ogni costo è la ragione di vita per Leonarda; prima, dalle maledizioni di nonne perfide, fattucchiere, madonne con bambini neri e incubi agghiaccianti; e dopo, dalle accuse in tribunale.
Fa di tutto, per attirare l’ira della giustizia e dalla gente su di sé, solamente su sè. Tenta di scagionarlo, s’addossa la colpa intera, non può sopportare l’idea di Peppuccio in galera.
Vorrebbe dimostrare al giudice, con una dimostrazione pratica di anatomia macellaia, di esser perfettamente in grado di compiere l’opera di sezionamento di un corpo umano in brevissimo tempo.
Si favoleggia di un incontro all’obitorio, autorizzato dal tribunale, in cui la saponificatrice avrebbe fatto a pezzi il cadavere di un clochard in dodici minuti davanti ad una platea. Un altro episodio inventato, un tassello macabro per dare alla storia della serial killer ancora più teatralità.

Ad ogni modo, dopo cinque anni di carcere per favoreggiamento, Giuseppe Pansardi viene liberato per insufficienza di prove.
Non si sa di quanto ci sia di vero nemmeno nel possibile cannibalismo, nel confezionamento con il grasso umano di saponette profumate e nella preparazione di dolcetti golosi.
La psicopatica si spinge a confessare anche di averle cucinate, le sue amiche.
Di averle cotte e gustate in un arrosto alla Faustina, in uno stufato alla Francesca, in un bollito alla Virginia. Le prove, di quel presunto orrore, se mai sono esistite, sono state divorate.
Sono le ricette segrete di mamma Leonarda.

Federico Mosso
@twitTagli

Per approfondire:

Note musicali:

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