ISIS e beni archeologici. Barbarie o strategia?

ISIS e beni archeologici. Barbarie o strategia?

Negli ultimi tempi si è spesso parlato delle azioni distruttive compiute dalle milizie dell'ISIS nei confronti di musei, reperti e siti archeologici presenti nei territori occupati. Le immagini della distruzione o dello sfregio delle opere di statuaria presenti al Museo Ninawa di Mosul, le notizie sui siti di Nimrud e Hatra rasi al suolo dai bulldozer, e le minacce di nuove possibili operazioni su altri patrimoni artistici e archeologici stanno facendo il giro dei media destando indignazione, rabbia e scoraggiamento.
Tutto questo accade nonostante vi siano già state smentite circa l'inevitabile perdita di preziosissimi reperti a Mosul, e nonostante non vi siano ancora conferme definitive intorno a quanto accaduto ai siti archeologici dell'area interessata.

Ciò non dovrebbe comunque darci sollievo: le operazioni, quand'anche fossero mera propaganda, tradirebbero non solo una preoccupante furia iconoclasta nei miliziani dell'ISIS, ma anche il loro cieco e totale disinteresse nella tutela di un patrimonio locale inestimabile.
Certo, si potrebbe aprire un lunghissimo capitolo sui prelievi parziali, frammentari e spesso sommari operati da archeologi francesi e inglesi su quegli stessi siti sul finire del XIX secolo, sugli interventi di restauro spesso invasivo realizzati nell'era Saddam Hussein, o sui saccheggi perpetrati a quel patrimonio archeologico durante la cosiddetta Seconda Guerra del Golfo (se vi interessasse, questi ultimi due aspetti sono stati trattati da Lawrence Rothfield, The Rape of Mesopotamia, Chicago, 2009), quasi a dire che da tutelare non fosse rimasto poi granché.

Ma sarebbe riduttivo oltreché disonesto: se nessuno di questi atti può apparire giustificabile, ancor meno lo sarebbe l'accanirsi dell'ISIS verso ciò che è rimasto. Tuttavia sarebbe altrettanto riduttivo e semplicistico rappresentarci le milizie dello Stato Islamico come branchi di barbari senza cervello che, privi di sensibilità verso l'archeologia e il suo patrimonio, provino piacere nella distruzione di idoli ritenuti offensivi per la loro religione.

Le cose, al solito, sono assai più complesse: se l'informazione occidentale ha teso a concentrarsi su un solo aspetto – quello più disarmante e drammaticamente spettacolare della cosa - vi è anche chi contribuisce ad arricchire ulteriormente il quadro.
Ad esempio, Mosul Eye, una pagina gestita da uno storico locale indipendente, che pubblica, seppure con frequenza sporadica e nel completo anonimato (vi sarà facile immaginare il perché), aggiornamenti sulla situazione di Mosul da quando essa è caduta nelle mani dell'ISIS (giugno 2014).

Mosul Eye ha scritto recentemente un post in cui ha fornito una lunga serie di informazioni sui fatti concernenti l'intervento dei miliziani sui beni archeologici della regione.
Anzitutto risponde a chi ha accusato di passività gli abitanti di Mosul: «se fosse possibile fermare distruzione e oppressione senza armi, di certo cinque milioni di ebrei non sarebbero stati sistematicamente uccisi durante l'Olocausto […]. Se quella di liberarsi e combattere a mani nude – come molti hanno domandato di fare agli abitanti di Mosul – fosse stata una possibile soluzione, l'avrebbero adottata».
Inoltre «agli ossessi che inneggiano a un attacco nucleare o chimico su Mosul, chiediamo di guardarsi allo specchio e indagare la ragione di tutto l'odio che portano dentro».
Segue una serie di considerazioni riguardanti le distruzioni del patrimonio archeologico avvenute nell'area di Mosul.

La prima riguarda le immagini del video pubblicato dall'ISIS lo scorso febbraio: esse risalgono in realtà al periodo tra luglio e agosto del 2014 e, secondo Mosul Eye, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione lo Stato Islamico abbia scelto proprio quel momento per pubblicare il video.
Successivamente lo storico conferma quanto è già stato riportato su altri media, ossia che «il 90% delle statue del museo [di Mosul] non è certamente autentico, ma si tratta di riproduzioni in gesso delle originali, le quali sono state gradualmente spostate a Baghdad a partire dall'aprile 2003».
Quanto al lamassu – la tradizionale statua dal corpo di toro o leone e la testa umana – sfregiato con un trapano durante l'assalto, esso è dichiarato come autentico. Ma la cosa più interessante riguarda qualcosa che non appare nelle immagini del video.

L'Obelisco Giallo di Esarhaddon, re assiro, e alcune tavolette autentiche sarebbero stati prelevati dal museo nei primi di luglio 2014 in seguito al sequestro del direttore Musa'ab Mohammed Jasmin. Quest'ultimo sarebbe stato sequestrato dall'ISIS proprio per valutare l'esatto valore degli antichi manufatti, ma l'Obelisco Giallo risulta essere sparito il 25 febbraio scorso in concomitanza della stima fattane da alcuni esperti tedeschi giunti nei giorni immediatamente precedenti.

Secondo Mosul Eye, «come gli esperti tedeschi siano riusciti ad entrare nella città e abbiamo provveduto ad assicurarsi la protezione dell'ISIS rimane un mistero», ma insinua il dubbio che ciò abbia a che vedere con i permessi concessi dallo Stato Islamico al giornalista tedesco Jürgen Todenhöfer nel dicembre 2014. Si renderebbe pertanto necessaria un'indagine globale sull'ingresso a Mosul di questo gruppo di esperti tedeschi.

Detto questo, per Mosul Eye l'ISIS avrebbe distrutto solo il 10% dei manufatti in suo possesso, mentre i reperti dei siti di Nimrod e Harta sarebbero di valore inestimabile.
Ma non è finita qui. Alcune fonti rivelerebbero che «l'ISIS sta svolgendo degli scavi intorno ai siti monumentali di Mosul alla ricerca di reperti, […] i miliziani dell'ISIS trascorrerebbero molte ore nel sito dopo il tramonto». Ulteriori indagini hanno fatto emergere che «molti pezzi antichi sono stati inviati dalla Siria e dall'Iraq in Turchia, attraverso vetture che non appartengono all'ISIS, bensì a compagnie di trasporto internazionali».
Last but not least gli antichi manoscritti siriani, arabi e latini conservati nei templi di Mosul e confiscati dallo Stato Islamico sarebbero destinati alla vendita presso antiquari, stando ai piani attuali noti.

Dunque non avremmo a che fare con la furia cieca e vandalica di barbari fuori controllo ma, più verosimilmente, con un ben più complicato e organizzato disegno di compravendita di antichità e di reperti archeologici destinato a ingrassare le casse dell'ISIS. Stando a quanto abbiamo riportato, tutto ciò che risulti facilmente e rapidamente trasportabile sarebbe oggetto di questo traffico, mentre reperti ingombranti o difficili da spostare (come il lamassu) non sarebbero oggetto di interesse e verrebbero lasciati – quelli sì – alla rabbia iconoclasta dei fondamentalisti.

Beninteso, ciò non serve a giustificare o a sottostimare la gravità delle azioni dello Stato Islamico, ma a metterli nel giusto contesto e nella cornice corretta. Tra le evidenze del mercimonio dei reperti a fini di arricchimento personale e le azioni di distruzione di opere più o meno autentiche, una cosa sola appare certa: quel patrimonio archeologico è in pessime mani.

doc. NEMO
con l'importante contributo di Daniela Brunelli

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