ISIS: dalla guerra al terrorismo alla guerra alla morte

ISIS: dalla guerra al terrorismo alla guerra alla morte

Quando l'11 settembre 2001 cominciarono a circolare i primi VHS sgranati sui canali di informazione occidentali, già pareva la fine del mondo.
A tirare giù due enormi torri di acciaio (simbolo dell'onnipotenza del Nord e dell'Ovest contro i deserti e la fame di tutti gli altri) erano davvero stati due o tre sciamannati vestiti di lino bianco, armati degli AK47 sovietici e tutti presi nel puntare il “saggio” indice all'insù?

Era troppo poetico, anzi, troppo cinematografico per essere vero. Gli Stati Uniti, da quell'11 settembre, hanno investito almeno un trilione di dollari: hanno riformato un assetto militare in componenti umane, informatizzate e poi robotiche; hanno istituito di centinaia di nuove organizzazioni di sicurezza trasparenti e non; hanno organizzato organi di spionaggio senza scampo (anche verso i propri alleati, vedi alla voce NSA) e rimesso in piedi un sapiente ritorno al controspionaggio come ai bei tempi dell'URSS.
Soprattutto, hanno comodamente assoldato la relativamente infame marmaglia dei contro-insorti, che confondono i veri rivoltosi in un pandemonio di sangue in cui vince chi ha gli aerei per sorvolare l'area dei massacri.
È da sottolineare che in quella guerra i media di tutto il mondo non hanno mai smesso di ricordare i morti musulmani delle stragi jihadiste: tali morti facevano parte di una precisa strategia, un tentativo (riuscito) di inimicare le alte sfere terroristiche del Corano e del mitra presso le grandi masse islamiche.

La guerra contro i talebani è però finita ufficialmente con un tappeto di droni a sorvolare i deserti dell'Afghanistan, eliche e indicatori di movimento di nuova generazione puntati sui sandali di quegli sciamani non più serafici e spietati.
Dopo l'invasione della più grande forza armata del mondo (peraltro in coalizione con diversi altri giganti militari) costoro speravano di trovare, se non la redenzione, una sopravvivenza almeno animale in mezzo ai sassi e ai serpenti della loro terra.
Troppo facile per i robot alleati, invece, mirare all'enorme vuoto desertico, bruciando nel fuoco una gerarchia religiosa (e militare) che aveva nefastamente contribuito al pensiero mortale e nichilista del terrorismo islamico durante la seconda parte del '900.

Non un lieto fine, ma almeno sarebbe finita lì. Al tempo stesso, però, è ingenuo pensare che un'invasione diventi lettera morta senza lasciare tracce. La Storia lo insegna: certi conflitti non finiscono davvero nenche con la firma ufficiale del trattato di pace. I venti anni intercorsi dal 1919 di Versailles al 1939 della Polonia, in storiografia, vengono sempre più spesso trattati come la “guerra dei trent'anni” europea, che inizia dal '15 e finisce nel '45: i trattati punitivi del '19 non servirono ad un bel niente, e non assicurarono certo venti anni di distensione.
Stesso discorso per mondo pan-arabo. Quale l'esito politico poteva avere la strategia di Washington? Dal fantoccio Karzai in Afghanistan alle truppe americane nell'inferno dell'Iraq, sotto la scia del fosforo bianco che di tanto in tanto brilla come la Stella Cometa sulla striscia di Gaza e con i piedi quasi sullo zerbino del pascià Assad in Siria; e poi vicini all'Egitto della rivoluzione islamista (e ora della più accomodante dittatura militare), o ancora ad un passo dai signori del greggio sauditi (un po' filo-occidentali ma più che altro filo-monetari, che dall'Ovest vogliono le Ferrari e le bocche cucite sul trattamento feudale della propria area, con piena libertà di parola e provocazione verso Teheran e Yemen).
Con una gestione dell'area contraddittoria, contingente e improvvisata, non era impresa da profeti della politica attendere un nuovo e più complicato disastro geopolitico: l'unica via di fuga sarebbe stata costruire una sapiente rete diplomatica multipartisan (di cui ovviamente non s'è vista nemmeno l'ombra, sopratutto se a sparare erano i fucili texani di Bush).

Il disastro vero origina dal risultato della doppia invasione “all'americana” di Afghanistan e Iraq, con eserciti che (qui vado a braccio) in genere distruggono tutto, ma lasciano germogliare il seme della vendetta. Il tutto ha dato frutto oggi a una combinazione di eventi che (non) piacerebbe alla logica lisergica dei fratelli Coen.
Siamo nel 2003, e l'ala irachena della resistenza all'invasione americana (AQI)  è affiliata ad al-Qaeda nella comune battaglia contro l'invasore statunitense.
Il suo leader, Al-Zarqawi, cade vittima in uno dei molti attacchi di successo messi a segno dalla fanteria USA dopo gli accorgimenti tattici voluti dal generale David Petraeus, mentre molti affiliati della cellula talebana vedono chiudersi davanti a sé le sbarre dei temibili campi di prigionia americani disseminati sul territorio di battaglia.
I contro-insorgenti addestrati dall'esercito e la contro-intelligence che fa capo alla CIA vanno a mille all'ora, e dei talebani restano solo i dispersi che si fanno riprendere nelle grotte, come testimonia di frequente la seria agenzia di informazione mediorientale di Al-Jazeera.

Ma la storia prosegue, su tracciati che continuano ad intersecarsi l'uno sull'altro: in Siria esplodono le violenze contro il regime di Assad (legato a Putin e all'interesse russo nella regione), che permettono il “liberi tutti” dei sunniti della regione, raccolti intorno al nuovo numen Al-Baghdadi, anch'egli proveniente dal carcere come un leader capace di trovare l'ordine nella rivolta, perfino di conquistare del territorio da cui far partire un'idea nuova di azione militare.
I territori del Levante (pattugliati dalle forze della vecchia AQI) garantiscono una base di valore inestimabile per un'organizzazione terroristica ancora embrionale, un avamposto con cui capitalizzare di mese in mese le debolezze dello stato iracheno, dove il governo di Nouri Al-Maliki persegue una politica prona all'ortodossia sciita, e assolutamente ostile alle richieste sunnite delle tribù a nord di Baghdad.

La marea nera, quasi una bolla esplosa grazie alla carneficina che si fa sui regni di Assad, non può che puntare a Sud. Dai territori della ex-Siria gli uomini di Al-Baghdadi conquistano Mosul, Tikrit e Al-Qaim, espropriando il folkloristico esercito regolare iracheno di tutta la dotazione inviata dagli USA: carri armati, artiglieria, gli Humwee (alla lettera, “veicoli multiuso ad alta mobilità”, ovvero delle jeep corazzate e armate perfette per il combattimento desertico).
Tra gli ufficiali dell'onda nera, spiccano le irriducibili forze speciali di Saddam, pronte a tagliare la gola a chiunque osi fermare il loro ritorno verso la capitale mesopotamica; a costoro si aggiunge l'informazione tecnica di molti operatori, istruiti da professionisti USA, attrezzati in loco e poi convertiti, in quell'universo vario e pieno di voci contrastanti del Medio Oriente, alla guerra santa globale.

Dopo le conquiste delle città sopra dette, l'ISIS si proclama Stato Islamico sotto il regime del Califfato. Non è più come con Al-Qaeda, dove le tante cellule ben collegate per il globo avevano l'obiettivo (letteralmente terroristico) di distruggere e fuggire, per dimostrare la superiorità morale della ummah sulla sconfitta storica della cristianità-capitalista.
Ora la stessa ummah ha il proprio Stato, e con ciò ha il dovere di servirlo secondo le regole della sharia, di sottomettersi ad esso per la conquista di tutto il mondo non musulmano.
Più o meno da questo momento, da ogni lato del globo (eclatanti i casi europei e nordamericani), un numero di giovani non inferiore al migliaio ogni mese arriva nel Califfato per sottomettersi alla legge coranica.
Di questi “foreign fighters” (per i quali il Parlamento italiano ha appena stabilito una fattispecie di reato) non se ne contano nelle fila del Califfato meno di 15000, e sono cifre da considerare in aumento.

Se incrociassimo i calici colmi di Bordeaux con il cirrotico ghigno di Houellebecq, ci diremmo che stiamo assistendo all'Occidente che scappa dalle sue ipocrisie a prezzo scontato con un biglietto di ritorno per l'apocalisse: uccidere e distruggere tutto per poi sottometterci, perché una vita da schiavo è più comoda (come sa chi ha letto il romanzo della Cassandra transalpina) di una redentrice morte in guerra – e appunto, ma in nome di cosa, poi?
Se invece tracannassimo un pessimo whisky blended ai piani alti del Pentagono, i rubicondi capi di stato maggiore consiglierebbero di scatenare l'inferno in terra da dove finisce il Mediterraneo fino ai confini dell'India. Poi si vedrà, direbbero loro.

La soluzione non è naturalmente semplice come prendersi una forte sbornia di nostalgia e/o di sangue, anche perché il problema con l'ISIS è quantomeno doppio: da un lato c'è il primo caso storico di organizzazione terroristica che possiede l'ombrello giuridico di uno Stato (perfino Obama ultimamente è sembrato sorvolare sull'aspetto critico di tale questione), che trova risorse finanziarie milionarie nell'usuale rito terroristico del rapimento+riscatto, ma anche (e sopratutto), dall'agricoltura, dall'economia reale che genera un surplus in quella regione.
La parte del leone la fa il petrolio, che sciaborda nel sottosuolo del Califfato e trova acquirenti felici tra i compratori degli stakeholder turchi dell'Est, come (in altre coordinate geografiche) là dove il greggio dei guerrieri di Allah in fondo costa molto meno della tariffa arbitraria decisa del reame saudita.

Dunque, fare una guerra totale ad uno Stato popolato di civili, in cui i terroristi sono tanti quanto un camion di spilli in un enorme covone di buon grano, è una strategia che non convince l'ONU né la politica realista: tanta morte per poche medaglie.
Riprovare con i tentativi di contro-insorgenza? Ormai è impossibile, perché già nel 2008 gli Stati Uniti convinsero 40 tribù sunnite a servire la comune causa di un ordine più giusto verso tale minoranza, riducendo di molto la tensione nell'area e promuovendo la nascita di un abbozzato governo iracheno: il risultato del goffo governo di Maliki lo abbiamo già ricordato.
Se gli ultimi quindici anni hanno scritto per gli USA ancora tante pagine di quel manuale iniziato in Vietnam, questa consapevolezza della complessità (e le opinioni sempre parziali e contrapposte di chi ha il potere di parlare e di chi decide, e viceversa) lega entrambe le mani in un nulla di fatto.

Dall'altro canto, e qui si va sulla viscida influenza che è tipica dell'idea astratta, c'è l'incanto magico esercitato da al-Baghdadi e dal primo vero Stato islamico del nostro millennio, fattualità storica che non appariva sulla cartina politica del mondo da quando Ataturk trasformò l'Impero Ottomano in una repubblica sostanzialmente laica nel 1928.
E allora non è solo la fisiologica emarginazione dei musulmani “senza stato” a configurare un problema militare di qualità raffinata e numericamente crescente per il nostro Occidente, ma è la stessa regola “più che puritana”, spietata, misogina e sanguinaria che muove i gangli del Califfato ad apparire attraente ad un vasto ed eterogeneo campione della popolazione mondiale.
Al-Qaeda ha fallito per molte ragioni, ad esempio perché era più semplice opporvisi su una più realistica dicotomia morale: non sono musulmano, oppure lo sono ma non do la colpa dei miei guai agli “infedeli”, e via discorrendo.
Qui, con al-Baghdadi, ai giovani austriaci , marocchini, australiani e italiani viene dato un mitra, una khefia nera e un obiettivo che punta alle loro pance, là dove termina il razionalismo dei diritti umani: distruggere tutto, uccidere tutti, distruggere la Storia in cui dopo la Caduta del muro in cui non ha vinto nessuno e in cui non c'è neanche una tesi ufficiale da avversare, una Storia che si è portata giù l'idea di giustizia in un caos di ferocia che sembra l'unico a ridere alle spalle del Medioriente in lacrime, e del mondo in cordoglio e indignazione.

Per ogni ragazzo afgano che emigra in Germania con il sorriso sulle labbra e la tragedia sepolta nel cuore, c'è uno spagnolo che è nato fuori dalla Storia, che è rimasto attaccato ad un telecomando ed ha assistito alle atrocità commesse dal suo Paese nelle “missioni di pace” in Medio Oriente, senza poter stare da nessuna parte, senza che la sua voce valesse più di quella del consuntivo fiscale da riempire per bene, perché si potessero finanziare per un altro anno il cemento della strada sotto casa, la panchina del parco dove riposa il nonno e i mortai manovrati fuori dal nostro bel mondo, con cui si uccidono i coetanei sunniti, sciiti, cristiani annoiati e dittatori delusi.

Per l'Europa costruita sul peccato capitale del Debito (e dopo Charlie Hebdo, sul versante security, possiamo dire basta alle masturbazioni accademiche sulla “Europa Fortezza” che è sicura all'interno e teme il brutto vento di fuori) e per l'America che tutto sommato un altro Xanax finanziario se lo è mandato giù, è passato il tempo felice in cui noi civili bisognava combattere gli sciamani cattivi col turbante in testa.
Ora c'è uno Stato (non proprio sovrano, ma vai a fare una passeggiata su quel territorio se vuoi un'idea di chi comanda) che si prefigge di fare ora e subito tutto ciò che i nostri Paesi avanzati aborrono (anche quando lo fanno): l'Europa e l'America che vogliono la “missione di pace” e in realtà spargono sangue, sono le stesse che promuovono crescita, l'integrazione e l'impiego per lo sviluppo di una società più o meno lungimirante.

L'Unione e gli USA, invece – ad essere onesti – si tengono stretti il proprio declino economico e valoriale, diffidano di se stesse e lasciano marcire intere generazioni compresse in vuoti sociali ineffabili, confinate tra la sfera dello “studio” e del “lavoro”.
Il Califfato ( e questo è il dramma a cui non si risponde per decreto legge ma con la riflessione sulla coscienza dei tempi) è lo Stato che permette l'omicidio fine a se stesso e promette la fine di una storia di diseguaglianza (nata dalla disparità tra il Primo e il Terzo Mondo, e che ora arriva a Piketty, un Marx elevato al quadrato della finanza globale, che vede la sua Francia simbolo di un mondo diviso in compartimenti stagni tra il potere sempre più assoluto dei pochi e la sempre più assoluta insignificanza di tutto il resto).

Certamente non vedremo un esodo di massa dei nostri giovani virgulti della borghesia verso il videogioco mortale del Califfato, ed è chiaro che molti dei “foreign fighter”, più che al profilo sociologico del giovane NEET degli anni Duemila spesso rispondono al più trasversale e atavico desiderio di individui malati, ansiosi di eternarsi in morte violenta, che di tanto in tanto esplode in ogni società secondo i mezzi offerti dall'epoca.
Certamente, inoltre, gli Alleati possono offrire una risposta logica e a più livelli alla minaccia militare del Califfato.
Ad esempio ricomporre il ruolo di alta diplomazia degli USA in Medio Oriente (dopo l'orrido spreco di vite dell'imperialismo di Bush), partendo dal fatto sostanziale che lo Stato Islamico non è riconosciuto da nessun altro Stato al mondo; ma che significa anche corrompere funzionari a qualsiasi livello, tagliare i ponti di denaro provenienti dal greggio venduto sul mercato nero, richiamare il mondo intero ad una crociata di valori ad alta assistenza tecnologica, con il fine ultimo di confinare al-Baghdadi in un bunker di fango e di appenderlo sulla pubblica piazza come un novello Hitler.

Ma, se sarà, non sarà la semplice vittoria che nel 1945 consegnò i cattivi alle tombe e i buoni a scrivere la Storia. Quello era un mondo che aveva appena visto sei anni di orrori ineffabili, in ogni angolo del globo, e che sperava di dimenticare tutto e ripartire da zero: pensate alla dichiarazione del ministro degli Esteri francese Schuman, poi indicata come fondazione simbolica dell'UE, che già nel 1950 chiedeva in qualche modo di riunire le forze di quei popoli che si erano appena dilaniati tra loro fino alla miseria insuperata.
Oggi che la pace sembra scontata e un fucile non sappiamo neanche che forma abbia, alla sete di sangue del disperato “foreign fighter” di professione - che viene ai pazzi ma anche a tutti gli altri, più o meno esclusi da un benessere sempre più evanescente - una risposta in effetti non c'è.
L'attendismo delle istituzioni, per quanto funzionale al concepimento della risposta più congrua, è anche sostanziale complicità con un piano già lanciato per distruggere l'umanità. E chi se ne importa se la Corea del Nord è tecnicamente più armata per giungere a tale obiettivo.

Per rispondere all'ISIS, che come abbiamo visto apre un dossier più vario e grave rispetto alla (pur) spettacolari azioni media-to-media di Al-Qaeda, c'è da pensare ad un nuovo modello per il nostro mondo.
Una società che provveda alla vita di tutti, che trovi nuovi mezzi di inclusione ma senza ficcarsi in quel melting-pot che umilia le diversità, in cui la giustizia e la proporzionalità comincino a diventare certezze per tutti in un approccio multilaterale di istituzioni globali che garantiscano la legge in ogni zona del mondo. Per vincere la guerra al terrorismo bastano mezzi migliori di quelli dell'avversario, ma per battere la guerra alla morte servono idee di vita, di speranza, di un nuovo futuro che potrebbero cambiare la faccia dei nostri rapporti politici globali.
Chiamatelo idealismo, ma ora che abbiamo i mezzi tecnici per farlo, tocca alla politica: è giunta davvero l'ora di fare le squadre.
Avanti: chi vuole combattere contro la morte?

Matteo Monaco

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