#iovotolostesso: vivere fuori sede è una scelta

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Vivere fuori sede è una scelta. Votare fuori sede è un diritto. Cosa succede se un cittadino europeo si trova temporaneamente all'estero o fuori dalla sua città di residenza durante il periodo elettorale? In “quasi” tutti gli Stati dell'Unione è prevista una procedura di esercizio del diritto di voto per i cittadini in mobilità: c'è chi vota anticipatamente per corrispondenza, chi ai seggi elettorali costituiti presso il consolato, chi può farlo tramite delega ad un parente che vada a votare al posto suo, chi addirittura può votare telematicamente tramite una piattaforma on-line. Il “quasi” è d’obbligo perchè in Italia non è prevista nessuna di queste ipotesi.

La legge 459 del 2001, che regola il voto degli italiani all'estero, prevede la possibilità di voto per corrispondenza, ma attenzione: per i soli cittadini italiani che siano residenti in un altro paese, e solo dopo aver trascorso già almeno 12 mesi in questa condizione. Ciò significa che tutti coloro i quali si trovano temporaneamente all'estero e vogliono esercitare il proprio diritto di voto senza rinunciare ai benefici concessi dalla residenza italiana (come il servizio sanitario), non possono fare altro che ritornare in Italia, con conseguente dispendio di tempo e denaro che non sempre e non tutti hanno a disposizione.

Durante le elezioni politiche del febbraio 2013 – dopo che già nel 2008 il Comitato Iovotofuorisede aveva denunciato il vuoto normativo relativo ai “fuori sede” sul suolo italiano - il problema è stato (ri)sollevato da migliaia di italiani che per motivi di studio o di lavoro si trovavano a trascorrere un breve periodo all'estero: studenti Erasmus o di altri programmi di mobilità, così come ricercatori, tirocinanti, o semplicemente cittadini italiani in cerca di un'opportunità lavorativa che nel Bel Paese è difficile trovare. Alcuni di loro hanno fatto sentire la loro voce e, attraverso i social network, hanno riunito le forze per denunciare il diritto negatogli per aver scelto di vivere all'estero; in molti si sono dati da fare organizzando metodi di voto simbolico alternativi, tra cui l'allestimento di seggi elettorali autogestiti in 26 città europee, riunendosi sotto l’hashtag #IOVOTOLOSTESSO.

Il “movimento” si è creato nel giro di due mesi, e rimanendo sempre apartitico ha improntato la protesta su una richiesta semplice e chiara: la tutela del diritto di voto del cittadino italiano, come un diritto legato alla persona e quindi esercitabile a prescindere dal luogo in cui si trova domiciliato. A quasi un anno dalla nostra protesta, in collaborazione col Comitato Iovotofuorisede, è nata una proposta di legge per “l'esercizio di voto degli italiani in mobilità”, che prevede la possibilità di voto per corrispondenza per gli italiani temporaneamente all'estero e il voto presso le prefetture della città in cui sono domiciliati per gli italiani fuori sede.

Un po' per scaramanzia, un po' per diffidenza, è meglio sottolineare che ancora non esiste una legge che disciplini il voto in mobilità, ma l'impegno di chi ha lottato per questo diritto è stato da alcuni considerato. In questi giorni sono stati presentati alla Commissione Affari Costituzionali della Camera diversi progetti di emendamento alla riforma della legge elettorale, con lo scopo di regolare il “voto in mobilità”.

Annalisa Autiero
@twitTagli

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