Io, addetta alle risorse umane, ridotta a discount del lavoro

Io, addetta alle risorse umane, ridotta a discount del lavoro

Per chi volesse trovare saldi tutto l’anno basta rivolgersi ai centri per l’impiego, che ormai somigliano a tanti piccoli outlet, dove la merce in saldo cresce in maniera esponenziale man mano aumenta la crisi. Poco importa se il capo è demodè, se il colore era in voga nell’anno precedente o se il prodotto è fallato. Ciò che conta è il risparmio: questa la logica dell’acquirente-tipo.
Non vi è azienda ormai che, prima di azzardare l’eresia di un’assunzione, non si preoccupi di capire quanto risparmierebbe. Sgravi fiscali, conditio si ne qua non procedere nella ricerca.

Questa filosofia ha portato nel tempo al formarsi di nuove categorie di lavoratori. Sono nati così gli apprendisti con esperienza, che è un ossimoro per definizione.
Ma anche i disoccupati di lungo periodo che però non siano stati troppo fermi, i mobiliferi senza indennizzo, i disabili­abili, i poveri-ricchi. Il fatto che questa moda provochi un abbassamento della qualità dei processi produttivi è solo un dettaglio. Ma c’è dell’altro.
Quando dalla crisi sembra non comparire una via d’uscita e anche i saldi non sono più sufficienti per fare la spesa, bisogna rivolgersi al sottocosto, o alla merce scaduta.
Così, negli ultimi tempi, siamo stati bombardati da uno sciame di associazioni benefiche che elargiscono, sotto forma di incentivi alle imprese, una sorta di elemosina ai lavoratori. Uno pseudo sostegno al reddito che li illuderà per qualche periodo di essere utili alla società.

Nascono così i tirocini, strumento di formazione professionale, inserimento lavorativo e inclusione sociale. Dal giugno 2013 chiunque
svolga un tirocinio deve percepire, almeno in Piemonte, un‘indennità economica di 300 euro mensili per 20 ore lavorative settimanali, senza contributi, ferie, permessi, tfr, tredicesima, mutua e quant’ altro.
La presenza di queste nobili iniziative (che vede coinvolti organismi della Pubblica Amministrazione, enti no profit, associazioni di volontariato, Comunità Europea e chi più ne ha più ne metta) fa sì che le aziende possano evitare anche questo misero costo.

Qualche giorno fa ho avuto un colloquio con l’amministratore delegato di un’azienda che opera nell’ ambito delle pulizie industriali. Il succo del discorso suonava più o meno così: “Mi servirebbero dei lavoratori che conoscano già il lavoro, non ho tempo da perdere per insegnarglielo. Ma non li posso pagare, ne posso legarmi in alcun modo a livello contrattuale. Come posso fare?”.
Caro datore di lavoro, non sei pazzo, ciò che chiedi è legittimo. Del resto con questa crisi, come darti torto. Abbiamo noi la soluzione per te, anzi più soluzioni. C’è il progetto X, che ti offrirebbe 6 mesi di tirocinio totalmente gratuiti senza vincoli di continuità, a patto che tu inserisca una donna. Il progetto Y che ti offrirebbe 1 mese di tirocinio con la possibilità di proseguire per ulteriori 5 mesi, spendendo solo 300 euro mensili, senza costi aggiunti, a patto che tu inserisca un giovane. Ci sarebbe poi il progetto Z, con tirocini di durata variabile, ma non gliene ne parlo perché i lavoratori in questione sanno fare poco. Infine abbiamo il progetto K, dove il tirocinio deve essere finalizzato all’assunzione, ma se non lo assumete in realtà non vi succede niente. E potete andare avanti all’infinito.

Davanti ad un simile scenario noi operatori delle risorse umane ci sentiamo come addetti vendita del discount. Ed io, apprendista con esperienza (e qualche capello bianco) provo un certo disagio, che a tratti diventa orrore.

Francesca Sferrazza Papa
@twitTagli

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